Torna altissima la tensione nel Golfo Persico, il memorandum d’intesa appare appeso ad un filo sempre più esile. E il nodo inestricabile è ancora Hormuz. Donald Trump accusa l’Iran di aver lanciato almeno quattro droni d'attacco unidirezionali contro navi nello Stretto: uno dei velivoli ha colpito una mercantile che però ha proseguito il suo tragitto. «Si tratta», tuona il presidente americano come al solito su Truth, «di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco». Il clima torna a surriscaldarsi, insomma. Anche gli ayatollah scelgono di tornare al tono delle minacce.

Avvertimenti iraniani

«Minaccia». «Passo pericoloso». «Provocazioni». A raffica, questi sono gli avvertimenti che ha sparato ieri Teheran. Prima contro Israele e poi contro i Paesi del Golfo. A scandire i moniti è stato Khatam al-Anbiya, quartier generale del Comando unificato iraniano: gli aerei militari israeliani che non mostreranno temperanza e continueranno a sorvolare lo spazio aereo degli Stati confinanti verranno considerati «una minaccia» per la Repubblica Islamica tutta. Il messaggio è destinato a risuonare fino a Washington: gli statunitensi devono tenere sotto controllo i caccia dei loro alleati; in caso contrario, se non sapranno trattenerli, allora Teheran considererà ulteriori azioni e iniziative, rivendicando «il legittimo diritto di rispondere a queste azioni pericolose».

Aperto, poi chiuso. Di nuovo transitabile, quindi nuovamente serrato. Ah, no è riaperto: si tratta dello status dello Stretto di Hormuz che sembra variare di ora in ora, mentre resta sospeso tra annunci contrastanti e continui cambi di scenario; ieri però oltre cento navi mercantili e petroliere hanno attraversato lo snodo che Teheran controlla fermamente. Ancora ieri, in linea con quanto sostenuto negli ultimi giorni seguiti alla firma dell'accordo con gli Usa, gli sciiti hanno ricordato che l'unico passaggio consentito è quello «lungo le rotte dichiarate dall'Iran». Sulla stampa americana si legge che i Pasdaran stanno già predisponendo un sistema destinato a gestire il nuovo regime di tariffe e pagamenti per i servizi di sicurezza, un meccanismo capace di generare miliardi (circa 40 ogni anno). Hanno trasformato Hormuz in un enorme check point marittimo che è nelle loro mani, ma non solo nei loro palmi potrebbero finire i proventi; non è escluso che possano cederne parte a Stati confinanti per convincerli ad appoggiare il progetto.

La strategia americana sembra ormai orientata a rafforzare patti più con le monarchie del Golfo dopo che il memorandum con gli iraniani non sta producendo i risultati sperati, ma nel frattempo Washington e Teheran hanno istituito una linea diretta di comunicazione per ridurre il rischio di incidenti. Un canale che però ieri non ne ha impediti: sono state bloccate le evacuazioni di migliaia di marinai intrappolati nell'area; è stato colpito un vascello nel Golfo dell'Oman mentre tentava di attraversarlo.

Quel braccio d'acqua assomiglia, anche morfologicamente, al braccio di ferro che l'Iran sta ingaggiando con gli Stati vicini; il ministero degli Esteri iraniano ieri ha risposto alla dichiarazione congiunta del Consiglio di cooperazione del Golfo a cui ha partecipato anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio. È stata bollata come «provocatoria», «interventista, irresponsabili». Il testo non riguarda solo lo Stretto, ma contiene riferimenti anche al programma nucleare e missilistico sciita (oltre che allo sciame di droni dell'esercito) e questo costituisce una netta «ingerenza» negli affari regionali.

E nemmeno l’Aiea molla. Non molla il capo dell’Agenzia atomica Rafael Grossi che assicura dal Giappone che verrà istituto un sistema di verifica «estremamente rigoroso» per controllare l’atomo dei pasdaran; questo è il senso dell’accordo con gli statunitensi, ha ricordato: garantire che la Repubblica Islamica non sviluppi il sistema nucleare.

Fronte libanese

Non sono finiti due giorni fa come previsto, ma sono durati ancora un giorno i colloqui tra israeliani e libanesi a Washington: è il quinto round negoziale mediato dagli americani. A quanto scrive Axios, l’annuncio di un accordo quadro sarebbe imminente, eppure i fuochi sul fronte ancora non si sono spenti. Due raid aerei israeliani hanno colpito ieri Nabatiye, le incursioni continuano nel Libano sud dove droni lanciano volantini su Mansouri, nei pressi della già bersagliata Tiro. Sui fogli c'è scritto: «Zona pericolosa! State alla larga!». È l'Idf che, sordo alle richieste americane, procede nell'avanzata.

Bye, Bye Middle East. Arrivederci Oriente Medio. L’amministrazione trumpiana valuta di riposizionare alcune delle sue basi più a ovest, più lontano dalla gittata dei missili delle milizie sciite. Si legge sul Wall Street Journal: «Come l'Iran ha devastato una base navale americana e ha costretto gli Stati Uniti a ricalcolare le proprie strategie. Le immagini satellitari rivelano per la prima volta l'entità dei danni causati dall'Iran alla base navale di supporto in Bahrein». I danni causati dall’esercito di Teheran non sono così irrilevanti come in precedenza riferito; e anche se il Pentagono sta zitto, sono le immagini, poi finite sui social media, a parlare.

«Abbiamo un nuovo mercato in arrivo: l'Iran!». In una realtà parallela sembra continuare a vivere il presidente repubblicano che non smette di rivendicare risultati strabilianti, pur tra minacce, accuse e sfuriate varie. Ieri nel Rose Garden della Casa Bianca, durante un incontro con gli agricoltori americani, ha detto che i loro prodotti finiranno nelle strade iraniane perché verranno acquistati con i fondi congelati (nonostante Teheran continui a negarlo). «Li abbiamo messi fuori combattimento e ora stiamo negoziando da una posizione di pura forza». Nessuno si aspetta più che le parole di Trump combacino con la realtà dei fatti; è anche il riflesso di una progressiva disaffezione allo strombazzamento retorico del tycoon dalla credibilità logorata. Il rischio è che ad essersi consumata non sia solo la sua, ma quella dell'intera America.

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