Zone pilota, restituzione di detenuti e progressivo ritiro dell’Idf da alcune aree del sud del paese. Questi sono i temi al centro del settimo round di negoziati che si terranno nella capitale dal 4 al 6 agosto
Riprendono oggi a Roma i negoziati tra Libano e Israele, con la mediazione degli Stati Uniti. Si tratta del settimo round di negoziati e il secondo di fila che si tiene nella capitale, dopo i primi cinque di Washington.
La nuova tornata di colloqui, della durata prevista di tre giorni, fa seguito agli incontri del 14 e 15 luglio e punta a consolidare i primi risultati ottenuti nelle cosiddette zone pilota nel sud del Libano.
Alla vigilia del vertice, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato con i capi delle due delegazioni, l’israeliano Yechiel Leiter e il libanese Simon Karam, invitandoli a proseguire il confronto con spirito costruttivo. «Roma è diventata la capitale della pace, del dialogo e del confronto», ha dichiarato il titolare della Farnesina, secondo cui la scelta della città come sede dei colloqui dimostra il lavoro svolto dal governo italiano per favorire una soluzione diplomatica. Tuttavia, il governo italiano non ha voce in capitolo e non parteciperà alle trattative. La sede dei colloqui, infatti, è ancora una volta l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma.
Il punto delle trattative
Uno dei nodi principali riguarda il progressivo ritiro dell’esercito israeliano dalle aree meridionali del Libano e il contemporaneo dispiegamento dell’esercito libanese. Beirut considera positivo il primo esperimento nelle zone di Froun-Srifa e Zawtar Occidentale e punta ora a estendere il meccanismo ad altre aree. Il principio negoziale è quello del “passo dopo passo”: a ogni avanzamento delle forze armate libanesi dovrebbe corrispondere un arretramento israeliano.
Israele lega tuttavia il ritiro completo alla capacità dell’esercito di Beirut di impedire il ritorno di Hezbollah nelle zone evacuate. Sul tavolo c’è quindi anche il futuro di miliziani che finora hanno sempre respinto l’accordo quadro firmato a Washington tra i due paesi.
Stati Uniti e Israele chiedono un maggiore controllo dei confini, dei porti e degli aeroporti libanesi, per ostacolare il traffico di armi iraniane e le reti di finanziamento legate a Teheran, al contrabbando e al riciclaggio. Particolare attenzione viene riservata al confine tra Libano e Siria, considerato ancora un canale vulnerabile.
Una valutazione positiva del comportamento dell’esercito libanese potrebbe inoltre sbloccare nuovi aiuti americani. Beirut attende fino a 150 milioni di dollari, mentre il presidente Joseph Aoun avrebbe chiesto un pacchetto più ampio, fino a 500 milioni, tra attrezzature e assistenza.
I negoziati affronteranno anche la delimitazione dei confini. Per quelli marittimi è prevista una revisione tecnica dell’accordo esistente, senza riaprirne l’impianto, mentre per quelli terrestri resta da trovare una soluzione definitiva tra tracciati storici differenti: l’accordo franco-britannico degli anni Venti, la linea dell’armistizio del 1949 e la Linea blu stabilita nel 2000.
Un altro capitolo particolarmente delicato riguarda quello dei detenuti. Il Libano chiede il rilascio dei propri cittadini detenuti in Israele e la restituzione dei corpi dei miliziani di Hezbollah uccisi negli scontri. Israele ha invece preparato dossier sugli ebrei libanesi rapiti e uccisi negli anni Ottanta, i cui resti non sono mai stati riconsegnati.
Tajani ha espresso apprezzamento per i primi risultati raggiunti e ha ribadito l’impegno dell’Italia a sostenere lo Stato libanese, anche per evitare vuoti di sicurezza dopo la conclusione della missione di peacekeeping dell’Unifil. «Ho incoraggiato le parti a trovare un accordo perché il Libano possa vivere in pace», ha detto il ministro, sottolineando che il successo del negoziato è nell’interesse non solo dei due paesi, ma della stabilità dell’intera regione.
© Riproduzione riservata