Sarà perché nel 2021 sono morti per Covid 385mila americani, sarà perché a essi si sono aggiunti centomila morti per overdose di una nuova droga sintetica; oppure sarà perché quattro milioni e mezzo di americani hanno deciso di smettere di lavorare, principalmente perché non ce la fanno più (il fenomeno si chiama “The great resignation”).

Oppure sarà perché i prezzi di tutto sono aumentati e la lavapiatti che ha ordinato quattro mesi fa giace in una delle venti navi portacontainer ferme da mesi, che vede di fronte a casa, ma lo stato d’animo del cittadino Anthony Sanfilippo, un anziano pensionato che ha sempre votato per il partito democratico, mio alter ego e spettatore allibito degli avvenimenti del 6 gennaio 2021, non è dei migliori.

L’anno scorso ne avevo fatto il protagonista di un libretto «realistico distopico» in cui si raccontavano l’assalto al Campidoglio e le bandiere del sud schiavista sventolare sotto i ritratti di Abraham Lincoln; la pazzia di Donald Trump, le pulsioni fasciste emerse in una parte non piccola del paese, lo sciamano e i suoi colleghi di QAnon, ma anche i motivi di speranza. La democrazia aveva retto, i risultati elettorali erano stati confermati, e persino il poliziotto bianco che aveva premuto il suo ginocchio su un uomo nero disarmato per nove minuti e mezzo, era stato punito, per la prima volta dopo duecento anni di razzismo.

Sì, Anthony Sanfilippo era contento, ma poi sono cominciate le sue tribolazioni. E la ragione era fondamentalmente che non c’era stata una punizione per gli autori del “golpe” o del “complotto”, o di come si fosse voluto chiamare; che il partito repubblicano, invece di espellere Trump dalle sue fila, se lo teneva ben stretto; che l’idea che, in qualche modo, i democratici avessero “rubato” le elezioni, era dura a morire. Che stava passando l’idea che tutto il 6 gennaio fosse da derubricare a una intemperanza, certo violenta, ma non organizzata o teleguidata; piuttosto, una spontanea ribellione verso una casta di politici e di radical chic pervertiti che volevano distruggere i valori fondanti del modo di vita dei bianchi americani.

Schwarzie inascoltato

Sanfilippo si era appassionato a trovare somiglianze storiche (o letterarie) per quello che era successo in America: era l’assalto al palazzo d’inverno di Pietroburgo guidato da Lenin? era la marcia delle donne verso la reggia di Versailles, o il 18 brumaio di Napoleone Bonaparte? La presa della Bastiglia? O la notte dei cristalli di Hitler, il prodromo dell’olocausto che né l’Europa ancora democratica, né l’America di Roosevelt vollero vedere?

Di tutti i paralleli, quest’ultimo lo aveva colpito, perché era stato sollevato, inaspettatamente, non da uno storico o da un politico, ma dall’ex campione di bodybuilding, ex Conan il Barbaro, ex Terminator, ma anche ex governatore della California, Arnold Schwarzenegger, repubblicano, un tempo uomo di punta del partito, tuttora popolarissimo.

Schwarzie, immigrato dall’Austria, figlio di un poliziotto nazista, arrivato in America senza un soldo in tasca, per diventare poi uno dei simboli del sogno americano fece un’apparizione televisiva seguita da cento milioni di spettatori in cui impugnò la spada di Conan e disse che la lama, la lama della democrazia, va continuamente temprata, nel caldo e nel ghiaccio, altrimenti perde il filo.

Secondo me, aveva ragione ed era la persona giusta per dirlo. Ma fu inascoltato, soprattutto nel suo partito. Solo un pugno di senatori repubblicani votò per l’impeachment di Trump, solo una, Liz Cheney, immediatamente espulsa, accettò di far parte della commissione d’inchiesta voluta dalla Camera; tutti gli altri stettero zitti.

E lui, il presidente in esilio a Mar a Lago, bannato dai social, continuò a comportarsi da padrone del partito. A raccogliere miliardi, a governare Fox news (a cui continua ad abbeverarsi la metà del pubblico televisivo americano), a scegliere i candidati per le prossime elezioni, e, soprattutto, a imporre nuovi regolamenti elettorali per impedire che si possa verificare quello che in realtà è nella tendenza, politica e demografica, del paese.

La discesa dei repubblicani

I numeri parlano chiaro: il bacino degli elettori del partito repubblicano si sta restringendo anno dopo anno perché migliaia e migliaia sono passati nella categoria degli “indipendenti”, il voto popolare si orienta verso il partito democratico, che tiene le posizioni perché accoglie le minoranze e i nuovi venuti; l’unica possibilità perché il partito repubblicano non si estingua è quella di impedire il diritto di voto al bacino democratico, fatto molto spesso di neri, di poveri, di immigrati.

