Jimmy Lai, il settantottenne magnate finanziatore del movimento di Hong Kong del 2019-2020, è stato condannato a 20 anni di carcere per “sedizione” e “collusione con potenze straniere”, per gli articoli pubblicati dal suo tabloid anti-Pechino, Apple Daily, e i suoi incontri con funzionari della prima amministrazione Trump.

L’imprenditore del Guangdong che ha fatto fortuna nel Porto profumato prima con l’abbigliamento e poi coi media si è visto comminare una pena esemplare. Formalmente la sentenza è arrivata da un tribunale locale, ma in applicazione della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, varata dal parlamento di Pechino il 30 giugno 2020 con un evidente obiettivo politico: porre fine una volta per tutte ai movimenti di massa che, a partire dal 2003 (sei anni dopo il ritorno alla Repubblica popolare cinese dell’ex colonia britannica) hanno agitato costantemente il centro finanziario più importante della Cina, fino alla rivolta di sei anni fa.

Per Lai è arrivata una condanna pesantissima, perché il self made man, avversario del Partito comunista dai tempi del massacro di Tiananmen, ha avuto l’ardire, dalle colonne del suo giornale, d’invocare l’intervento straniero e sanzioni contro le autorità di Hong Kong e di Pechino (misure che poi sono arrivate, sia da parte di Washington che di Bruxelles). Per Human Rights Watch si tratta «di fatto di una condanna a morte, una sentenza crudele e profondamente ingiusta, che dimostra la determinazione del governo cinese nello stroncare il giornalismo indipendente e zittire chiunque osi criticare il partito comunista».

Si chiude una stagione

Assieme a Lai, sono stati puniti (a pene tra i sei e i dieci anni) otto suoi ex collaboratori, tra cui sei giornalisti e due attivisti. Con la condanna di Lai si è chiusa una stagione. Hong Kong è ormai normalizzata, mentre Pechino punta sullo sviluppo della finanza a Shanghai e a porte d’accesso alternative all’ex colonia britannica per il capitale straniero. Mentre chi può va via: Londra ha annunciato che, attraverso la concessione di visti speciali, accoglierà 26mila hongkonghesi nei prossimi cinque anni.

Sommossa di Hong Kong, epidemia di Covid-19, guerra commerciale: il partito comunista ha superato questi tre “traumi” rafforzando la propria presa sull’economia e sulla società. Difficile, in un contesto in cui si succedono i pellegrinaggi dei leader globali alla corte di Xi, che la vicenda di Lai possa aprire un nuovo fronte di scontro tra la Cina e l’Occidente. Il Regno Unito ha annunciato che avvierà un «dialogo rapido» con le autorità cinesi in merito alla situazione di Lai, che ha cittadinanza britannica. Ma la realtà è che il traballante premier Starmer, recentemente in visita a Pechino, ai giornalisti che gli avevano chiesto come avesse sollevato la questione nel faccia a faccia con Xi ha risposto: «Potete immaginare come l’ho sollevata».

A Starmer stanno a cuore anzitutto le relazioni economiche con la Cina, così come a Trump, l’unico che potrebbe fare qualcosa per tirare fuori dal carcere Lai, e che non a caso non si è fatto sentire. In sua vece il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito la condanna «ingiusta e tragica», esortando Pechino a rilasciarlo per motivi umanitari.

L'Unione europea ha «deplorato la pesante condanna», rilevando l'età avanzata e le cattive condizioni di salute di Lai e ribadendo una precedente richiesta del suo immediato rilascio. «Il procedimento penalmente motivato contro Jimmy Lai e i precedenti dirigenti e giornalisti di Apple Daily danneggia la reputazione di Hong Kong», ha dichiarato un portavoce dell’Ue. Un atto di clemenza è improbabile, perché Xi Jinping ha imposto un cambio di paradigma alla Cina per quanto riguarda la libertà di espressione e di associazione. Infatti, mentre il decennio di Hu Jintao (2002-2012) si era caratterizzato per una relativa apertura anche su questo fronte, lasciando ai media e alla rete spazi di critica alle politiche del partito e ai cinesi possibilità di riunirsi al di fuori delle sue strutture ufficiali, Xi ha teorizzato e messo in pratica la riconquista di quei territori. La restaurazione partì nel 2013, col bavaglio imposto al Nanfang Zhoumo, un quotidiano del Guangdong che aveva osato sfidare Xi appena insediato, pubblicando a Capodanno un editoriale sul costituzionalismo contrapposto all’accentramento dei poteri nella leadership del partito portato avanti dal segretario generale.

Il coro dei governativi

Non solo, da un punto di vista ideologico Xi ha riproposto il legismo, la filosofia politica rappresentata da Han Fei (280-233 a.C.) che persegue il mantenimento della stabilità sociale attraverso una serie di meccanismi premiali, per chi è conforme alle norme dello stato, e di severe e inflessibili punizioni per chi trasgredisce. Se le violazione consiste poi in una critica o addirittura un attacco alle autorità centrali, il perpetratore non è degno di alcuna attenuante. Per questo i media governativi hanno ripetuto in coro la versione del governo, secondo cui Lai merita la condanna che gli è stata inflitta.

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