Per il presidente «è aperta a tutti» e «deve creare legami, non ghetti». E cita l’articolo 34. Il monito arriva dopo l’annuncio del governo di un tetto massimo di stranieri nelle classi
Per il presidente «è aperta a tutti» e «deve creare legami, non ghetti». E cita l’articolo 34. Il monito arriva dopo l’annuncio del governo di un tetto massimo di stranieri nelle classi
«La scuola è la leva più importante di integrazione per chi viene da altri paesi», ha scandito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice, nel nuovo istituto ricostruito dopo il terremoto di dieci anni fa.
Nessuna intenzione di farsi trascinare nella polemica di giornata, innescata dalla premier Giorgia Meloni che, domenica, ha annunciato che nel prossimo Consiglio dei ministri verrà approvata una norma per introdurre un tetto agli stranieri nelle classi. Ma il monito del Quirinale lasciano poco spazio a equivoci.
La scuola «prepara tutti, è aperta tutti, come dice l’articolo 34 della Costituzione» ha aggiunto Mattarella, interrotto da un lungo applauso. «Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie. Deve aiutare a non formare ghetti e ad alzare barriere, deve rendere più sicure le comunità, unire e non lacerare, superando i muri della diffidenza e della incomuinicabilità». In sintesi, la scuola «è chiamata a fare coesione sociale».
Insomma, il messaggio del capo dello Stato è immediatamente suonato come un argine a iniziative che, al contrario, tendono a trascinare la scuola e dunque gli alunni nel mezzo dell’imminente campagna elettorale.
Qualche ora prima anche il cardinale Matteo Zuppi, aprendo a Roma il Consiglio episcopale permanente della Cei, si era concesso un passaggio sul tema. «Educare – aveva detto – significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo» e «non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace».
Insomma l’annuncio di Meloni ha messo tutti in fibrillazione. E di certo non aiuta che la mossa del governo, che dovrebbe concretizzarsi in un disegno di legge di iniziativa governativa, al momento ha contorni vaghi e di difficile applicazione concreta: il tetto dovrebbe essere del 30 per cento degli stranieri per classe e dovrebbe riguardare solo coloro che non conoscono adeguatamente l’italiano. Con due problemi: dove collocare gli studenti in eccesso senza ledere il loro diritto all’istruzione, visto che la distribuzione degli stranieri non è omogenea sul territorio e cosa si intenda per conoscenza adeguata della lingua. In molti ricordano che una circolare identica è stata introdotta nel 2010 dalla ministra Mariastella Gelmini ma è rimasta sostanzialmente inattuata proprio a causa delle difficoltà concrete.
Le parole di Valditara
Anche il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, è intervenuto prima di Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice e, pur non citando l’imminente disegno di legge, è sembrato volerne proporre già una interpretazione autentica. «Ho ricordato più volte anche la necessità dell’integrazione degli studenti stranieri, in tutte le decisive sfumature dell’espressione, che va sempre pensata nella sua complessità: evitare alla radice qualunque discriminazione, rimuovere le cause anche linguistiche di un’inaccettabile marginalizzazione», ha detto, ponendo «particolare attenzione all’effettiva padronanza della lingua italiana, perché senza conoscenza della nostra lingua non c’è vera integrazione, non c’è successo scolastico e non c’è futuro all’interno della nostra società».
Il sottotesto dell’iniziativa legislativa, tuttavia, rimane la rincorsa all’identitarismo nostalgico che oggi è cifra distintiva dell’offerta politica dell’ultradestra di Roberto Vannacci. Non a caso il vicepremier Antonio Tajani – fresco di gaffe e scuse sul ruolo della donna – ha detto di essere «sempre stato favorevole all’integrazione» ma «bisogna preservare la lingua italiana» perché «non possiamo neanche perdere l’identità nazionale».
Gli studenti
Oltre lo scontro politico, però, l’attenzione di Mattarella si è rivolta agli studenti, ricordando loro che la scuola «prepara il futuro» soprattutto in questo periodo di cambiamenti così rapidi, soprattutto legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il Colle ha sottolineato i pericoli di «manipolazione della realtà» e dei «sentimenti», ma ha anche ribadito che il progresso «non va ostacolato né temuto, ma orientato e continuamente verificato quanto alla garanzia del primato della persona». Il presidente ha individuato nelle «dipendenze» e «solitudine» i rischi a cui fare attenzione e dunque il ruolo della scuola come luogo che invece deve «includere», mettendo però al bando «la violenza». L’augurio finale è stato quello di unire allo studio «l’amicizia e la responsabilità verso gli altri. Questa è la strada della libertà, che è autentica se esiste per tutti». E in questo «tutti» è risuonato un altro monito al governo.
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