Sabato 29 agosto gli islandesi voteranno sul futuro del loro rapporto con l’Unione europea. Il referendum non deciderà direttamente l’ingresso dell’Islanda nell’Ue, ma se Reykjavik debba riprendere i negoziati di adesione sospesi nel 2013. Il quesito chiede infatti agli elettori se l’Islanda debba tornare al tavolo con Bruxelles per discutere le condizioni di una possibile adesione. Se vincesse il sì, il governo riaprirebbe i negoziati: soltanto al termine di un eventuale accordo gli islandesi sarebbero chiamati a votare di nuovo per decidere se entrare effettivamente nell’Unione.

È questa la linea sostenuta dalla premier Kristrún Frostadóttir, che presenta il referendum come la possibilità di conoscere le condizioni prima di prendere una decisione. «È un’opportunità, non una decisione definitiva», ha spiegato. Il governo punta, in caso di vittoria del sì, a riaprire i colloqui entro la fine del 2026. Il risultato resta incerto. L’ultimo sondaggio Maskína, condotto tra il 21 e il 25 agosto, assegna il 51,3 per cento ai favorevoli alla ripresa dei negoziati e il 48,7 per cento ai contrari. Una divisione che attraversa un paese di poco meno di 400mila abitanti, membro fondatore della Nato, privo di un esercito e già fortemente integrato con l’Europa.

L’Islanda fa infatti parte dello Spazio economico europeo e dell’area Schengen. Applica quindi una parte consistente delle regole del mercato unico, ma non partecipa alle istituzioni europee che le approvano. Per i sostenitori della ripresa dei negoziati è questo uno degli argomenti centrali: Reykjavik applica molte norme europee senza partecipare al voto nelle istituzioni dell’Ue che contribuiscono a definirle. La prima domanda di adesione risale al 2009, nel pieno della crisi finanziaria che aveva travolto le banche islandesi e fatto precipitare la corona. I negoziati iniziarono nel 2010 e furono sospesi tre anni dopo con l’arrivo al governo di una maggioranza più euroscettica.

Oggi il contesto è diverso. La guerra russa contro l’Ucraina, il ritorno dei dazi come strumento di pressione economica e soprattutto le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia hanno riaperto il dibattito sulla collocazione strategica dell’isola. L’Islanda dipende dalla Nato e da un accordo bilaterale con gli Stati Uniti del 1951 per la propria difesa. La questione europea, quindi, non riguarda più soltanto l’economia. C’è poi il tema della moneta. Dopo anni di inflazione, una corona volatile e tassi d’interesse elevati, la possibilità di arrivare in prospettiva all’euro è diventata uno degli argomenti dei favorevoli a un maggiore avvicinamento all’Unione.

Ma il vero nodo resta la pesca. I prodotti ittici rappresentano circa il 40 per cento delle esportazioni di beni islandesi e il controllo delle acque è parte dell’identità politica nazionale, conquistata nel Novecento attraverso le tre «guerre del merluzzo» con il Regno Unito. Gli oppositori temono che un’eventuale adesione alla politica comune della pesca europea limiti la possibilità di Reykjavik di stabilire autonomamente quote e accesso alle proprie zone di pesca. Anche la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, europeista, ha chiarito che in qualsiasi futuro negoziato l’Islanda chiederebbe di mantenere il controllo sovrano sulle attività di pesca. Una posizione che rappresenterebbe uno dei punti più delicati del confronto con Bruxelles. La commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos ha riconosciuto le «specificità uniche» islandesi in materia di pesca e agricoltura e ha parlato della possibilità di trovare «soluzioni creative». Se il sì dovesse prevalere, quindi, il voto non sancirebbe l’ingresso dell’Islanda nell’Unione europea. Riaprirebbe invece il percorso negoziale che potrebbe portare, in seguito, a un secondo referendum sull’adesione vera e propria.

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