Nel quattordicesimo giorno di proteste, mentre Khamenei alza il livello di allerta delle Guardie della rivoluzione, il figlio dello scià deposto incita i rivoltosi e si prepara al rientro. Il procuratore generale evoca la pena di morte per i manifestanti
Mentre sale ad almeno 65 il numero delle vittime delle proteste in Iran scoppiate dopo che il regime ha sganciato il paese da internet, i vertici della repubblica islamica promettono ritorsioni. Nel frattempo, i manifestanti vengono incitati dal figlio dello scià deposto Reza Pahlavi che, oltre a incoraggiare le proteste, promette di essere lui stesso sulla via del ritorno per aiutare in prima persona a sovvertire il regime. In serata arriva anche un post di Donald Trump che annuncia: «L'Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d'ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare».
Il bilancio provvisorio è stato steso dalla ong Human Rights Activists News Agency, ma si teme un bilancio molto più pesante. Testimoni hanno riferito ai media internazionali che gli ospedali del paese sono già in sofferenza.
La guida suprema Ali Khamenei intanto avrebbe posto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava durante la guerra con Israele a giugno scorso.
«Il leader ha ordinato alla Sepah di mantenere il massimo livello di allerta, persino superiore a quello della guerra di giugno» ha detto un alto funzionario iraniano ai media internazionali. «È in stretto contatto con le Guardie della rivoluzione islamica più che con l’esercito o la polizia, perché ritiene che il rischio di defezioni delle Guardie della Rivoluzione Islamica sia pressoché inesistente, mentre altri hanno già disertato in passato. Ha messo il suo destino nelle mani delle Guardie della rivoluzione islamica» ha aggiunto.
Tutti i manifestanti alle proteste che dilagano in Iran saranno invece accusati di essere "nemici di Dio" ("mohareb"), reato punibile con la pena di morte: lo ha dichiarato il procuratore generale del paese, Mohammad Movahedi Azad, come riportato dai media statali iraniani. L'accusa si applicherebbe sia ai «rivoltosi e terroristi» che hanno danneggiato la proprietà e minato la sicurezza, sia a coloro che li hanno aiutati, ha affermato Movahedi Azad.
Il rientro
Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979, si prepara nel mentre a tornare in Iran per unirsi alle proteste contro il regime che vanno avanti da giorni. Lo ha annunciato lo stesso Pahlavi con un post su X.
«Avete ispirato l'ammirazione del mondo con il vostro coraggio e la vostra fermezza» ha scritto rivolgendosi ai manifestanti, «la vostra, ancora una volta, gloriosa presenza nelle strade dell'Iran venerdì sera è stata una risposta schiacciante alle minacce del leader traditore e criminale della repubblica islamica». Per Phalavi jr, l’ayatollah Alì Khamenei avrà visto le immagini «dal suo nascondiglio e tremato di paura». Ora servono «una presenza nelle strade più mirata e, allo stesso tempo, bisogna tagliare i canali finanziari» del regime. L'erede al trono ha dunque chiesto ai «lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell'economia, in particolare dei trasporti, del petrolio, del gas e dell'energia, di iniziare uno sciopero a livello nazionale».
Pahlavi ha anche invitato i manifestanti «a scendere in piazza sabato e domenica 10 e 11 gennaio, a partire dalle 18:00». Ora l'obiettivo non è più solo manifestare ma «prepararci a conquistare e difendere i centri cittadini» e dunque bisogna prepararsi a rimanere in strada».
L’erede assicura che farà la sua parte. «Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, la grande nazione dell’Iran, quando la nostra rivoluzione nazionale sarà vittoriosa. Credo che quel giorno sia molto vicino» ha detto.
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