L’ultima moda illiberale? Conferenze stampa in cui è chi governa a pretendere di scegliersi le domande, attaccando i giornalisti invece di dare risposte all’opinione pubblica. Questo schema ricorrente mostra un potere che muta in una direzione sempre più autoritaria
La portavoce di Donald Trump, Karoline Leavitt, che non risponde alle domande e pur di schivarle lancia provocazioni e attacchi ai giornalisti: ricorda qualcosa? Viene forse una sensazione di déjà vu di Giorgia Meloni alla conferenza stampa annuale?
La gestione del potere da parte della premier si avvicina sempre più a quella dell’alleato Trump. Una mutazione che va ben oltre il rapporto tra governo e giornalisti; riguarda la concezione autoritaria del potere stesso. L’idea è di non dover rendere conto del proprio operato; il presidente Usa lo ha proprio esplicitato, «l’unico limite a me stesso sono io». Chi chiede conto al potere – la accountability è l’essenza della democrazia – si ritrova sùbito lanciata addosso la giacca da nemico, così da polarizzare il dibattito: non come la pensi e come governi, ma con chi stai e per chi tifi?
Per “buttarla in caciara” si trasforma la dialettica democratica in uno schema amico-nemico, provando a trascinare il giornalista come fosse parte in causa del gioco politico e non l’osservatore che deve fornire elementi all’opinione pubblica perché possa formarsi una propria opinione.
Si arriva al punto che Leavitt, invece di rispondere, fa lei domande al giornalista; proprio come ha provato a fare Meloni in conferenza stampa, sapendo bene peraltro che la giornalista non poteva replicare. Né doveva: i giornalisti fanno domande, i potenti rispondono; Meloni pretende invece di scegliere le domande, di rivolgere attacchi in forma di domande a chi osi chiederle risposte.
Lo stesso schema
Lo schema Meloni-Leavitt è molto simile: di fronte a una domanda che mette in difficoltà, si evita di rispondere e si lancia una provocazione al giornalista; dopodiché, a prescindere da quel che il cronista dice o non dice, lo si attacca, denigrando chi interroga il potere e provando il più possibile a evitare di articolare una seria risposta nel merito.
La conferenza stampa di Meloni a gennaio si è svolta in una cornice in cui i giornalisti non solo non avevano spazio per un secondo intervento – del resto è una conferenza stampa, non un talk show politico tra due parti in causa – ma non avevano neanche la possibilità di follow up, alla quale siamo abituati nei contesti europei.
Durante le conferenze stampa della Commissione Ue, ad esempio, se un giornalista ritiene che il livello politico abbia schivato la sua domanda, manipolato le informazioni o dato risposte parziali, ha diritto al “follow up”, a insistere sul punto. Nella conferenza della premier questa opzione non era prevista (lo ha fatto notare con le giuste parole il collega Federico Fubini).
Alla domanda di Domani sulla postura della premier verso gli attacchi di Trump al diritto internazionale e il suo autoproclamato strapotere, e alla richiesta di chiarimenti sulla vicenda Caputi – il tutto si può recuperare in video – la premier ha anzitutto sviato le domande ed è partita in attacco.
Ha cominciato col dire che si sarebbe aspettata un’altra domanda (come se spettasse a lei sceglierle), ha iniziato a commentare un’altra vicenda, in un modo volto a screditare il lavoro della redazione; ha provato a ingaggiare la giornalista in una polemica su questo punto, ma avendo fallito in questo, è infine andata in modo vago sulle domande. Buttandola in caciara, come si dice: «Dovremmo forse assaltare i McDonald’s?» e via dicendo.
Andiamo ora alla Casa Bianca, dove poche ore fa Niall Stanage della testata americana The Hill ha chiesto conto al presidente Usa – tramite la portavoce che a nome di Trump si esprime – dell’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente ICE. L’amministrazione Trump dice che gli agenti ICE hanno fatto tutto correttamente, Good è stata uccisa da un agente con un colpo alla testa, «come può tutto ciò corrispondere al fare tutto correttamente?».
Invece di rispondere, la portavoce trumpiana fa esattamente quel che anche Meloni aveva fatto: prova lei a chiamare in causa il cronista.
E dice, in questo caso: «Perché Good era stata sfortunatamente e tragicamente uccisa?».
Il giornalista chiede di chiarire la mossa: «Lei sta domandando a me la mia opinione?». Sì, dice Leavitt. Dunque la portavoce sta esplicitamente chiedendo al giornalista una sua opinione, invece di rispondere – lei – sui fatti dei quali il cronista le chiede conto. Nel caso di Stanage, lui abbocca all’esca, e dice effettivamente come lui vede la faccenda: «Perché un agente ICE ha agito in modo sconsiderato e l’ha uccisa ingiustificatamente».
«Quindi lei è un cronista prevenuto con opinioni di sinistra», va all’attacco Leavitt. «Ma dire la mia opinione è quel che lei mi ha chiesto di fare», ribatte lui. E la portavoce di Trump insiste: «Lei è un infiltrato di sinistra, non è un giornalista e lo si capisce dalle premesse della sua domanda. Lei e la gente dei media che ha così tante opinioni prevenute e false non dovreste neppure sedervi qui».
In realtà è proprio nell’èra Trump-Leavitt che alle conferenze stampa si è aperto il varco anche non a giornalisti ma a influencer, rigorosamente conservatori, Maga e di ultradestra, rappresentati come «i nuovi media».
Stanage ha semplicemente fatto il giornalista, ma il playbook illiberale prevede la costruzione del nemico e – dopo che il cordone sanitario contro l’estrema destra è stato ridotto a brandelli – la proiezione di un cordone anti «sinistra», definizione usata come ombrello per infilare chiunque possa esprimere una voce critica.
Lo schema illiberale è stato importato in Europa anzitutto da Viktor Orbán, dal quale sia Meloni che Orbán hanno mutuato le tattiche. La «formula Finkelstein» – costruire il nemico – viene sperimentata anche in Europa da oltre quindici anni. Tuttavia nell’èra Trump 2.0 questa tendenza si esaspera, accelera e aumenta di scala: ormai Meloni, trumpizzandosi, rischia di superare il maestro ungherese.
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