Il grande accademico iraniano: «Alcune delle richieste di Teheran sono di facciata. Ma si sta cercando un’intesa in cui tutti possano dirsi vincitori»
«Per la Repubblica islamica sarà impossibile tornare a essere quella di prima una volta terminata la guerra». Hamid Dabashi, 74 anni, è tra gli accademici più rinomati al mondo. Nato e cresciuto nella città di Ahvaz, nel sud dell’Iran, oggi è professore di studi iraniani alla Columbia University di New York. Tra i suoi lavori più noti vi è Theology of Discontent, sui fondamenti ideologici della Rivoluzione Islamica del 1979. Nel corso della sua carriera ha lavorato anche come consulente per numerosi artisti internazionali, tra cui il regista inglese Ridley Scott.
Che cosa sta accadendo in Iran? Quanto questa guerra sta cambiando la società iraniana?
La priorità resta fermare il conflitto, poi sarà necessario pensare il dopo, ma certamente non sarà più possibile ritornare alla situazione precedente. A dire il vero, la società iraniana era già profondamente cambiata dopo il movimento “Donna, Vita e Libertà”. Gli effetti e le conseguenze di quelle proteste avevano portato a un progressivo allentamento delle restrizioni sulla società, come ad esempio l’obbligo del velo, tema certamente simbolico, ma non l’unico in gioco. Oggi persino figure di primo piano come Jila Baniyaghoob, una delle più importanti femministe iraniane rimaste nel paese, ha scritto di essere pronta a unirsi alle manifestazioni di piazza contro la guerra, nonostante abbia trascorso una vita intera a opporsi alla Repubblica islamica.
Si parla di accordo imminente. Su quali dossier il regime potrebbe essere disposto a scendere a compromessi?
Alcune delle richieste avanzate dai negoziatori iraniani sembrano più che altro delle richieste di facciata, per esempio la pretesa di ottenere garanzie che non vi sarà un’altra guerra. La richiesta realmente centrale per Teheran riguarda lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero, che garantirebbe l’accesso a decine di miliardi di dollari. In questo scenario, se l’Iran garantisse l’apertura dello stretto di Hormuz e si arrivasse a un’intesa sul trasferimento dell’uranio arricchito – per esempio verso la Russia, ipotesi già discussa anche in passato – allora entrambe le parti potrebbero dichiarare una vittoria politica e terminare la guerra. Trump potrebbe anche essere disposto ad accettare un’intesa simile, senza dover ricorrere a un nuovo intervento militare.
Che ruolo ha Mojtaba Khamenei e quanto sono reali le divisioni interne al regime?
La nuova Guida Suprema è una figura puramente simbolica. È un kagemusha, un “guerriero ombra”, per citare il celebre film di Akira Kurosawa. Dal punto di vista giuridico, intellettuale e teologico, non è una figura di particolare peso. Nemmeno suo padre voleva che Mojtaba gli succedesse. Tuttavia, si tratta di una figura gradita ai Pasdaran, proprio perché estremamente passiva nei loro confronti e funzionale, in questa fase, alla sopravvivenza del sistema. Questo ha consentito ai Pasdaran di rafforzare ulteriormente il controllo sui processi decisionali. Le divisioni all’interno del sistema politico iraniano sono sempre esistite, ma non parlerei di vere e proprie fratture. Da una parte ci sono figure più riformiste e pragmatiche, come Hassan Rouhani o Mohammad Khatami, maggiormente inclini a una forma di riavvicinamento con l’Occidente. Dall’altra vi sono componenti più radicali e ideologiche. Sono due facce della stessa medaglia.
La guerra ha davvero indebolito il regime iraniano oppure, al contrario, lo ha rafforzato?
L’Iran si trova oggi in una posizione strategica relativamente forte, non tanto dal punto di vista militare convenzionale, quanto sul piano della guerra asimmetrica. Il prezzo del greggio ha già raggiunto livelli molto elevati e basterebbe un ulteriore attacco alle rotte marittime del Golfo Persico per spingere il prezzo verso i 200 dollari. Israele ha trascinato Trump in una strategia contraria persino alle valutazioni dell’intelligence americana, che continuava a sostenere che il regime iraniano non fosse sul punto di collassare. Per trentaquattro giorni sono state colpite infrastrutture di ogni tipo, senza ottenere risultati significativi. Una ripresa del conflitto è plausibile, ma non converrebbe realmente a nessuno. Per questo motivo dubito che Trump abbia margine per avviare una nuova campagna di bombardamenti su larga scala. L’economia globale difficilmente potrebbe sostenere il peso di una ripresa delle ostilità.
© Riproduzione riservata

