Trump è ossessionato da Teheran. Ma anche Teheran è ossessionata da Trump: vuole punirlo alle elezioni, facendo leva sul rincaro del prezzo del petrolio. Le urne americane e il presidente che non deve vincere, sono argomenti all’ordine del giorno al parlamento iraniano, sui canali della Repubblica islamica. È un’ossessione diventata assillo cronico: gli iraniani «credono di poter far cadere una presidenza», hanno detto le fonti diplomatiche arabe del Washington Post.

È per questo che è stata rinnovata la fase di escalation nello Stretto: gli attacchi dei militari sciiti «stanno raggiungendo una frequenza che non si vedeva dai primi giorni di guerra», trenta a settimana. Dall’inizio di ottobre almeno venti navi sono state prese di mira e nei prossimi giorni il conto aumenterà.

Questo, per gli iraniani, è il momento di esercitare la massima pressione per punire il repubblicano come fu punito il democratico Carter nel 1980 con la crisi degli ostaggi. Capire il perché è semplice: a Teheran si sono ormai convinti che il destino del conflitto sia legato a filo doppio a quello del risultato del voto Usa. Eppure, questo non è detto: anche in caso di sconfitta, Trump rimarrà comunque commander in chief per altri due anni.

Delle midterm in Iran ne parlano anche in tv: commentatori si affannano a ripetere quanto costa fare il pieno negli Stati Uniti, quanto malcontento genera tra i cittadini e quanto va a picco il repubblicano nei sondaggi, se verrà sconfitto alle urne – questo è il messaggio di molti talk show – non potrà riprendere le operazioni militari. Quasi un wishful thinking.

Poi, gli americani sono talmente disperati che ora stanno facendo «contrabbando» nello Stretto con l’aiuto di criminali dell’Oman: è così che ha definito il traffico nello snodo bloccato il consigliere per la sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei. Gli statunitensi le stanno effettivamente escogitando tutte: hanno schierato reparti speciali a scorta delle petroliere che sono riuscite a far transitare a fine settembre più barili da quando il conflitto è scoppiato. (E allora perché non calano i prezzi globali? Perché sono schizzati quelli del trasporto marittimo).

Come i Pasdaran negli ultimi giorni – la minaccia è ormai ripetuta costantemente – anche Rezaei ieri ha minacciato il sabotaggio dei cavi internet che scorrono sotto il Golfo, quelle «strutture legate all’intelligenza artificiale — beni di grande valore economico — finirebbero nel raggio d’azione» delle armi dei pasdaran. Secondo gli analisti americani, rimangono tre opzioni a Trump: il ritiro, gli attacchi ripetuti (ovvero la stessa strategia usata finora) e poi l’ultima opzione.

Trump could go big, potrebbe puntare più in grande e portare la guerra in tutta la regione. Affiancando, per esempio, l’Arabia nei bombardamenti contro gli Houthi. Ora non ci sono negoziati in corso, dunque «accadrà qualcosa, succederà molto presto».

Criptico e paradossalmente sempre identico a se stesso è stato il messaggio che Trump ha rilanciato dal palco del comizio in South Carolina: «Abbiamo neutralizzati gli iraniani, non hanno più denaro. Sapete una cosa? Hanno una sola cosa: l’inflazione». Quella c’è però anche in America. Israele e Stati Uniti, riferisce il New York Times, preparano nuovo attacco dopo midterm: «Un’operazione breve ma intensa» contro infrastrutture energetiche, impianti nucleari e depositi di missili, ma soprattutto contro Kuh-e Kolang, quella che gli americani chiamano Pickaxe Mountain (in entrambe le lingue vuol dire “montagna da piccone”).

È lì che secondo l’intelligence americana stanno stipate le testate nucleari a profondità massima. Insomma, gli americani vogliono colpire tutto tranne le raffinerie: quello farebbe schizzare i prezzi del carburante alle stelle. Anzi, quelle le hanno già superate.

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