Dopo l’uccisione di Renée Good da parte dell’Ice, liquidata da Trump come «errore» («gli errori capitano, a chi deve affrontare criminali»), mentre tutta l’America e in particolare il Minnesota stava protestando contro le derive autoritarie e la repressione violenta trumpiana, questo sabato Minneapolis è stata scossa dall’ennesima notizia di un’uccisione in città: un uomo ha perso la vita a seguito di una sparatoria per mano di agenti federali. 

Cronaca di un'altra uccisione

Mentre i commercianti aprono le porte delle loro attività per dare rifugio ai manifestanti, in fuga dai lacrimogeni sparati dalle forze dell’ordine, iniziano ad arrivare elementi sulla sparatoria che ha portato alla morte di un uomo. Colpito più volte, dice il capo della polizia di Minneapolis; «ho visto video di qualcosa come sei agenti che si accaniscono su di lui», aggiunge il sindaco. 

Tra i primi a dare l’allerta, il governatore dem del Minnesota, Tim Walz: «Ho appena parlato con la Casa Bianca dopo un’altra, orribile sparatoria a opera degli agenti federali questa mattina» (pomeriggio italiano di sabato). Il Minnesota ne ha abbastanza. Viene il voltastomaco. Il presidente la smetta con questa operazione. Mandi via dal Minnesota queste migliaia di agenti violenti e inesperti. Now. Adesso».

Poi notizie dal comune di Minneapolis: «Un’altra sparatoria nell’area tra la 26esima strada ovest e Nicollett Avenue. Restate calmi, evitate la zona, forniremo dettagli presto».

Mentre i cronisti attendevano il briefing delle autorità, nel frattempo la Cnn dava la notizia: «L’uomo a cui gli agenti federali hanno sparato a Minneapolis è morto, dice il capo della polizia a Cnn». Notizia poi confermata dal dipartimento della sicurezza nazionale, la cui versione è la seguente: l’uomo era armato, si è avvicinato agli agenti con l’arma, aveva due giornali ma nessun documento identificativo, e ha opposto resistenza.

Bisogna aspettare di avere tutti gli elementi prima di trarre conclusioni: nei primi frangenti dopo l’uccisione di Good, era stata inizialmente diffusa dall’amministrazione una versione colpevolizzante la vittima, poi smentita per forza di cose dalle immagini; a ulteriore conferma dei tentativi trumpiani di imporre una versione incongruente coi fatti nel caso Good, si aggiungono le dimissioni arrivate in questi giorni tra le file di chi aveva in carico le indagini.  Gli aggiornamenti su questa vicenda proseguono in un pezzo ad hoc.

Lo sciopero iniziato venerdì

(Proteste anti-Ice a New York il 23 gennaio. Foto Ansa)
(Proteste anti-Ice a New York il 23 gennaio. Foto Ansa)
(Proteste anti-Ice a New York il 23 gennaio. Foto Ansa)

Minneapolis è la città dove Ice ha freddato con più colpi di pistola la cittadina statunitense Renée Good – l’autopsia dice tre colpi, di cui uno dritto alla testa – e così il Minnesota, lo stato nel quale l’amministrazione trumpiana rivendica «la più ampia operazione della storia», diventa l’epicentro dove le proteste prendono forma, raccogliendo solidarietà anche nelle altre città degli Stati Uniti. 

(Basta Ice!, reclamano i manifestanti. Foto Ansa)
(Basta Ice!, reclamano i manifestanti. Foto Ansa)
(Basta Ice!, reclamano i manifestanti. Foto Ansa)

Venerdì le strade di Minneapolis si sono gonfiate di manifestanti, che hanno sfidato le temperature sotto lo zero per mandare un messaggio chiaro: «Via Ice!». Se lo scopo della repressione violenta condotta dall’amministrazione Trump per mano del corpo speciale Ice era quella di terrorizzare chiunque dissenta, allora il messaggio del fiume di persone sceso nelle strade del Minnesota venerdì per protesta è stato: non ci facciamo intimidire. L’intera popolazione ha partecipato, in svariate forme: i commercianti e le attività produttive hanno espresso le loro rimostranze tramite l’adesione allo sciopero generale. Vetrine e saracinesche chiuse, attività scolastiche e lavorative disertate.

(Bimbo di cinque anni acciuffato da Ice mentre tornava a casa dalla scuola, poi portato col padre in un centro di detenzione in Texas. Foto Ansa)
(Bimbo di cinque anni acciuffato da Ice mentre tornava a casa dalla scuola, poi portato col padre in un centro di detenzione in Texas. Foto Ansa)
(Bimbo di cinque anni acciuffato da Ice mentre tornava a casa dalla scuola, poi portato col padre in un centro di detenzione in Texas. Foto Ansa)

Del resto, da quando gli Ice hanno cominciato la loro repressione selvaggia, sequestrando anche chi è cittadino statunitense o è regolarmente sul territorio Usa, arrestando anche bimbi molto piccoli (ad esempio un bimbo di cinque e una bimba di due anni), utilizzando inoltre i bambini come esca per acciuffare anche i genitori, buttando a terra con violenza chi protesta, alcune scuole hanno già concesso ai bambini di seguire le lezioni da casa; un vero e proprio lockdown indotto dal clima di terrore, con la popolazione locale che si è organizzata per portare cibo a domicilio mettendo così al sicuro i vicini.

