L’adozione di temi e suggestioni provenienti dall’elaborazione ideologica del nazionalismo russo da parte di Vladimir Putin si è resa evidente con l’inizio della guerra in Ucraina, ma in realtà si tratta di un processo in itinere da almeno un decennio. Processo che si è accompagnato al recupero di figure ed eventi della complessa storia russa, con una predilezione per la tarda età imperiale, e a loro una reinterpretazione, spesso in chiave post moderna, smussandone gli angoli, prediligendo la continuità e omettendone lati oscuri e contraddizioni.

In questa ricostruzione si può attingere a personalità ed epoche diverse, da Alessandro III a Ivan Il’in, passando per una versione riveduta e corretta della Grande guerra patriottica (la Seconda guerra mondiale), presentata come vittoria esclusivamente russa su un nazismo sempre più accostato all’Europa tout court, sempre rivendicando la storia assai complessa della Russia come omogenea e ininterrotta, sin dalla conversione al cristianesimo ortodosso del principe Vladimir.

La narrazione storico-ideologica del Cremlino si esprime su diversi fronti, non necessariamente collegati alla propaganda mediatica, con vari compiti, tra cui la legittimazione delle scelte politiche attraverso l’identificazione con modelli e parole d’ordine estrapolate dal passato russo.

Putin, durante l’ultimo incontro del Club Valdai, think tank di particolare rilievo, nell’ottobre scorso ha citato il pensatore Ivan Il’in, il filosofo Nikolaj Berdjaev e l’etnologo Lev Gumilev tra coloro i quali hanno contribuito a formare la sua Weltanschauung, soffermandosi in particolar modo sul concetto di passionarietà, delineato da Gumilev nei suoi studi e considerato pseudoscientifico dalla grande maggioranza del mondo accademico.

Secondo l’etnologo, le nazioni e i popoli nascono, si sviluppano e poi decadono fino a dissolversi, animate dall’energia, proveniente, nell’interpretazione originaria, dall’interazione con la biosfera, e nella versione putiniana invece dalla memoria e difesa del passato. Proprio l’accento posto, in più occasioni, dal presidente russo sulla passionarietà consente di capire meglio l’orizzonte ideologico e culturale del Cremlino oggi, e la particolare attenzione verso l’uso pubblico della storia.

Grande nazione russa

L’energia che muove il popolo russo è nel culto del passato, di cui si recuperano ulteriori idee e interpretazioni in grado di servire da orientamenti e da giustificazioni. È il caso della bol’šaja russkaja nacija (la grande nazione russa), definizione utilizzata a cavallo tra Ottocento e Novecento per identificare i tre popoli slavo-orientali, bielorussi, russi e ucraini, come parte di un unico nucleo etno-culturale e confessionale.

In realtà, nell’interpretazione fornita della bol’šaja russkaja nacija da parte delle autorità imperiali e soprattutto del nazionalismo russo, a esser predominante era il ruolo dei velikorossy, cioè i grande-russi, sui malorossy (i piccolo-russi) e i belorossy (i bielorussi), per cui la lingua della nazione, spesso definita anche come “trinitaria”, era il russo, così come il centro del potere era identificato prima con Mosca e poi con San Pietroburgo. Non vi era alcun spazio per l’identità ucraina, confinata nel termine maloross (piccolo-russo), che ne delineava una variante regionale, e anzi era combattuta, con provvedimenti amministrativi volti a vietare l’uso dell’ucraino e con campagne politiche e di stampa contro i cosiddetti “mazepisti” (da Ivan Mazepa, l’atamano cosacco schieratosi a fianco della Svezia contro Pietro I durante la Grande guerra del nord).

La sola esistenza del movimento nazionale ucraino era considerata come una minaccia alla sopravvivenza dell’identità russa, e lo scontro divenne ancor più aspro a partire dalla rivoluzione del 1905, dove alla questione sociale si intrecciarono le rivolte nelle regioni non-russe, e Nicola II venne costretto a concedere la Duma. L’apertura di uno spazio politico, seppur limitato, di discussione permise di far raggiungere idee e proposte a strati più ampi delle popolazioni dell’impero zarista, e la questione ucraina risultò uno dei temi di maggiore conflitto.