Mettere i bastoni tra le ruote, rendere il voto difficile, se non impossibile, impedire il voto per posta, vietare il voto a chi ha pendenze penali (sono milioni negli Stati Uniti) e soprattutto stabilire che non sia una commissione terza a certificare l’andamento regolare del voto, ma che siano direttamente funzionari del partito repubblicano.

Ebbene, il triste risultato del “6 gennaio” a un anno di distanza è che in 18 stati repubblicani sono state approvate norme del genere. Se resteranno in vigore, le elezioni di novembre prossimo per il rinnovo di Camera e Senato, le famose midterm da sempre funeste per il presidente in carica, sarebbero lo squillo di tromba per riproporre Trump, che continuerà a ripetere il mantra che le elezioni del 2020 gli sono state rubate.

Insomma, la narrazione che oggi va per la maggiore è che il 6 gennaio non sia stato il colpo di coda della storia, ma una prova generale, un allenamento per la grande messa in scena della fine della democrazia americana con l’abolizione di fatto del suffragio universale. Purtroppo, sondaggi di opinione (per quello che valgono) e clima generale del paese rendono questa prospettiva, una possibilità vera, non un incubo.

Il coraggio di Mike Pence

L'ex vice presidente Mike Pence (AP Photo/Charles Krupa)

A simboleggiare questa funerea sceneggiatura, Anthony Sanfilippo mi racconta gli ultimi sviluppi che arrivano dalla commissione d’inchiesta della camera, l’ultima possibilità di ristabilire la verità, e anche l’ultima possibilità che Trump possa essere incriminato. La questione è quella di Mike Pence, all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti (un uomo conservatore e bigotto, che fu decisivo per l’elezione di Trump nel 2016) che il 6 gennaio avrebbe potuto, con una sua decisione, impedire la certificazione del voto.

Era questa la ragione della marcia sul Campidoglio, dichiarata espressamente da Trump nel suo comizio: «Convincere i pavidi» che si può ancora ribaltare il voto. Ovvero, “convincere” Mike Pence. E i manifestanti cercarono di farlo, agitando cappi, inscenando forche, a cui impiccare lo stesso Pence; il quale fu preso di peso dai servizi segreti e messo al sicuro.

Quando, tre ore dopo, la Guardia nazionale (con molta calma) liberò il Campidoglio, Pence riprese la seduta interrotta e, nella notte, con le truppe in mezzo alla sala, dichiarò Joe Biden e Kamala Harris eletti. Come adesso si è appurato, Trump era al corrente della volontà dei manifestanti di uccidere il suo vicepresidente; non solo, ma per ben 187 minuti, di fronte a richieste di aiuto che provenivano dal Campidoglio, ma addirittura anche da suo figlio e da sua figlia, si rifiutò di chiamare le truppe.

Dunque, per dire le cose come stanno, a salvare la democrazia americana fu - anche? soprattutto? - Mike Pence. Il quale però, dopo i fatti, semplicemente scomparve. Non parlò con nessuno di quello che gli era successo, non diede la sua interpretazione dei fatti; si sa solo che non incontrò mai più il suo presidente, e questo è tutto.

Ma la cosa straziante è che nessuno diede atto del suo coraggio, e men che meno lo fece il suo partito, il partito repubblicano. E dire che, perbacco, era pur sempre il vice presidente! E aveva rischiato di finire appeso a una rudimentale forca filmato penzolante da centinaia di telefonini! Pensate che spettacolo sarebbe stato, per la fine della democrazia americana, altro che Don’t look up. Niente, non se ne parlò più.

Un potente deputato repubblicano, in mezzo al tumulto telefonò a Trump dicendogli: «Fai qualcosa, stanno uccidendo Mike!» e si sentì rispondere: «Ma se l’è cercata»; (dopo, il deputato negò di aver avuto quella conversazione). Nessun senatore repubblicano si congratulò con Pence nessuno gli chiese un’intervista, nessuno lo considerò, e men che meno nessuno lo considerò una pietra angolare su cui rifondare il partito repubblicano, nel nome della decenza, perlomeno. Né Pence si propose, in nessun ruolo: né di pacificatore, né di uomo saggio, né di  coraggioso; e adesso, a un anno di distanza, di Mike Pence, non si sente più parlare.

Forse la storia del partito repubblicano americano (il partito che fu di Lincoln, di Ronald Reagan, dei Bush, ma anche un po’ di Schwarzenegger) finisce con il 6 gennaio 2021. E il caso Pence ne è la cartina di tornasole. Non è più un partito, è un’altra cosa; una somma di piccoli-grandi interessi di 50 senatori, disposti, pur di mantenere il loro personale potere a portare il fascismo in America. Ad Anthony Sanfilippo risulta molto difficile che il loro progetto possa andare in porto. Ma lui è sempre stato un ottimista.

(Continua)

Enrico Deaglio è l’autore di "Cose che voi umani”, Marsilio editore, 2021. Una cronaca del passato e del futuro dell’insurrezione del 6 gennaio a Washington, vista con gli occhi della fantascienza e della letteratura.

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