I leghisti disertano l’aula, poi votano a favore, tre i dissidenti. Vannacciani in piazza per il No. Stavolta i dem al contrattacco: «Sulla politica estera la maggioranza sconfessa Meloni»
Stavolta per la maggioranza è difficile nascondere le crepe sugli aiuti militari a Kiev, scavate in giorni di polemiche pubbliche e ricuciture fragili. Tanto più che la premier ieri era in missione (Oman e poi Giappone, domani sarà in Corea del Sud), e quando non c’è la maestra la classe degli scalmanati proprio non si tiene.
E ancora, sempre ieri, fuori da Montecitorio, un gruppetto di «vannacciani» invitava a votare no alle comunicazioni del ministro Guido Crosetto, e no al prossimo decreto Ucraina (ora in discussione in commissione). Certo, a fine giornata la destra porta a casa il risultato: approva le risoluzioni in un ramo e nell’altro. Ma alla Camera due leghisti, Rossano Sasso e Edoardo Ziello, disobbediscono, e al Senato Claudio Borghi non partecipa al voto.
Le opposizioni, dal canto loro, presentano i soliti cinque testi, cioè ciascun partito il proprio, che alla Camera ognuno vota per sé (il Pd si astiene su quello della maggioranza, M5s e Avs votano no) e al Senato invece tutti vengono «preclusi» dal sì al testo della maggioranza. All’apparenza, dunque, niente di nuovo sul fronte parlamentare italiano, al netto dei tre dissidenti leghisti.
Ma è, appunto, solo apparenza. Mai come stavolta i numeri della destra sono una somma che non fa il totale: non riesce più a coprire le divisioni. A partire dal colpo d’occhio dell’aula. Di mattina il ministro della Difesa ha parlato in una Montecitorio disertata dai leghisti, parlamentari e membri del governo.
Prima, alla riunione con i gruppi, Matteo Salvini aveva dato via libera assicurando che «la Lega è soddisfatta» di aver fatto «recepire le proprie posizioni», e cioè di aver ottenuto più enfasi sulla necessità della diplomazia con la Russia e sugli aiuti civili al paese invaso e devastato dall’artiglieria di Mosca. Ma sono solo «acrobazie lessicali», per dirla con Carlo Calenda.
Crosetto s’è stufato
Crosetto è stanco di queste tarantelle. In aula non è riuscito a sorvegliare l’insofferenza per chi chiede di interrompere gli aiuti militari, «significherebbe rinunciare alla pace prima di averla costruita». Per chi chiede lo stop alle armi: «Un’arma è una cosa negativa quando si usa contro qualcuno, ma quando impedisce a un’altra arma di cadere su un ospedale, è una cosa diversa». Di questo «qualcuno di voi si vergognerà, io mi sento orgoglioso».
Neanche ha finto di avercela con il M5s: ce l’aveva con Salvini. Tant’è che al Senato se l’è presa con l’accusa ricevuta dal capogruppo leghista Massimiliano Romeo, quella di usare una «retorica bellicista».
Non capisce perché, ha detto il ministro, deve «essere attaccato da partiti e persone che sono stati i primi a votare il decreto all’Ucraina». Il riferimento era al primo decreto sulle armi a Kiev, firmato dal governo Draghi all’indomani dell’invasione russa. E votato dalla Lega, che ne faceva parte, oltreché dal M5s. Il ministro è stato durissimo sulla Russia: «Non si registra alcun segnale concreto di reale disponibilità russa a ridimensionare le proprie pretese territoriali ed egemoniche».
Fra Mosca e Roma nel frattempo volano parole pesanti. Le relazioni tra Russia e Italia «lasciano a desiderare», ha detto ieri Vladimir Putin. «Perché abbiamo detto che la Russia ha invaso l’Ucraina e abbiamo difeso l’Ucraina», ha replicato secco il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Tutt’altri toni rispetto a quelli riservati in passato dal Cremlino a Salvini.
Il contrattacco Pd
La destra prova a nascondere i propri guai attaccando l’opposizione per le sue divisioni. Ma stavolta il Pd ha deciso di non giocare in difesa. E di rispedire l’accusa al mittente. «Oggi dovremmo rivendicare il sostegno all’Ucraina», ha detto la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga, e invece la maggioranza su Kiev ha «tre linee». Poi a Crosetto: «Se lei avesse pronunciato le parole che ha detto oggi in quest’aula in un Consiglio dei ministri, qualcuno», cioè Salvini, «avrebbe lasciato quella stanza».
Fuori da Montecitorio, i seguaci del generale Vannacci, che è vicesegretario della Lega, dicevano «basta finanziamenti a Kiev per le armi». Erano pochi, il numero strettamente necessario a tenere uno striscione a favore di telecamere.
Ma bastano a raccontare che la Lega ha un problema, anzi due: con gli alleati e al proprio interno. «Ci chiediamo se la Lega faccia ancora parte del governo», batte sullo stesso tasto Peppe Provenzano, «un governo normale prenderebbe atto della profonda crisi politica e della figuraccia internazionale. Con quale credibilità Meloni può andare in missione all’estero per assumere impegni in sede internazionale, mentre un pezzo rilevante della sua maggioranza la sconfessa in piazza?»
Al Senato si replica: gli esponenti di maggioranza attaccano le opposizioni «divise». Anche sull’Iran: M5s non ha votato la risoluzione bipartisan in solidarietà con il popolo iraniano in rivolta (perché nel testo non viene accolto il no a un eventuale intervento Usa, che Donald Trump ha sostanzialmente preannunciato).
Ma anche qui il Pd cerca di non farsi chiudere nell’angolo: «Oggi voi ci contestate di avere qualche imbarazzo: è vero, fra noi qualche volta ci sono differenze. Faremo un percorso di sintesi», promette Alessandro Alfieri, «ma oggi al governo ci siete voi e chiediamo a voi degli imbarazzi. Lo aveva Crosetto quando diceva di sostenere l’Ucraina mentre il vicesegretario della Lega invitava a non votare il decreto? Di questo dovete parlarci».
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