Dal 24 febbraio scorso nel dibattito pubblico italiano, e occidentale più in generale, si è affermato il convincimento che la guerra in Ucraina sarebbe stata breve. Tale convincimento si è rafforzato a seguito del ritiro russo dal nord del paese e ancor più dopo la controffensiva condotta da Kiev a settembre, ma in realtà a 10 mesi dall’inizio del conflitto le due parti non sembrano dare cenni di cedimento e se Kiev punta a riconquistare tutti i territori occupati dal 2014, Mosca si prepara a continuare le ostilità.

Tale dinamica non deve stupire, poiché le guerre convenzionali tendono a prolungarsi nel tempo a meno che una delle due parti non riesca a imporsi nettamente nelle fasi iniziali del conflitto, in virtù delle grandi risorse umane e materiali a sua disposizione. Nel caso del conflitto in Ucraina, Mosca ambiva a conseguire una rapida vittoria che non richiedesse più di tre settimane di combattimenti, ma la fallita offensiva su Kiev ha reso impossibile il raggiungimento di tale obiettivo. Allo stato attuale quindi, la guerra, lungi dall’essere in stallo, continua e continuerà fino all’esaurimento di una delle parti (o di entrambe).

Oltre a tale fattore tipico delle guerre interstatali, è opportuno aggiungere ulteriori elementi di natura politica che caratterizzano l’élite russa e che spiegano l’indisponibilità dimostrata finora da Mosca ad aprire un negoziato. Sebbene le forze russe abbiano subito perdite significative, l’élite russa si ostina a confermare le decisioni intraprese. Di conseguenza, il Cremlino proseguirà nel conflitto anche quando dovesse diventare controproducente, in virtù delle ripercussioni sullo Spazio post sovietico di un fallimento completo dell’operazione militare speciale o di una pace dai termini sfavorevoli. Inoltre, l’attuale classe dirigente russa ha perseguito negli ultimi due decenni un chiaro obiettivo: ripristinare lo status di grande potenza della Russia. La sua disponibilità al dialogo e al confronto interno è sempre stata strutturalmente limitata, in quanto nella visione russa gli interessi della madrepatria dovevano essere sempre perseguiti muovendo da una posizione di forza.

Per tali ragioni, anche in questa guerra la Federazione russa è stata incline al dialogo solo in circostanze di chiaro vantaggio, come ad esempio nelle prime settimane, quando si sono tenuti alcuni incontri tra le parti mentre le forze russe premevano su Kiev. Infine, un ulteriore elemento da considerare è la natura esistenziale del conflitto in corso per l’una e per l’altra parte. Se per l’Ucraina il conflitto ha assunto i caratteri di una guerra di liberazione nazionale, per Mosca rappresenta una partita in cui si gioca tutto il suo prestigio internazionale e la possibilità di arrestare ulteriori allargamenti della Nato in futuro.

Mobilitazione

Per le ragioni descritte in precedenza, la Russia ha adottato negli ultimi mesi una serie di iniziative che ne certificano la volontà di continuare il conflitto. Tra queste, la principale è stata l’avvio della mobilitazione parziale dei riservisti, che ha coinvolto 300mila uomini, di cui 80mila già inviati in Ucraina secondo quanto dichiarato dal Cremlino. Sebbene la qualità delle truppe in riserva dispiegate al fronte si sia dimostrata finora inadeguata, nei prossimi mesi potremmo assistere a un miglioramento di tali unità in virtù del processo di riaddestramento che sta avvenendo in patria. Inoltre, malgrado il Cremlino abbia più volte negato la possibilità di ulteriori richiami, alcuni indizi lasciano presagire una possibile nuova espansione delle forze impiegate in Ucraina.

Innanzitutto, il decreto di mobilitazione è tutt’ora in vigore, mantenendo così la possibilità legale di richiamare ulteriori soldati; inoltre, alcuni articoli del suddetto decreto sono stati secretati e secondo indiscrezioni sarebbero proprio questi a consentire il richiamo di altre forze. In aggiunta, secondo alcuni rumors, potrebbero essere offerti ai soldati di leva che alla fine di dicembre concluderanno il servizio militare contratti vantaggiosi per rimanere nelle forze armate e disporre così di ulteriori unità già addestrate da mandare al fronte.