Alle rivendicazioni avanzate di autonomia da parte dei leader ucraini, tra cui spiccava lo storico Mychajlo Hruševs’kyj, futuro “padre della patria”, rispondevano le posizioni dei nazionalisti russi raggruppati attorno al quotidiano Kievljanin, fondato nel 1864, e rappresentati alla Duma dal 1906 in poi da Vasilij Šul’gin, figura centrale del nazionalismo russo nel Ventesimo secolo e figlio di Vitalij, fondatore del giornale di cui aveva firmato l’editoriale del primo numero ribadendo come la sua terra, l’Ucraina di oggi, fosse «russa, russa, russa».

Nel saggio a firma di Putin Sull’unità storica dei russi e degli ucraini appare ben tre volte la bol’šaja russkaja nacija, tratteggiata come entità originaria e legittima divisa nel corso dei secoli da avvenimenti e scelte di natura esogena. Se a frammentare il “popolo trinitario” son state le mire prima polacche, responsabili di aver costituito la chiesa greco-cattolica con l’Unione di Brest nel 1596, e poi le libertà costituzionali austriache, colpevoli di aver permesso agli ucraini della Galizia orientale (oggi Ucraina occidentale) di potersi organizzare liberamente in associazioni e partiti, il vero disastro, secondo il presidente russo, è stato causato dalla politica nazionale dei bolscevichi.

L’adozione della korenizacija (indigenizzazione), ovvero della promozione delle identità nazionali e culturali da parte del giovane stato sovietico, in questa visione è responsabile di aver diviso la “grande nazione russa” in tre repubbliche, poi divenute indipendenti con il crollo dell’Urss, fissandone confini, istituzioni e differenze.

Nonostante poi nel saggio Putin riconosca il diritto degli ucraini a sentirsi tali, nel discorso del 21 febbraio 2022, quando sono state riconosciute le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, il presidente ha rincarato la dose, sostenendo come i bolscevichi avessero donato territori alle entità sorte durante la formazione dell’Unione sovietica, definendo l’Ucraina odierna una creatura di Lenin, composta di “regali” ottenuti dai leader comunisti durante i 70 anni del regime.

Immediatamente dopo il discorso di Putin, nei notiziari dei canali televisivi governativi e sui media ufficiali sono apparse cartine dell’Ucraina, nelle quali si indicavano i “regali” ritagliati dalle terre “storicamente russe” (come le ha definite il presidente), di fatto disconoscendo qualsiasi legittimità all’indipendenza e all’esistenza di uno stato ucraino.

La cosiddetta “operazione speciale” ha solo portato in evidenza quanto profonda sia la presenza di motivi e idee provenienti dal variegato mondo nazionalista nella politica russa, e di quale ruolo in esso occupi l’Ucraina. Vladimir Žirinovskij, entrato in coma poco prima dell’inizio della guerra e morto a inizio aprile, da sempre aveva messo in discussione la legittimità dell’indipendenza ucraina, e in uno dei suoi ultimi interventi alla Duma, il 31 gennaio, aveva esordito dicendo: «Non deve esserci nessuna Ucraina».

Per i pubblicisti d’orientamento nazionalista Piotr Akopov e Timofej Sergejcev, una lunga militanza nelle principali testate dell’ultradestra russa e ora editorialisti dell’agenzia statale di stampa Ria Novosti, la guerra avrebbe come compito, secondo il primo, della «risoluzione definitiva della questione ucraina», per la quale Putin passerebbe alla storia. Sergejcev, coautore di un volume apparso l’anno scorso con il titolo Ideologija russkoj gosudarstvennosti (Ideologia della statualità russa), a essere necessaria è la deucrainizzazione, individuando nell’identità nazionale una colpa, un tradimento politico e culturale all’appartenenza alla bol’šaja russkaja nacija, da pagare con l’estirpazione della propria specificità.

