Dopo che lunedì i militanti sciiti hanno scagliato un attacco simbolico per rispondere all’eliminazione di Khamenei, Netanyahu ha colto l’occasione per eliminare Hezbollah. I piani dell’attacco erano pronti da mesi
Benjamin Netanyahu ha dichiarato che «se l'Iran venisse eliminato, sarebbe un grande vantaggio per l'Arabia Saudita e la pace tra Israele e Arabia Saudita sarebbe davvero possibile». Lo ha detto durante un’intervista con l’emittente “amica” Fox News. Rivolgendosi al pubblico americano, ha anche voluto promettere che «qui non ci sarà una guerra senza fine». Il «regime del terrore», ha aggiunto, «è al punto più debole da quando ha sottratto l'Iran al coraggioso popolo iraniano 47 anni fa. Sarà un'azione rapida e decisiva».
Non solo. Nel pomeriggio, durante una visita alla base aerea di Palmachim, nel sud di Israele, Bibi ha anche promesso nuove ondate di attacchi contro l’Iran e contro il Libano. «I nostri piloti stanno sorvolando l'Iran e Teheran, ma anche il Libano. Hezbollah ha commesso un grave errore quando ci ha attaccato. Abbiamo già risposto con grande forza e risponderemo con una forza ancora maggiore».
Al suo fianco, nella foto di rito, il ministro della Difesa Israel Katz, che aveva appena twittato: «Abbiamo tagliato la testa al polipo iraniano e ora stiamo lavorando per schiacciare e recidere i suoi tentacoli». I suoi tentacoli, in questo caso, sarebbero i militanti di Hezbollah, presi di mira in una nuova invasione di terra nel sud del Paese dei Cedri. I morti provocati dai raid aerei, anche a Beirut, sono già decine.
Piano pronto da mesi
Secondo fonti israeliane i piani di Tel Aviv per lanciare un nuovo assalto contro la milizia sciita libanese erano pronti da mesi. Dopo che lunedì i militanti sciiti hanno scagliato un attacco simbolico per rispondere all’eliminazione della Guida Suprema Khamenei, che a parte il ruolo politico in Iran, in quanto majdi o saggio religioso, aveva un seguito spirituale in tutto il mondo sciita, Bibi ha colto la palla al balzo.
«L’attacco non è affatto spontaneo, e non è una reazione ai tre missili e ai droni», dice Yigal Palmor, consigliere per la politica estera dell'Agenzia ebraica per Israele dopo decenni al servizio del ministero degli esteri israeliano. «Hezbollah avrebbe dovuto sapere che Israele stava solo aspettando un pretesto».
Da circa sei mesi Israele ha perso fiducia nella possibilità che governo ed esercito libanese riescano a disarmare Hezbollah in maniera autonoma. E di conseguenza si è rafforzata la tentazione di tornare a colpire in modo massiccio: «Ad hasof», una volta per tutte, come dice al telefono un residente israeliano vicino al confine.
I villaggi sciiti vicino alla frontiera sono già stati rasi al suolo nel 2024 e, a fronte dell’indebolimento di Hezbollah, per questa nuova escalation Tel Aviv non ha neppure ordinato il trasferimento temporaneo dei suoi residenti frontalieri. L’Unifil è quasi solo un ricordo: su Gal Galatz, la radio militare israeliana, viene citata solo per fare del sarcasmo: «Speriamo di non ritrovarci i soldati libanesi o dell’Onu fra i piedi», dice un presentatore, «mentre noi facciamo il lavoro».
Un nuovo Bibi
«Dal punto di vista della sicurezza, Netanyahu è diventato una persona diversa, è meno cauto, più interventista, ascolta meno i generali e assume il controllo diretto della situazione», dice Mazal Mualem, biografa di Netanyahu. «Dopo il 7 ottobre chiunque altro sarebbe stato un uomo politico finito, ma la sua caratteristica più forte è che non si arrende mai. Resistendo, gli si sono presentate nuove opportunità, come quella di attaccare al fianco di Trump un Iran indebolito».
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