La segretaria si lancia verso palazzo Chigi, con tappa ai gazebo: il Pd non ha paura del voto. Sull’Ucraina: continueremo a difenderla. Conte: no a un programma con l’invio di armi
«Ora è il momento di accelerare sul programma». È il messaggio iniziale che lancia Elly Schlein dall’arena della festa nazionale dell’Unità, da Reggio Emilia. Quello finale è: andiamo a vincere. Parla dal palco dei concerti rock, davanti a 10mila persone, il numero viene annunciato dal responsabile dell’organizzazione Igor Taruffi. Da mezzo paese sono arrivati ben 51 pullman di militanti. Una prova di forza impressionante, chi pensa che questa leader si possa battere alle primarie è avvertito.
Dunque il passo in avanti a lungo preannunciato è, all’apparenza, l’avvio del tavolo del programma. Anche se comunque bisognerà aspettare il 20 settembre, la fine dell’assemblea Nova del M5s, che a sua volta sta scrivendo il suo programma. Ma il programma non è solo una questione di punti, spiega la segretaria, «Serve una visione, un sogno collettivo, una speranza in un Paese più giusto», «Ho chiesto ai nostri alleati di non farlo al chiuso di una stanza ma tra la gente», «diamoci le forme» per farlo, chiuderà poi con un appello «venite, aiutateci, migliorateci». «Prima il programma», poi sulla premiership accordo o primarie, «E se faremo le primarie le vinceremo. Siamo il Pd e non abbiamo mai paura del voto». Ribadisce che il Pd non sarà mai «il partito del capo o della capa», certo non deve essere «un casino» ma è un partito plurale.
«Andiamo a vincere»
Ma questo lo dice alla fine. Prima spiega con soddisfazione che fin qui gli obiettivi della sua segreteria li ha raggiunti: «Insieme abbiamo conseguito l’obiettivo dell’unità del Pd che è la premessa dell’unità della coalizione che sconfiggerà la destra». «Abbiamo smentito chi guardava con scetticismo il tentativo di ricucitura». Ammette che «il cammino è ancora da completare, ma oggi possiamo vedere che l’alternativa esiste già». Certo, l’alleanza «si può e si deve ancora allargare, ma non restringere». Ed è tutto quello che dice a proposito degli avvisi che nel frattempo arrivano da Giuseppe Conte.
Promette «un muro contro la legge elettorale, antipasto del premierato», «come abbiamo fatto nel referendum li fermeremo». Non perde troppo tempo ad attaccare i risultati di «un governo inutilmente lungo». E poi parte con il lunghissimo elenco dei punti del programma Pd, molti dei quali già condivisi dagli alleati. Ogni proposta è un articolo della Costituzione.
Dunque: lavoro, matrimonio egualitario, contrasto all’evasione fiscale per abbassare le tasse su lavoro e impresa, piano di politica industriale, cinque «interventi concreti» sull’energia per tagliare le bollette. E ancora proposte per «invertire la rotta» della fuga dall’Italia dei giovani: «il diritto a restare». Per combattere il cambiamento climatico. Al governo: «Trovate il coraggio di tassare le grandi società energetiche, perché è giusto chiedere un contributo straordinario a chi si è arricchito anche in mezzo a questa crisi».
Scende nei dettagli, vuole dimostrare che ormai maneggia bene i dossier di palazzo Chigi, ha anche indossato una giacca blu. Avvisa che quello del centrosinistra non sarà «un semplice ritocco del modello neoliberista». «Se vincono loro porteranno la spesa militare al 5 per cento, se vinciamo noi porteremo la spesa sanitaria al 7 per cento». La platea scandisce «Elly, Elly». Sull’Ucraina si appella all’Ue: «Bisogna prendere un’iniziativa politica e diplomatica» ma intanto «abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ucraino».
«Il Pd è pronto a fare la sua parte, ma senza alcuna presunzione di autosufficienza», dice nel finale, serve «un impegno condiviso» per battere la destra. C’è chi non ci crede, dentro e fuori il Pd? «Non è un caso se raccontano uno starnuto come un dramma», scandisce, «C’è chi tifa pareggio, o grandi intese, ma noi andremo al governo solo con il voto di cittadini», «C’è chi non vuole un governo di centrosinistra, una donna di sinistra a palazzo Chigi. Io posso solo offrire le mie aggravanti personali essendo donna, avendo 40 anni ed essendo libera, ma se questo vuole il Paese io sono qui. Avanti, per tutti quelli a cui hanno sempre detto che non ce la potevano fare, che erano troppo o troppo poco». Cita commossa Emma Bonino, la leader radicale appena scomparsa. E chiude: «Io ci sono, andiamo a vincere con l’alleanza progressista, andiamo a cambiare l’Italia», «viva l’Italia antifascista».
La campagna di Schlein verso palazzo Chigi, con tappa intermedia alle primarie, è iniziata.
La sfida di Conte
Restano una serie di serissime questioni da affrontare. E con urgenza. A Reggio Emilia, la sera prima, Conte l’ha avvisata che con Renzi non vuole prendere neanche un caffè. Ma soprattutto ha messo in chiaro che non condivide la «centralità» che il Pd attribuisce a Renzi nella costruzione della gamba di centro dell’alleanza. Lo ha ripetuto pari pari ieri alla festa del Fatto quotidiano, alla Versiliana: «Servono paletti per evitare che ci sia una forza che possa esercitare potere ricattatorio», cioè perché «nessun partito abbia golden share», e «condizioni obiettivi di governo», «essere unitari non significa dare centralità a chi ha il 2 per cento, ma espandere il consenso». E poi, poi si fa per dire, c’è il problema delle armi all’Ucraina. La disponibilità al dialogo da parte di tutto il campo largo che si era sentita risuonare martedì scorso dal palco della festa di Avs, sembra essersi dissolta. «Sull’Ucraina è chiaro che dovremo preventivamente precisare qualche punto fermo, perché non può essere che domattina vinca Schlein o un altro candidato e a quel punto si mandano a gogò armi», ha detto Conte. «Per M5s non è possibile sottoscrivere un programma che prevede di continuare a fare quello che fa Giorgia Meloni in politica estera». Nel Pd riformista è allarme rosso. Gli ha risposto, per la prima volta direttamente, Lorenzo Guerini: «Il sostegno all’Ucraina continuerà (anzi migliorerà visto che negli ultimi mesi l'Italia ha rallentato gli aiuti) fino al raggiungimento di un cessate il fuoco e l’avvio di un negoziato equo. Se ne facciano una ragione».
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