Se l’articolo di Akopov è stato poi successivamente rimosso dalle pagine del sito di Ria Novosti, il testo di Sergejcev, apparso subito dopo gli eccidi di Bucha, continua a essere accessibile, segno del gradimento da parte di Dmitrij Kiseliov, direttore dell’agenzia e anchorman di Vesti Nedeli, tra i principali programmi dell’infontainment russo.

Risorgimento spirituale

D’altronde il crollo dell’Unione sovietica ha riportato e amplificato nel dibattito politico russo la questione della rilevanza dell’identità nazionale che, anche da un punto di vista linguistico, presenta specifici termini che vengono tradotti con un’unica parola – “russo” – ma che, in realtà, presentano diverse sfaccettature. Con il termine russkij si intende l’appartenenza etnica e culturale di una persona, come, ad esempio, il “popolo russo” (russkij narod); il vocabolo rossijanin si riferisce al cittadino russo che vive in Russia indipendentemente dal tipo di cultura, etnia e lingua di provenienza; la parola rossijskij si riferisce al territorio del paese e, quindi, indica il passaporto o la Federazione russa.

Se si passa dall’aspetto identitario, linguistico e culturale al livello politico, già tra il 1989 e il 1991 sono sorti alcuni movimenti politici per rivendicare la russificazione del paese: è il caso del movimento nazional-patriottico Pam’jat, che si è proposto come una forza popolare slavo-cristiana con lo scopo di favorire un risorgimento spirituale e nazionale del popolo russo. Tuttavia, queste formazioni politiche non hanno mai trovato una rappresentanza politica nelle istituzioni e non hanno avuto una particolare “cassa di risonanza” nella società.

Nel parlamento russo la presenza di istanze nazionaliste è fortemente presente nel Partito liberaldemocratico di Žirinovskij, un’etichetta decisamente fuorviante rispetto ai contenuti ideologici e programmatici, e nel Partito comunista della Federazione russa (Pcfr) di Žuganov che, proprio in occasione della questione ucraina, aveva presentato, il 15 febbraio scorso, una mozione per chiedere il riconoscimento dell’indipendenza delle due repubbliche del Donbass.

Rispetto alla tematica nazionalista, il presidente Putin ha sempre sottolineato l’importanza della lingua e cultura russa, definendosi, ad un incontro del Valdai club nel 2018, come il “primo nazionalista in Russia” che deve difendere e preservare l’interesse del paese dal “nazionalismo delle caverne” che mira a distruggere la Russia.

In quest’ottica, il presidente russo sostiene che “non c’è una contraddizione tra nazionalismo e assetto multietnico”, ma bisogna difendere la sovranità russa dalla “russofobia” dilagante in occidente, nonché le minoranze russe che risiedono al di fuori del territorio russo.

Tuttavia, negli ultimi anni, diverse inchieste sociologiche hanno rilevato un incremento della xenofobia: due terzi della popolazione crede che la Russia abbia accolto troppi migranti ai quali si dà la colpa dell’incremento dei crimini, di rischi sanitari, di togliere il lavoro ai russi e dell’incapacità di integrarsi nel rispetto dei valori e dello stile di vita russi.

Si tratta di elementi che il Cremlino monitora attentamente per evitare situazioni “esplosive” che possano minacciare l’unità del paese, come era già avvenuto con le guerre cecene negli anni Novanta.

In passato, la gloria imperiale del periodo zarista, il prestigio della superpotenza internazionale e del sistema etnofederale sovietico hanno garantito una convivenza etnica e civica della nazione tra russi e non russi.

Oggi, rispetto ad altri stati, la multiculturalità russa non è stata oggetto di conflitti e tensioni destabilizzanti l’unità del paese, ma nuove sfide provenienti dal settore dell’immigrazione e da istanze nazionaliste sempre latenti richiedono uno sforzo di ridefinizione della narrazione multiculturale della presidenza putiniana.

