Per chi le considera da avversario, le buone ragioni per mettere nello stesso sacco Giorgia Meloni e Marine Le Pen certamente non mancano: due donne dalla forte personalità che dirigono partiti la cui storia deriva, pur attraverso un lungo percorso che in entrambi i casi ha oltrepassato la boa del mezzo secolo, da una matrice neofascista, che non rifuggono dai toni gridati quando incontrano le platee dei simpatizzanti, che fanno dell’opposizione a quello che chiamano “il mondialismo” il proprio marchio di fabbrica sventolando la bandiera del patriottismo, e che sul binomio lotta all’immigrazione-esaltazione della sicurezza hanno investito gran parte delle loro risorse nelle campagne elettorali.

E a sostenere questo amalgama potrebbe essere chiamata, come autorevole rinforzo, gran parte della produzione accademica internazionale degli ultimi decenni, che non si è mai fatta scrupolo – aiutata dalla dichiarata ostilità dei suoi autori per i soggetti esaminati – di incollare su entrambe le “signore in nero” l’etichetta squalificante dell’estrema destra, tutt’al più addolcita, in qualche versione, nella più aggiornata (ma spesso intercambiabile) dizione «destra radicale populista».

Chi però osserva la politica con occhio diverso, pensando che per comprenderla l’analisi dei fatti e la loro documentazione valgano più dei pur legittimi giudizi ideologici, fatica a sottoscrivere questa sommaria equiparazione di due personaggi che numerose differenze – di personalità, di strategie, di programmi, di convinzioni – tendono, al di là delle innegabili affinità, a tenere ben distinte. Così come distinto – anche, se non soprattutto, a causa loro – è il quadro che Italia e Francia offrono sotto il punto di vista della diffusione, nei due contesti, delle tematiche sovraniste e/o populiste.

Che fra le leader di Fratelli d’Italia e del Rassemblement national non sia mai esistita una grande simpatia è, del resto, cosa nota, che le recenti congratulazioni della seconda alla prima certamente non cambiano. A rendere la relazione difficile, se non inesistente, hanno concorso vari fattori, sia personali che politici.

Convivenza difficile

Da una parte c’è il complicato rapporto tra i partiti in cui ciascuna di loro ha mosso i suoi passi. Se infatti il Front national, sin dalle origini – cinquant’anni orsono – ha riscosso il placet del Msi dell’èra almirantiana, al punto da poter acquisire il permesso di fare della tanto discussa “fiamma tricolore su base trapezoidale” il proprio simbolo e da essere integrato nel poco riuscito tentativo di rilanciare a metà anni Ottanta un’eurodestra su base continentale, in seguito la convivenza tra le due formazioni si è fatta difficile, e a momenti di entusiasmo si sono alternate fasi di reciproca freddezza, che hanno certamente lasciato il segno. 

Se infatti Pino Rauti, nella sua breve stagione di segreteria missina (1990-1991), rimproverava al padre di Marine di ridurre il programma del suo partito a una eccessiva xenofobia, al punto di rilasciare un’intervista al Manifesto per prenderne pubblicamente le distanze, Gianfranco Fini, all’epoca suo diretto rivale, chiamava al proprio fianco il focoso Jean-Marie sul palco dei comizi indetti per sostenere le sue petizioni anti-immigrazione. Salvo poi fare un rapido dietrofront quando, a seguito di Tangentopoli, gli si erano d’improvviso schiuse impensabili prospettive di ascesa al governo e il vecchio combattente dell’Algérie française, con le sue intemperanze verbali su argomenti scottanti, si era trasformato in un compagno di viaggio impresentabile.

Già qualche anno prima, Fn e Msi-Dn avevano preso all’europarlamento strade diverse, separando le rispettive delegazioni; la svolta di Fiuggi ha peggiorato le cose, con accuse vicendevoli di estremismo (Msi a Fn) e di tradimento e ipocrisia (Fn a Msi). Uno strappo che non si è mai ricucito, specialmente quando – per effetto specialmente dei due diversi sistemi elettorali, con il maggioritario a doppio turno che ha vanificato il 15-16 per cento dei voti ottenuti dal Front national, cancellandolo sistematicamente dal parlamento, ma anche per l’influenza di altri fattori – i due partiti hanno puntato su strategie diverse.

