I governi di Italia e Giappone non sono mai stati così vicini, con a capo, entrambi per la prima volta, una donna, tutte e due esponenti di una destra sovranista e filo-Trump, con la missione storica di far dimenticare definitivamente gli stigmi delle rispettive culture politiche d’origine: quella fascista e quella del nazionalismo nipponico. E così il feeling tra Sanae Takaichi e Giorgia Meloni, in visita ufficiale venerdì 16 gennaio a Tokyo, si è tradotto in raffiche di sorrisi a favore di telecamere, complimenti reciproci e auguri (la leder di Fratelli d’Italia ha compiuto 49 anni). Fino al selfie, diventato subito virale, delle due leader in stile anime, con gli occhioni sproporzionati tipici dei personaggi dei cartoni giapponesi.

La relazione tra il nostro paese e l’arcipelago è stata elevata per l’occasione a “partenariato strategico speciale”, in un contesto globale sempre più turbolento in cui – semplificando – il Giappone si riarma e l’Italia, tra i maggiori produttori globali, è interessata a vendere armamenti.

Meloni e Takaichi hanno fatto precedere il loro incontro da un editoriale congiunto (pubblicato sul Corriere della Sera e sul Nikkei) nel quale si sono dichiarate pronte ad «agire insieme per difendere un ordine internazionale libero, giusto e aperto» e «fondato sulla forza del diritto» in un contesto che è invece segnato da «instabilità, competizione strategica e spinte revisioniste, che minano le regole condivise».

E nella conferenza stampa a conclusione del vertice hanno espresso la medesima «crescente preoccupazione per le restrizioni all’export dei minerali critici» da parte della Cina: un cavallo di battaglia di Donald Trump, che ha appena dato un ultimatum di 180 giorni ai paesi alleati, per presentare progetti di emancipazione dal quasi-monopolio di Pechino delle terre rare.

Roma e Tokyo intanto hanno deciso di consolidare la cooperazione su innovazione e ricerca, in particolare su semiconduttori e tecnologie critiche, per ridurre la dipendenza da fornitori esterni, anche in questo caso la Cina.

Il riarmo del Giappone

Meloni e Takaichi hanno discusso molto di difesa. Il Giappone sta provando a rimuovere i caveat pacifisti postbellici e schiacciando sull’acceleratore della spesa militare, sia per contare di più sullo scacchiere internazionale, sia come volano dell’economia nazionale. Per portare a termine questo piano, continuando la sua politica fiscale ultra espansiva, Takaichi avrà bisogno di una solida maggioranza in parlamento. Per questo ha annunciato che a fine mese scioglierà la camera bassa, per la quale le nuove elezioni si svolgeranno l’8 febbraio.

Al termine di un programma quinquennale di aumento del budget per le forze armate, il Giappone si posizionerà terzo nella classifica dei paesi che spendono di più, dopo gli Stati Uniti e la Cina. Il complesso militare-industriale statunitense gongola. Il ministro della difesa, Shinjiro Koizumi, è stato ricevuto giovedì 15 a Washington dal suo omologo, Pete Hegseth, e dal vice presidente, JD Vance.

Gli Stati Uniti, che nel 1947 avevano dettato la costituzione del paese sotto occupazione alleata (nota come Costituzione MacArthur) stanno ora seguendo passo passo lo smantellamento dei princìpi di quella carta – intrapreso da Shinzo Abe – a opera dell’ultra-nazionalista Takaichi, che del premier assassinato nel 2022 è l’erede politica.

Per quanto riguarda la cooperazione di difesa, Italia e Giappone – si legge nella dichiarazione congiunta diffusa da Palazzo Chigi «hanno espresso soddisfazione per i progressi del Global Combat Air Programme (Gcap), volto a sviluppare congiuntamente con il Regno Unito il caccia di nuova generazione, e hanno confermato l’importanza di raggiungere l’obiettivo di consegnare il primo velivolo nel 2035. Hanno inoltre accolto con favore le discussioni in corso per ampliare le opportunità di cooperazione su nuovi equipaggiamenti e tecnologie della difesa».

Il Gcap è una partnership paritaria tra la britannica Bae Systems, l’italiana Leonardo e la giapponese Mitsubishi Heavy Industries, che nel prossimo decennio fornirà alle forze aeree dei tre paesi velivoli da combattimento all’avanguardia. In attesa di vedere il primo super-caccia nippo-italo-britannico, i suoi costi sono già più che triplicati, da 6 a 18 miliardi di euro, e parliamo ancora soltanto della fase di sviluppo. È questa infatti la richiesta inviata nei giorni scorsi dal ministero della difesa al parlamento per il cosiddetto caccia di sesta generazione.

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