L’ho fatto. Ho acquistato Il mondo al contrario, l’auto da fé del generale Vannacci. L’ho anche letto e sottolineato spuntando formule e frasi degne di nota. Ci ho messo un po’, sono comunque 355 pagine ringraziamenti compresi, ma ho trovato l’esercizio utile per parecchi spunti.

Il primo è che si tratta di un libro, per natura strutturato diversamente da un articolo o una comparsata in piazza e dunque conoscerlo è diverso dall’orecchiarne gli stralci. Al fondo mi pareva una forma di rispetto verso l’autore. Che poi già sull’autore una nota mi sento di fare. Non sulla persona che conosco soltanto per quanto ha scritto e più di recente detto in una tournée alle tivù. No, l’osservazione è se dietro lo scrittore non possa esservi un’equipe (avrei scritto “collettivo”, ma il termine suonava sinistro) che abbia contribuito a comporre il puzzle del mondo ribaltato.

Me lo chiedo perché i dodici capitoli paiono in vari passaggi frutto di mani diverse. Parlo dello stile, dell’uso di rimandi che rotolano spesso in una lingua acida ai confini della trivialità. Confesso che mi ha colpito nel senso che di rado trovi in uno stesso volume il lessico degli iniziati su materie complesse e la pagina dopo un clima d’osteria prossima all’ora di chiusura. Se invece l’insieme di quelle teorie fosse un’esclusiva del generale avrei lo stesso due sensazioni da condividere. Una è questa.

Il contrasto di stili mi ha fatto pensare all’amatissimo Peter Sellers alias colonnello Lionel Mandrake, alias presidente degli USA Merkin Muffley, alias dottor Stranamore nel capolavoro di Kubrick. Lo Stranamore del film è uno scienziato, ex nazista naturalizzato americano, che non trattiene l’istinto a sollevare l’avambraccio teso in un empito giovanile. Anche il nostro generale cede all’impulso di uno slang poco affine alla cura esibita in altre parti del flusso di coscienza. Per dire, nominare “gretini” i giovanissimi tormentati per la sorte del pianeta risulta miserello se letto sulla stampa di destra, stona molto in un saggio su come quel mondo si pensi di raddrizzarlo. Anche peggio descrivere la giovane che si commuove nel rivolgersi al ministro dell’ambiente come una «volubile ragazza…che sembra uscita dalla saga della famiglia Adams» (a meno che l’errore di stampa – la saga riguarda gli Addams, con due “d” – non contempli un nucleo familiare ai più ignoto!). Ma di esempi se ne sommano.

Pazza idea: nominare il generale-scrittore Roberto Vannacci come commissario straordinario di Caivano. La suggestione sarebbe nata a palazzo Chigi – come hanno riferito fonti qualificate a Domani – proprio nei giorni di massima tensione tra Vannacci e il ministero della Difesa. Quando la premier Giorgia Meloni si è recata nel comune alle porte di Napoli dopo le notizie sullo stupro di due cuginette minorenni.

L’idea della promozione del generale è del duo Fazzolari-Meloni. Un’intuizione che si è scontrata con un doppio muro: il no categorico del ministero guidato da Guido Crosetto e quello altrettanto duro del Viminale timonato da Matteo Piantedosi. Non a caso il decreto Caivano del 7 settembre ha individuato per il ruolo un profilo decisamente meno mediatico e controverso come quello di Fabio Ciciliano, dirigente medico della Polizia.

Il caso delle violenze al parco Verde di Caivano è emerso il 25 agosto. Gli stupri avvenuti nel comune campano erano solo gli ultimi di una serie di casi simili, tutti con il comune denominatore della violenza di gruppo contro donne o ragazzine avvenuta nelle periferie urbane di grandi città.

Da una settimana, però, il dibattito pubblico era occupato dalle polemiche attorno al libro Il mondo al contrario, autopubblicato su Amazon dal generale Vannacci. Le opposizioni attaccavano da sinistra. Il ministro Crosetto, per difendere l’immagine dell’esercito, aveva richiamato il generale agli obblighi di imparzialità propri di chi indossa la divisa. Ma da destra non tutti condividevano quella posizione. Anzi, i messaggi di sostegno e condivisione del punto di vista estremo di Vannacci, anti-gay e contro i migranti, si moltiplicavano col passare dei giorni.