Tra sovranismo e populismo

LaPresse

Grazie all’effetto Tangentopoli, il Msi, proiettato dal crollo del vecchio sistema partitico nell’area della governabilità e messo da Berlusconi nella condizione di poter essere inclusione in un’alleanza di centrodestra, ha presto rinfoderato gli atteggiamenti protestatari sfoggiati nella stagione di Mani pulite, puntando su un’immagine moderata e scartando la carta populista.

In Francia è accaduto il contrario: esauritosi con un nulla di fatto il tentativo di Jean-Marie Le Pen di accreditarsi come «il Reagan francese» con una virata ultraconservatrice e liberista, il Fn ha imboccato con crescente determinazione la via dell’opposizione diretta all’establishment, riprendendo in una versione aggiornata quei toni e quelle argomentazioni populiste che il suo padre-padrone conosceva fin dai tempi (metà anni Cinquanta) in cui era stato il più giovane deputato dell’Assemblée nationale, eletto nelle file poujadiste.

Nella memoria di Giorgia Meloni e di Marine Le Pen, separate da nove anni di età ma entrambe coinvolte nell’attivismo di partito da giovanissime, certamente quelle differenze sono rimaste ben impresse. L’una ha infatti seguito passo dopo passo il percorso tracciato da Fini, condividendone per un ventennio le scelte; l’altra ha fatto lo stesso con il padre. Anche se poi, quasi nei medesimi anni, ambedue si sono viste costrette a recidere il cordone ombelicale e ad affermare il proprio protagonismo attraverso scelte di discontinuità dalle potenzialità radicali: separandosi dal Popolo delle libertà berlusconiano e fondando un proprio partito in un caso, cambiando rotta e poi anche nome al Front national nell’altro, con l’aggiunta dell’espulsione del fondatore e storico leader per non avere intralci ai propri disegni.

Affiancate negli obiettivi di fondo – l’allargamento dell’area di consenso –, le strategie di Fratelli d’Italia e del Rassemblement national hanno palesato fin dall’inizio notevoli differenze, spinte per taluni versi ai limiti del contrasto. Per Meloni e sodali il primo dei problemi era la ricostruzione di un’identità che le fughe in avanti finiane avevano compromesso, senza peraltro ricadere in quella trappola delle nostalgie che aveva sempre fatto da argine ai tentativi di espansione dell’elettorato missino, impedendo la conquista del grosso dell’opinione pubblica di sentimenti conservatori.

Per Le Pen figlia si trattava invece di limare e aggiornare l’identità tradizionale del partito, ripulendola dai residui ingombranti di un passato ormai lontano (la cosiddetta “ombra di Vichy”, i richiami alle battaglie perdute nella vicenda algerina, un tradizionalismo religioso ai limiti del settarismo) e sforzandosi di affrancarla dal richiamo a una destra che, a differenza di quanto è accaduto in Italia a partire dai primi anni Novanta, aveva applicato ai danni del Fn la più rigorosa prassi del cordone sanitario.

Lo sbocco dei due itinerari era dunque giocoforza molto diverso. Da un lato, una definitiva scelta di campo saldamente ancorata a destra, per dotarsi di un serbatoio elettorale ormai consolidato, e su cui puntare, in una logica di vasi comunicanti, per svuotare le riserve degli alleati-concorrenti. Dall’altro, il rifiuto di quell’ancoraggio, che – come era accaduto più volte in passato – si sarebbe potuto tradurre in una cessione di consensi ai rivali post-gollisti ogniqualvolta costoro si fossero affidati a esponenti dal discorso più radicale (il caso di Sarkozy era esemplare), e la rivendicazione di una trasversalità/estraneità rispetto allo spartiacque-sinistra destra.

