Nell’ultima escalation di violenza, la protezione civile ha riferito che almeno dodici persone sono state uccise a partire da domenica. Cinque di loro sono morte in un raid aereo che ha colpito una tenda di sfollati nel nord di Gaza, a Jabalia. Altre cinque sono state uccise in un attacco nel sud, questa volta a Khan Younis. Preoccupano le annessioni israeliane in Cisgiordania
A Washington sono iniziati i preparativi per discutere di pace a Gaza, con il Board ideato da Donald Trump che si riunirà per la prima volta giovedì. Alla corte del tycoon si presenteranno capi di stato e di governo per discutere del futuro della Striscia, fuori da ogni inquadramento Onu.
Sul piatto sono stati messi cinque miliardi di dollari, una cifra – per il momento – irrisoria se si pensa alle stime per una ricostruzione completa. Ma parlare di pace e ricostruzione è un’utopia se si guarda a ciò che sta accadendo sul terreno.
Questo inverno è stato tra i più duri per la popolazione civile, nonostante la tregua in corso da oltre quattro mesi. Decine di persone e bambini sono morti per ipotermia, migliaia di loro non hanno più una tenda o un rifugio adatto per vivere. In questo contesto, Israele oltre a osteggiare il lavoro delle ong attive sul territorio, fa entrare i camion di aiuti a Gaza con il contagocce. I beni alimentari e le merci che vengono autorizzare non bastano per uscire dallo stato di crisi umanitaria. Senza contare il perenne stato di guerra a cui sono sottoposti i civili. Se non si muore di freddo, fame o per mancato accesso alle cure adeguate, i gazawi continuano a morire per gli attacchi dell’Idf.
Nell’ultima escalation di violenza, la protezione civile ha riferito che almeno dodici persone sono state uccise a partire da domenica. Cinque di loro sono morte in un raid aereo che ha colpito una tenda di sfollati nel nord di Gaza, a Jabalia. Altre cinque sono state uccise in un attacco nel sud, questa volta a Khan Younis.
Le minacce
Nel frattempo, Yossi Fuchs consigliere del premier israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato un ultimatum ad Hamas. In sessanta giorni il gruppo palestinese «dovrà consegnare tutte le sue armi», ma non ha specificato quando inizierà il countdown. In caso di mancata smilitarizzazione «le forze di difesa d’Israele dovranno completare la missione». E questo significa che l’esercito inizierà una nuova campagna militare nella Striscia interrompendo la tregua. «A Gaza è rimasto a malapena un edificio in piedi, ma il lavoro non è ancora completato», ha concluso cinicamente.
La smilitarizzazione del gruppo è uno dei requisiti principali per il completamento della Fase 2 del piano Trump, ma non è l’unico. L’altro punto prevede il ritiro progressivo dei soldati dello Stato ebraico dalla cosiddetta Linea gialla, il confine che delinea il territorio sotto il controllo di Tel Aviv. Al momento, però, un ritiro appare irrealistico, soprattutto alla luce delle inchieste giornalistiche che attraverso immagini satellitari hanno dimostrato come i soldati abbiano deliberatamente spostato i blocchi della Linea gialla per conquistare maggiore terreno, oltre il 53 per cento di quello previsto dall’accordo di Trump.
Cisgiordania
Ciò che è sicuro è che il Board of Peace non discuterà di Cisgiordania. Lo ha fatto intendere il presidente Usa durante il suo ultimo vertice alla Casa Bianca con Netanyahu. Ma prima o poi la questione andrà affrontata, vista l’escalation di violenza nei territori occupati. E come se non bastasse, il governo israeliano ha annunciato che intende convertire alcuni territori della Cisgiordania in «proprietà statali» sotto la propria autorità. Si tratta a tutti gli effetti di vere annessioni.
Sul caso sono arrivate le condanne e le proteste formali di paesi come Egitto, Qatar e Arabia Saudita.
Ma anche da parte di Bruxelles: «L’annessione è illegale secondo il diritto internazionale e invitiamo Israele a revocare questa decisione», ha detto Anwar El Anouni, portavoce della Commissione europea. L’ennesimo invito che rimarrà inascoltato.
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