La Corte penale internazionale ha ricevuto il premio europeo per la libertà di pensiero. L’avvocato e giurista che ne è stato consulente riflette sul suo ruolo nel libro Londres 38 o sull’impunità. Pinochet in Inghilterra e un nazista in Patagonia.
Il Parlamento europeo ha assegnato il premio Sacharov per la libertà di pensiero 2026 collettivamente alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari. Proprio alla Cpi l’avvocato e professore di diritto internazionale Philippe Sands ha lavorato come consulente e a questo è dedicato il libro uscito per Guanda Londres 38 o sull’impunità. Pinochet in Inghilterra e un nazista in Patagonia.
Nel libro Sands racconta due storie parallele: l’arresto a Londra di Augusto Pinochet nel 1998, su mandato di un giudice spagnolo, e la vita dell’ufficiale delle SS Walther Rauff, inventore dei furgoni-camere a gas, autore di crimini di guerra in Lombardia e Piemonte e poi fuggito in Patagonia, dove la sua vita si intreccia misteriosamente con i crimini di Pinochet. Sands ha presentato il libro al Circolo dei Lettori di Torino, invitato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino e da SIOI, nonché a Internazionale a Ferrara.
Nel libro racconta di essere stato contattato da Pinochet per assumerne la difesa e che Sua moglie la convinse a rifiutare.
Per gli avvocati inglesi vige la regola della «coda del taxi»: un tassista non rifiuta il cliente in coda, chiunque sia. Ero entusiasta all’idea di partecipare a un caso storico, ma mia moglie mi disse che, se avessi accettato, avrebbe chiesto il divorzio. Rifiutai. Se non lo avessi fatto la mia vita sarebbe stata diversa. Poco dopo fui contattato da Human Rights Watch, partecipando al caso “dal lato opposto”. Così ho avuto sia l’emozione del caso sia la moglie, con cui sto felicemente da 37 anni.
Pinochet è morto ai domiciliari prima di essere giudicato, eppure lei presenta questa vicenda come una vittoria e non come una sconfitta. Perché?
Capisco e rispetto chi lo voleva estradato e processato in Spagna, ma nel libro rivelo che ci fu un vero e proprio accordo fra i governi cileno e britannico per rimandarlo in Cile per motivi di salute, a patto che lì fosse processato e perdesse l’immunità. Quell’evento aprì comunque in Cile le porte della giustizia anche per altri casi, dopo anni di impunità garantita dall’(auto)amnistia di Pinochet, ma anche altrove contro ex capi di stato e di governo. Inoltre continuo a ritenere che non sarebbe stato giusto, non giuridicamente ma moralmente, processarlo in Spagna: Paese che non ha mai perseguito i criminali franchisti e che del Cile fu colonizzatore.
Dopo la decisione della Camera dei Lord nel caso Pinochet, sembrò che l’immunità non potesse più essere opposta da capi di stato e di governo per i crimini internazionali, come poi scritto nello Statuto della Corte Penale Internazionale. Oggi se ne torna a discutere per Putin e Netanyahu. Siamo tornati indietro o è un’immunità diversa?
Il diritto penale internazionale è agli inizi e non va spinto troppo avanti troppo in fretta; è una creatura fragile, che fa passi avanti e passi indietro. Ho dubbi che un capo di stato o di governo in carica di un paese che non è parte dello Statuto debba perdere l’immunità, non credo esista una norma consuetudinaria in tal senso, serve un trattato.
Il caso Pinochet fu un esempio di attivismo giudiziario nazionale. Oggi pensa che il futuro del diritto penale internazionale sia davanti alla CPI?
Non solo. Forse – mi sono detto di recente – la Corte è stata creata troppo presto, quando il mondo non era pronto. Gli sviluppi più interessanti saranno ad altri livelli, come il costituendo tribunale speciale per l’aggressione russa all’Ucraina, nell’ambito del Consiglio d’Europa. Non consideriamo poi abbastanza le sentenze nazionali: la Germania ha condannato per crimini contro l’umanità e genocidio in Siria e Iraq; da pochi mesi negli Usa si è usata la giurisdizione universale per la tortura in Siria.
Pensa che ci saranno evoluzioni anche su questioni controverse, come il criterio dell’ “unica ragionevole inferenza” per la prova del genocidio?
La situazione è difficile, ma proprio ora è il momento di pensare al futuro: Lauterpacht e Lemkin hanno elaborato le loro teorie nel momento peggiore del Novecento. Io stesso lavoro alla nozione di crimine di ecocidio per proteggere l’ambiente. A un certo punto il sistema dovrà essere ricaricato e serviranno idee. Le cose peggioreranno ancora, ma poi miglioreranno; bisogna iniziare a pensarci ora.
Discendente di vittime della Shoah, lei ha rappresentato la Palestina davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Che impatto ha avuto questa scelta?
Ho la cittadinanza inglese e francese e ho avuto casi contro Regno Unito e Francia, ma ciò non mi ha reso anti-inglese o anti-francese. Aver rappresentato la Palestina non mi ha reso né antisemita né anti-israeliano. La Corte ha chiarito, correttamente, che i palestinesi hanno diritto all’autodeterminazione; credo che quella decisione vada attuata. Cerco sempre di limitare i sentimenti di tribalismo che tutti abbiamo; non è sempre facile prendere le distanze, come scrivo nel finale di La strada verso est, quando mi trovo sulla fossa comune dove giace la famiglia di mio nonno e dove sarei anch’io se fossi vissuto allora. Sono però arrivato a credere che la mia indipendenza professionale è la cosa più preziosa che possiedo.
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