Nel primo percorso, la formula politica più idonea era una miscela di istanze nazionaliste e conservatrici, a cui si poteva dare il nome di sovranismo. Nel secondo, la via maestra era quella del populismo, con la pretesa (o l’ambizione) di interpretare le istanze dei “perdenti della globalizzazione” attraverso la denuncia delle colpe delle oligarchie politiche, culturali e finanziarie. Sebbene potessero esservi – e vi sono stati – incroci e sovrapposizioni tattiche nei reciproci discorsi, le direttrici tattiche così delineate si presentavano nettamente distinte.

Autopresentazioni

Che queste scelte siano state fruttuose in entrambe le situazioni, lo dimostrano le cifre elettorali raccolte sia da Fratelli d’Italia sia dal Rassemblement national (89 seggi conquistati in parlamento lo scorso giugno, con quasi il 19 per cento dei voti). Il cammino verso il successo, tuttavia, al di là di un identico impegno per de-estremizzare il profilo dei due partiti, è stato, nel corso degli anni, molto diverso.

A rendersene conto aiutano  le opere a cui tanto Le Pen quanto Meloni hanno affidato il compito di delineare le rispettive immagini (quale che sia stato, nell’elaborazione degli scritti, il ruolo degli inevitabili ghostwriters).

Si nota subito, scorrendone le pagine, come le due capifila del fronte “antimondialista” si siano preoccupate di dosare i tratti privati e quelli pubblici del proprio messaggio, consapevoli di dover affrontare la diffidenza di lettori esterni alla cerchia dei simpatizzanti già conquistati alla causa. Le Pen lo ha fatto in un primo volume incentrato sulle sue vicende personali (À contre flots) e in un secondo dai toni nettamente più ideologico-programmatici (Pour que vive la France); Meloni ha seguito il medesimo schema in Io sono Giorgia, dove i piani sono però volutamente mischiati.

In ambedue i casi risalta l’intenzione di descrivere percorsi di vita controcorrente, punteggiati dalle difficoltà di far fronte a incomprensioni, discriminazioni e difficoltà personali – l’abbandono paterno, l’infanzia passata in un appartamento minuscolo e la necessità di rinunciare agli studi universitari per supplire alle necessità economiche per Giorgia, l’ostilità dell’ambiente giudiziario e dell’avvocatura a causa del peso del cognome portato e le traversie conseguenti a due divorzi e alla necessità di accudire tre figli per Marine.

La presidente di Fratelli d’Italia si descrive però prima di tutto come una militante a tempo pieno, coinvolta nel turbine della politica appena quindicenne e mai tentata di uscire da quella «dimensione totalizzante» vissuta con entusiasmo, mentre la leader transalpina lascia trasparire una fisionomia da outsider, di ragazza quasi obbligata a fare i conti con l’impegno politico per l’impossibilità di emanciparsi dal pesante lascito paterno, frustrata dalla difficoltà di costruirsi un cammino “normale” e soltanto per gradi pervenuta alla consapevolezza di dover fare la sua parte per “far vivere” il suo paese.

In queste autopresentazioni c’è già un elemento di distinzione tra chi nel partito ha trovato da subito una seconda casa, una comunità (il termine ricorre con marcata frequenza lungo le pagine del libro di Meloni) e chi invece, pur trovandoselo in casa fin dalla nascita, a quel partito ha cercato per anni di sfuggire. È la distanza che intercorre tra chi incanala i sentimenti di ribellione al mondo in cui vive in un filone della politica tradizionale e chi li esprime tramite una generica avversione all’establishment che solo in un secondo momento, sotto la spinta delle circostanze, conduce ad assegnarsi un ruolo politico.

La visione di Meloni

Nei capitoli dove la dimensione privata cede il passo a quella pubblica, questa discrasia si fa ancora più evidente, sebbene molti temi e proposte, nelle professioni di fede enunciate, coincidano: sul recupero delle prerogative dello stato, sull’avversione a un’Unione europea denunciata come un rullo compressore destinato a cancellare le identità nazionali, sull’ostilità all’immigrazione, sulla rivendicata preferenza per la voce del popolo rispetto a quella dei “salotti”. Dietro la pars destruens si disegnano infatti due visioni, e due sensibilità, che è difficile far coesistere.

