La repressione violenta condotta da Ice e le derive autoritarie dell’attuale amministrazione Usa trovano un fronte di resistenza anzitutto a Minneapolis, luogo dell’assassinio di Good. Negozianti che chiudono per protesta, solidarietà di vicinato, parlamentari e leader religiosi che sfidano le manette
Se lo scopo della repressione violenta condotta dall’amministrazione Trump per mano del corpo speciale Ice è quella di terrorizzare chiunque dissenta, allora il messaggio del fiume di persone sceso nelle strade del Minnesota venerdì per protesta è: non ci facciamo intimidire.
Sciopero di massa
Minneapolis è la città dove Ice ha freddato con più colpi di pistola la cittadina statunitense Renée Good – l’autopsia dice tre colpi, di cui uno dritto alla testa – e così il Minnesota, lo stato nel quale l’amministrazione trumpiana rivendica «la più ampia operazione della storia», diventa l’epicentro dove le proteste prendono forma, raccogliendo solidarietà anche nelle altre città degli Stati Uniti.
Venerdì le strade di Minneapolis si sono gonfiate di manifestanti, che hanno sfidato le temperature sotto lo zero per mandare un messaggio chiaro: «Via Ice!». L’intera popolazione ha partecipato, in svariate forme: i commercianti e le attività produttive hanno espresso le loro rimostranze tramite l’adesione allo sciopero generale. Vetrine e saracinesche chiuse, attività scolastiche e lavorative disertate.
Del resto, da quando gli Ice hanno cominciato la loro repressione selvaggia, sequestrando anche chi è cittadino statunitense o è regolarmente sul territorio Usa, arrestando anche bimbi molto piccoli e utilizzandoli inoltre come esca per acciuffare anche i genitori, buttando a terra con violenza chi protesta, alcune scuole hanno già concesso ai bambini di seguire le lezioni da casa; un vero e proprio lockdown indotto dal clima di terrore, con la popolazione locale che si è organizzata per portare cibo a domicilio mettendo così al sicuro i vicini.
La comunità, i piccolissimi allievi delle scuole, «stanno vivendo un vero e proprio trauma», ha preso il coraggio di denunciare alla stampa Zena Stenvik, sovrintendente di uno dei distretti scolastici di Minneapolis, riferendo di almeno quattro bambini arrestati e portati via «da uomini dell’Ice senza distintivi di riconoscimento»; anche bambini entrati regolarmente nel paese, assieme alle loro famiglie.
La deriva autoritaria violenta
E ormai neppure in casa si è più al sicuro. Come è emerso in questi giorni, un memo interno fornito ai membri di Ice suggerisce loro di fare irruzione nelle case, ovvero nelle proprietà private, pur senza un mandato del giudice, ovvero a dispetto di quelli che sarebbero gli obblighi di legge, che l’amministrazione Trump continua a forzare. «Serve solo un mandato amministrativo di Ice stesso», è arrivato a sostenere il direttore di Ice, Todd Lyons.
Negli scorsi giorni alcuni leader religiosi hanno messo al sicuro nelle chiese la popolazione, ma neppure questa fascia è risparmiata dalla brutalità della repressione trumpiana: venerdì, nel giorno delle proteste, un centinaio di leader religiosi sono stati arrestati all’aeroporto internazionale di Minneapolis; prima di esser trascinati via in manette, in ginocchio hanno cantato inni e pregato, in segno di protesta.
Manette pure a preti e parlamentari
Si trovavano lì per vigilare su quel che stava succedendo: come un pastore luterano, Justin Lind-Ayres, ha testimoniato ai cronisti statunitensi, all’aeroporto si trovavano aerei carichi di migranti da portar via. Neppure i luoghi di detenzione sono posti sicuri; emergono testimonianze di torture e violenze, come quella di una donna costretta a violenze sessuali per poter rivedere la figlia.
Una parlamentare, LaMonica McIver, è stata messa dall’amministrazione Trump nelle condizioni di rischiare 17 anni di prigione perché ha voluto presidiare – come i membri del Congresso possono in teoria fare – sulle condizioni di detenzione in una prigione per migranti a Newark.
Il contesto politico
Le reazioni popolari contro lo strapotere di Ice producono sommovimenti in entrambe le galassie politiche. In quella trumpiana, il presidente Usa ha dapprima tentato in ogni modo di giustificare i fatti mostrando a portata di telecamere che Ice starebbe cacciando criminali violenti illegalmente in Usa; il vice, J.D. Vance, è stato pure spedito in Minnesota, questa settimana. Gli ultimi sviluppi fanno parte di una strategia deliberata, da parte di un presidente e di un’amministrazione che fanno del clima di emergenza la loro principale leva per scavallare i vincoli democratici: dall’imposizione di dazi, passando per il blitz in Venezuela, le normali procedure democratiche (in quei casi, il coinvolgimento del Congresso) sono state del tutto scavalcate.
Ma il caso Good sta mettendo in difficoltà la galassia trumpiana che guarda alle elezioni di metà mandato: sette americani su dieci – la cifra è di YouGov – hanno visto le immagini dell’assassinio di Good e la tattica di far finta che anch’esso sia stato lecito, o di evitare la questione come ha fatto la portavoce di Trump, sta diventando insostenibile.
Sul fronte dem, l’ala a sinistra fa opposizione dura: lo si vede dalle posizioni assunte dall’inizio dal duo Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, che col loro tour anti broligarchi hanno provato a rianimare l’opposizione, ai quali si aggiunge ora il sodale politico Zohran Mamdani, eletto sindaco a New York. Ma non manca una dialettica interna al partito – e la stampa statunitense come il Wall Street Journal la pone in evidenza. In vista del midterm, dunque delle primarie tra democratici per la candidatura a senatore in Minnesota, Peggy Flanagan, dell’area sandersiana, propone di voltare del tutto pagina rispetto a Ice; la centrista Angie Graig su questo non è in linea.
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