Occidentali ed euroasiatici

La questione nazionale è sempre stata oggetto di discussione nei due principali orientamenti di pensiero politico, letterario e filosofico nell’impero zarista di fine Diciottesimo e inizio Diciannovesimo secolo: l’occidentalismo (zapadničestvo) e l’approccio euroasiatico (evrasijstvo). Gli occidentalisti (zapadniki), rappresentati dai teorici Petr Caadaev e Michail Bakunin, esaltano l’opera di occidentalizzazione, dell’apertura di una «finestra sull’Europa» dello zar Pietro il Grande che ha consentito all’impero russo di accelerare le riforme e la modernizzazione del paese.

Gli slavofili (slavjanofily), che hanno come riferimento le opere di Aleksej Chomijakov e Ivan Kirievskij, criticano la cultura liberale e industrializzata e idealizzano la Russia pre petrina che esprime l’unicità e la purezza dei valori del popolo russo.

Attualizzare queste correnti di pensiero significa individuare la visione bipolare del popolo slavo, diviso tra mondo occidentale e orientale, come è raffigurata dall’emblema dell’aquila a due teste, espressione di una Russia politicamente ed economicamente più europea, ma culturalmente legata all’identità panslava.

Gli occidentalisti sono coloro che vedono favorevolmente la definizione di una politica estera, basata su un’alleanza naturale con i paesi occidentali con i quali avviare rapporti di cooperazione economica e internazionale. Precursore dell’orientamento occidentale che considera i paesi dell’Europa occidentale come i «naturali alleati della nuova Russia» e crede che la politica estera debba avere come priorità la creazione di una nuova relazione con questi paesi e Andrej Kozyrev, ministro degli Esteri dal 1990 al 1996.

I sostenitori di questo approccio – filoeuropei, filoamericani, atlanticisti – sono convinti che esistono similarità e numerosi punti di contatto tra gli interessi russi e quelli occidentali.

Al contrario, l’approccio antioccidentale si basa sulla convinzione che vi sia una cospirazione occidentale ai danni della Russia (“sindrome dell’accerchiamento”) ed è, quindi, necessario contrastare le mire imperialistiche degli Stati Uniti. Nella seconda metà degli anni Novanta si delinea, così, la “dottrina Primakov” dal nome dell’ex ministro degli Esteri (1996-1998) e capo del governo (1998-1999), Evgenij Primakov, artefice di una strategia basata su tre linee di azione: creare un asse strategico con Cina e India, e potenzialmente con l’Iran; rafforzare l’integrazione con la Comunità degli stati indipendenti (Csi) e la Bielorussia; impedire ulteriori espansioni della Nato e consolidare l’influenza russa sul cosiddetto “estero vicino” come precondizione per poter ripristinare il prestigio perduto.

Questa eredità politico-strategica (multipolarismo) è stata portata avanti dall’attuale ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, che, riferendosi a Primakov, ha affermato: «Il momento in cui (Primakov) ha assunto la direzione del Ministero degli Affari Esteri ha annunciato una svolta fondamentale nella politica estera russa. La Russia ha abbandonato il sentiero che i nostri partner occidentali avevano tentato di farle seguire dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica e ha intrapreso una strada per conto suo».

In questo percorso le dimensioni della politica domestica e internazionale russa sono strettamente correlate e rafforzate da un background culturale e filosofico secolare che pone la rilevanza della questione nazionale al centro della politica russa, declinata in un conservatorismo di stato.

Come Putin aveva espresso nel suo “Millenium Message” del 1999, questo conservatorismo è funzionale a un disegno patriottico di sovranità politica e di riaffermazione di un ruolo di grande potenza sullo scenario globale che si richiama, a sua volta, a una visione tradizionalista della storia, della cultura e degli interessi della Russia.

 

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