Lo fa capire Meloni quando, definendo sovranismo e populismo «due opzioni ben distanti tra loro», attribuisce al primo la dignità di «una precisa visione del mondo e delle cose» e gli assegna il compito di riconsegnare la sovranità agli stati nazionali, mentre derubrica il secondo a una mera «antivisione», all’idea «che il ruolo della politica sia assecondare l’umore della gente, inseguire le pulsioni del momento, rincorrere la società invece di guidarla».

C’è, in questa interpretazione, il marchio del conservatorismo, confermato dalla scarsa attenzione ai temi sociali che connota la sua narrazione. Le preoccupazioni espresse nel libro sono principalmente, se non esclusivamente, di ordine culturale: la difesa delle radici cristiane della civiltà occidentale, che porta a delineare su basi religiose un insanabile conflitto tra Islam ed Europa e a definire «battaglia epica» e «principio non negoziabile» la difesa della vita fin dal concepimento, nonché l’affermazione di un’identità il cui contenuto coincide con il richiamo, in chiave strettamente patriottica, ai valori della tradizione: «L’appartenenza a un popolo, l’amore verso una terra, la lingua comune, il paesaggio che forma un’idea del mondo, gli usi e costumi ereditati e da amare perché legame profondo con i nostri antenati, il loro lascito». Di programmi sociali, e di soluzioni economiche, non si coglie neppure un abbozzo, se si esclude l’evocazione di un generico «produttivismo».

I temi di Le Pen

Tutt’altra atmosfera si respira nelle pagine di Marine Le Pen, dove i toni religiosi sono assenti e i temi etici sono di rado toccati, mentre la critica della «metafisica ultraliberale» e della «religione del libero scambio» assume toni martellanti, ponendo sotto accusa la finanziarizzazione organizzata dell’economia, l’uso spregiudicato del debito pubblico e quello di una massa migratoria raffigurata come l’incarnazione contemporanea dell’«armata di riserva del capitale» di marxiana memoria.

All’inverso dell’impostazione meloniana, qui è la classica retorica populista a essere in auge: si denuncia l’ampliarsi costante del fossato tra il popolo «indesiderato» e trascurato e le élites oligarchiche, uniche beneficiarie della globalizzazione, si condanna la subordinazione della classe politica ai poteri forti, si mettono alla berlina gli intellettuali che fanno da battistrada del “pensiero unico”, si punta il dito contro il modello americano, «al cuore del progetto mondialista».

Spazio politico

Più in profondità, a dividere le due leader e i loro progetti c’è il giudizio che ciascuna di esse dà dei tradizionali criteri di divisione dello spazio politico. Se per Meloni destra e sinistra continuano a essere referenti indispensabili, perché i valori di fondo che le contraddistinguono sono sempre gli stessi, per Le Pen esse si sono trasformate in concetti che la globalizzazione ha inevitabilmente cancellato, venendo sostituite dalla nuova linea di separazione e conflitto tra un «blocco popolare» e «l’aristocrazia dei ricchi».

E se per l’una il primo obiettivo da raggiungere è infondere all’intero schieramento di destra italiano quella aspirazione alla «sintesi di tutte le idee maturate nell’alveo della tradizione conservatrice e liberale» che caratterizza Fratelli d’Italia, per l’altra è il liberalismo, con i suoi fondamenti individualisti e cosmopoliti, ad avere assunto il ruolo di nemico principale.

Alla luce di queste considerazioni, si capisce perché i percorsi di Meloni e Le Pen non si siano sin qui mai incrociati nelle sedi istituzionali della politica europea e siano probabilmente destinati a rimanere separati anche in futuro. Il progetto conservatore e quello populista hanno sulla loro strada molti ostacoli comuni, ma non hanno di mira lo stesso obiettivo.

Il primo punta a contenere l’offensiva progressista sul piano culturale, accontentandosi in ambito politico di limitate riforme degli ordinamenti esistenti (non a caso, “Conservatori e riformisti” è la denominazione del gruppo che lo esprime). Il secondo auspica e fomenta una ribellione popolare contro l’establishment, pur senza mettere in discussione il quadro istituzionale democratico. Solo il futuro potrà darci la giusta misura delle rispettive ambizioni.

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