Tali misure determinerebbero, verosimilmente nel corso della prossima primavera, un incremento significativo delle forze russe in campo, al quale l’Ucraina dovrebbe rispondere con iniziative analoghe, ma con vincoli strutturali ben più stringenti. Qualora Kiev fosse costretta a mobilitare ulteriori riserve per mantenere la superiorità numerica sugli invasori, queste non potrebbero essere addestrate esclusivamente in patria, poiché il loro concentramento creerebbe un facile bersaglio per la missilistica russa, come l’attacco alla base di Yavoriv nelle prime settimane di guerra ha tragicamente dimostrato. Di conseguenza, tale attività dovrebbe essere in parte demandata al supporto dell’occidente, che dovrebbe addestrare un crescente numero di soldati ucraini.

La mobilitazione russa, quindi, rappresenta un fattore di pressione anche sui paesi Nato, che potrebbero non avere le capacità o la volontà di sostenere tale sforzo. A riprova di ciò, il programma europeo di addestramento delle forze ucraine approvato lo scorso 18 ottobre prevede la formazione di 15mila soldati e ufficiali in due anni, mentre il Regno Unito dall’inizio del conflitto si è posto l’obiettivo di addestrare 10mila soldati entro l’anno, ma tali numeri e soprattutto le loro tempistiche potrebbero essere inadeguate qualora Mosca riuscisse a portare sul campo di battaglia decine di migliaia di uomini.

Parallelamente al richiamo dei riservisti, il Cremlino ha avviato una mobilitazione dell’economia, tanto che dalla fine dell’estate nelle fabbriche dell’industria della difesa russa è stato introdotto il terzo turno lavorativo, consentendo la produzione continua di armamenti pesanti e leggeri per sostenere le necessità del conflitto. Tale elemento ha assunto un’importanza decisiva con il progredire dei combattimenti, che negli ultimi mesi hanno visto un crescente impiego dell’artiglieria, decisiva sul fronte russo nelle fasi più acute della guerra e indipendente dall’importazione di tecnologia occidentale a differenza della componente missilistica.

L’adozione di una economia di guerra ha un chiaro impatto sul conflitto, non solo in termini di maggiore disponibilità di mezzi, ricambi e munizioni, ma anche e soprattutto rispetto all’implicita sfida posta all’occidente nel sostenere lo sforzo bellico ucraino, dipendente dalle forniture della Nato. Nelle ultime settimane, infatti, sono stati esplicitati i timori derivanti dal rapido esaurimento delle scorte di materiale disponibile da inviare in Ucraina e, soprattutto, dall’assenza di una base industriale che possa sostenere l’enorme fame dei cannoni in guerra, senza intaccare le riserve strategiche nazionali.

Produzione occidentale

Per tali ragioni Washington sta valutando la riapertura di alcuni impianti per la produzione di proiettili di artiglieria, che rappresentano il tassello più debole dalla catena degli aiuti. Di conseguenza, qualora il conflitto si prolungasse, potrebbe essere complesso per i paesi della Nato continuare a sostenere i bisogni di Kiev, soprattutto tenendo conto della necessità di predisporre adeguati strumenti di finanziamento e delle pressioni interne da parte delle diverse opinioni pubbliche.

Con l’obiettivo di incrementare la pressione sul governo di Kiev e indirettamente sull’occidente, infine, la Russia sta conducendo un’azione di distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche ucraine. Oltre alle conseguenze dirette sulla popolazione civile, tale iniziativa ha anche alcuni risultati indiretti di rilievo. Non solo gli attacchi russi obbligano il governo ucraino a dirottare risorse umane e materiali per la difesa e la riparazione di infrastrutture lontane dal fronte, riuscendo comunque a generare blackout e disservizi prolungati, ma aumentano la pressione sull’occidente, che è stato costretto ad intervenire per sostenere l’Ucraina anche in questa dimensione, su cui gravano problemi di natura tecnologica e componentistica non recuperabili nel breve periodo.

Se nel corso dell’inverno potremmo assistere ad un rallentamento delle operazioni militari, la primavera potrebbe portare ad una fase più dinamica del conflitto, la cui continuazione per la Russia potrebbe essere ben più vantaggiosa di quanto non sembri, in un contesto in cui, almeno a livello pubblico, negoziati ufficiali tra le parti non sembrano essere nell’ordine delle cose.  

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