La comunità, i piccolissimi allievi delle scuole, «stanno vivendo un vero e proprio trauma», ha preso il coraggio di denunciare alla stampa Zena Stenvik, sovrintendente di uno dei distretti scolastici di Minneapolis, riferendo di almeno quattro bambini arrestati e portati via «da uomini dell’Ice senza distintivi di riconoscimento»; anche bambini entrati regolarmente nel paese, assieme alle loro famiglie. 

La deriva autoritaria violenta

(Trump. Foto Ansa)
(Trump. Foto Ansa)
(Trump. Foto Ansa)

E ormai neppure in casa si è più al sicuro. Come è emerso in questi giorni, un memo interno fornito ai membri di Ice suggerisce loro di fare irruzione nelle case, ovvero nelle proprietà private, pur senza un mandato del giudice, ovvero a dispetto di quelli che sarebbero gli obblighi di legge, che l’amministrazione Trump continua a forzare. «Serve solo un mandato amministrativo di Ice stesso», è arrivato a sostenere il direttore di Ice, Todd Lyons. 

(Proteste anti Ice venerdì a Berkeley. Foto Ansa)
(Proteste anti Ice venerdì a Berkeley. Foto Ansa)
(Proteste anti Ice venerdì a Berkeley. Foto Ansa)

Negli scorsi giorni alcuni leader religiosi hanno messo al sicuro nelle chiese la popolazione, ma neppure questa fascia è risparmiata dalla brutalità della repressione trumpiana: venerdì, nel giorno delle proteste, un centinaio di leader religiosi sono stati arrestati all’aeroporto internazionale di Minneapolis; prima di esser trascinati via in manette, in ginocchio hanno cantato inni e pregato, in segno di protesta. 

Manette pure a preti e parlamentari

Si trovavano lì per vigilare su quel che stava succedendo: come un pastore luterano, Justin Lind-Ayres, ha testimoniato ai cronisti statunitensi, all’aeroporto si trovavano aerei carichi di migranti da portar via. Neppure i luoghi di detenzione sono posti sicuri; emergono testimonianze di torture e violenze, come quella di una donna costretta a violenze sessuali per poter rivedere la figlia.

Una parlamentare, LaMonica McIver, è stata messa dall’amministrazione Trump nelle condizioni di rischiare 17 anni di prigione perché ha voluto presidiare – come i membri del Congresso possono in teoria fare – sulle condizioni di detenzione in una prigione per migranti a Newark. 

Il contesto politico prima dello sciopero

Già prima delle proteste di venerdì, le reazioni popolari contro lo strapotere di Ice producevano sommovimenti in entrambe le galassie politiche.

In quella trumpiana, il presidente Usa ha dapprima tentato in ogni modo di giustificare i fatti mostrando a portata di telecamere che Ice starebbe cacciando criminali violenti illegalmente in Usa; il vice, J.D. Vance, è stato pure spedito in Minnesota, questa settimana. Gli ultimi sviluppi fanno parte di una strategia deliberata, da parte di un presidente e di un’amministrazione che fanno del clima di emergenza la loro principale leva per scavallare i vincoli democratici: dall’imposizione di dazi, passando per il blitz in Venezuela, le normali procedure democratiche (in quei casi, il coinvolgimento del Congresso) sono state del tutto scavalcate.

(Vance a Minneapolis. Foto Ansa)
(Vance a Minneapolis. Foto Ansa)
(Vance a Minneapolis. Foto Ansa)

Ma il caso Good sta mettendo in difficoltà la galassia trumpiana che guarda alle elezioni di metà mandato: sette americani su dieci – la cifra è di YouGov – hanno visto le immagini dell’assassinio di Good e la tattica di far finta che anch’esso sia stato lecito, o di evitare la questione come ha fatto la portavoce di Trump, sta diventando insostenibile. Ultimamente Trump, non potendo del tutto negare i fatti, li ha derubricati a «errori, errori possono capitare a chi deve affrontare criminali», insinuando che la donna che urla disperata “vergogna” durante l’assassinio sia una agitatrice «professionista».

Sin dall’arrivo massiccio e violento di Ice in città, il primo fronte di resistenza è stato il sindaco, che ha da sùbito detto ad Ice di «andarsene» e che ha ribadito il concetto quando Vance si è recato in città.

Sul fronte dem, l’ala a sinistra fa opposizione dura: lo si vede dalle posizioni assunte dall’inizio dal duo Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, che col loro tour anti broligarchi hanno provato a rianimare l’opposizione, ai quali si aggiunge ora il sodale politico Zohran Mamdani, eletto sindaco a New York. Ma non manca una dialettica interna al partito – e la stampa statunitense come il Wall Street Journal la pone in evidenza. In vista del midterm, dunque delle primarie tra democratici per la candidatura a senatore in Minnesota, Peggy Flanagan, dell’area sandersiana, propone di voltare del tutto pagina rispetto a Ice; la centrista Angie Graig su questo non è in linea.

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