In questo clima il governo Meloni si trovava a riprendere i lavori dopo la sospensione estiva: con la tempesta perfetta di un militare che lanciava un messaggio forte e potenzialmente affine all’elettorato vicino all’estrema destra e il riesplodere della cosiddetta emergenza sicurezza sulla scia di una terribile violenza.

La mossa di Meloni

A mano a mano che la fama di Vannacci aumentava, cresceva anche la competizione intestina dentro il centrodestra, tanto da accendere un campanello d’allarme in casa FdI. Se il ministro Crosetto si era subito esposto per arginare e prendere le distanze dal generale («le sue sono farneticazioni», disse pur senza entrare nelle scontro politico), la Lega di Matteo Salvini aveva invece immediatamente sposato le posizioni di Vannacci, lasciando addirittura intrevedere la possibilità di candidarlo alle europee.

«Non chiudo le porte a niente», aveva da subito detto in modo sibillino il generale. Nel frattempo le vendite del libro continuavano a crescere insieme al numero di interviste e alle polemiche ogni volta che veniva organizzata una presentazione.

Anche nel mondo a destra di Meloni gli estimatori si stavano moltiplicando. In prima fila l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, impegnato a compattare l’elettorato più estremo, critico rispetto alla linea “morbida” della premier, considerata un tradimento rispetto alle promesse di campagna elettorale.

Proprio mentre era in corso questo doppio assalto al bacino elettorale di FdI – con conseguente preoccupazione dei vertici – a Fazzolari e Meloni, costretta al silenzio dal suo ruolo istituzionale ma in disaccordo con la linea prudente di Crosetto, è maturata l’idea di passare al contrattacco. Da un lato il responsabile dell’organizzazione, Giovanni Donzelli, interviene pubblicamente sul Corriere della Sera il giorno dopo Crosetto per dire che «in un mondo libero si scrive ciò che si pensa». Dall’altro palazzo Chigi ipotizza di recuperare Vannacci alla causa di FdI nominandolo commissario per l’emergenza sicurezza a Caivano.

L’obiettivo principale è politico: sottrarre il generale alla Lega per portarlo nel cerchio di influenza meloniano e recuperare così quota nell’elettorato storico di FdI, anche a costo di dare nuovo fiato alle polemiche e sbugiardare il proprio ministro della Difesa.

Ma il tentativo non ha potuto superare la netta contrarietà dei due ministeri sotto la cui sfera rientravano entrambe le questioni. Piantedosi ma soprattutto Crosetto avrebbero liquidato l’ipotesi come del tutto impercorribile. Arginando così palazzo Chigi, o forse salvandone la credibilità istituzionale.

La lingua che pensa

Assolviamo pure la bufala sullo ius primae noctis, meno perdonabile tirare in ballo a sproposito Michela Murgia, ma non dubito sarà cura in una nuova edizione eliminare ogni eccesso. Così come si potrebbe archiviare lo «spropositato zelo usato in pandemia per catturare passeggiatori solitari in spiagge deserte» (sic), e la giustificazione sempre e comunque della legittima difesa in casa propria, «E se oltre ai soldi, gioielli e valori…volessero anche farsi una sveltina (doppio sic) con mia moglie o con mia figlia minorenne?». Mettiamoci le femministe, «moderne fattucchiere», a far pendant col richiamo agli «albatros…pochi maschi e moltissime femmine (beati quei pochi!)»(triplo sic) e forse si coglie la perdita dei freni inibitori che magari ti fanno usare un’espressione poco consona, ma difficilmente portano a stamparla nel libro-manifesto di una Weltanschauung.

Se lo fai è per la sintesi illuminante di Tullio De Mauro quando spiegava che la lingua parla per noi e prima ancora «pensa per noi». Ma dicevo di una doppia sensazione. L’altra riguarda l’ampiezza riservata ai singoli temi e qui il calcolo è presto fatto. Soltanto due capitoli si spalmano per una cinquantina di pagine e più. Sono la critica all’ambientalismo e l’analisi della galassia Lgbtq+++. Per tutto il resto (casa, animalisti, famiglia, buonsenso e financo la Patria) lo spazio è contenuto.

Dal che si deduce come in una gerarchia di valori, poche espressioni della casistica umana suonino all’autore peggiori di un ambientalista gay di pelle scura, peggio se supporter di un fisco progressivo. Anche da qui, però, si possono dedurre indicazioni sull’anima del percorso. Perché passi l’encomio a chi conservi una pistola o balestra da usare a presidio del domicilio, ma dove nasce tanto livore verso una generazione indignata per come adulti immaturi intendono consegnarle il mondo?

In questo caso una risposta la offre la destra europea, quella che scorge nella battaglia ecologista il primo danno sociale e il Mondo al contrario non manca d’iscriversi alla crociata mescolando il disprezzo per i fondamentalisti del clima a prove sulla parabola terrena di apocalissi che dovrebbero placare le ansie per qualche ghiacciaio disidratato.

Intolleranza e rimozione

Bene, ma cosa colpisce di questo denigrare il pensiero ostile alle proprie certezze? Direi un tratto di intolleranza sposata alla rimozione. E infatti non bastano cinquanta pagine a ricordare che ogni giorno in Italia una quindicina di ettari (fanno due metri quadri al secondo) finiscono coperti dal cemento o che gli acquedotti perdono quaranta litri su cento dell’acqua che scorre nei tubi.

Ma cosa volete che conti? Meglio maltrattare Greta nella consolazione che tanto la terra se l’è cavata dal neolitico a qui, e ce la farà pure stavolta. Arriviamo così a quel capitolo Lgbtq e 3+ che conta ben 55 pagine dove nulla viene risparmiato.

Ora, sul «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!»si è detto quanto poteva dirsi. È la premessa a dare il là al tutto, «In fin dei conti si tratta di gusti, preferenze, predilezioni…» e oplà, la questione può dirsi risolta.

Primo, perché parliamo di una «esigua minoranza» («si tratterebbe di un misero 2 per cento»). Secondo, perché ciascuno segua la tendenza che vuole purché si evitino «comportamenti ostentativi ed esibizionistici». A rendere fantastico il tutto è la logica: siccome l’Inail certifica che 6 italiani su 10 soffrono il mal di schiena non è dato capire perché fiction e giornali non vedano «rappresentate schiere di lombopatici» mentre quegli stessi contenitori esibiscono in esubero la lobby omosessuale.

Ora, a proposito di minoranze discriminate come lo spieghi che non risultano atti di bullismo verso gli affetti da discopatia e invece non si contano gli adolescenti vittime di un’omofobia tollerata («di una legge contro l’omotransfobia io non ne vedo assolutamente la necessità»).

La chiusa? Eccola, «Il gay, il masochista, il vegano, il mangiatore di cani o di gatti pure è un eccentrico, e tutte le porte gli devono essere aperte nel nome della parità, ma almeno non dovrebbe ostentare la sua eccentricità nel rispetto dei comportamenti e dei valori comuni. E comuni significa anche normali».

Capito? Se vi capitasse di incrociare due ragazze mano nella mano o che amorevolmente si baciano non indugiate e reagite come fareste se ai giardinetti uno sconosciuto acchiappasse il vostro bassotto e ne masticasse una zampa. Cos’altro dire? A ridosso del ’68, di quel moto giovanile intendo, Giorgio Amendola denunciò il “fatto politico” rappresentato dal successo dei testi di Marcuse, campione di vendite in assenza di una “confutazione” efficace.

Anche il generale Vannacci ha stupito per il numero di copie diffuse. Quanto alle confutazioni ne ha ricevute parecchie, navigando tra ironie, scomuniche, encomi e apprezzamenti. Per parte mia non credo all’operazione di un libero battitore. Penso siano stati scelti con cura tempi e modi, ma soprattutto temo – sì, lo temo sinceramente – che al pari di Marcuse più di mezzo secolo fa, anche questo dimenticabile volume rifletta il clima del tempo e fosse solo per questo sarebbe compito della sinistra e del suo ceto intellettuale interrogarsi su cosa abbia reso possibile un evento simile.

Per il momento mi accontento di un ricordo, e si perdoni l’immagine che non ha nulla di violento, ma a lettura completata il pensiero è corso ai centomila acquirenti del libro e subito dopo alla spietata lucidità di Petrolini nel replicare a un tizio che lo fischiava dal loggione, «Io nun ce l’ho cò te, ma cò quelli che te stanno vicino e nun t’hanno buttato de sotto».

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