La Russia nelle ultime settimane ci ha offerto una lunga serie di immagini scioccanti che mostrano la violenza della polizia che, a sua volta, riflette la violenza legittimata dello stato. Risuonano i nomi dell’antagonista Putin con i suoi fedelissimi e del protagonista Alexei Navalny, la cui immagine, senza dubbio, ai nostri occhi sta diventando l’emblema di un eroe nazionale, soprattutto dopo che il 2 febbraio scorso il tribunale ha deciso di confermare la condanna che, da sospesa, è diventata effettiva. Il termine di sospensione della pena era scaduto il 30 dicembre 2020.

La pena inflitta, tre anni e mezzo di carcere in una colonia penale, decorre solo da adesso. I giudici hanno preso in considerazione l’anno di detenzione domiciliare, e così la pena è stata ridotta a due anni e otto mesi. Dunque, se non cambierà nulla, Navalny tornerà in libertà nell’autunno del 2024.

Queste informazioni sarebbero incomprensibili senza conoscere il contesto che, per l’intensità e per la forte connessione tra gli eventi che a catena si stanno susseguendo, già adesso può essere paragonato a una tragedia antica o alle pagine cruciali di un manuale di storia. Le immagini della violenza sono particolarmente esplicite e suscitano terrore; i social media sono stati inondati da video, tra questi ha provocato maggiore indignazione quello in cui un uomo dell’Omon prende a calci una donna nello stomaco. Scioccante anche la storia della ventunenne Alyona Kitayeva, volontaria del partito dell’oppositrice politica Lyubov Sobol, che la polizia stava per soffocare con un sacchetto di plastica in testa, per costringerla a rivelare la password del suo telefono.

Tutti questi fatti però sono solo conseguenze. Per capire le ragioni del più alto numero di proteste non autorizzate degli ultimi decenni, avvenute in 112 città della Russia (abbracciando così nove fusi orari, noi scendendo per le strade di Mosca eravamo già a conoscenza di quanto accaduto a Vladivostok, a Yakutsk, e a Omsk, e inoltre eravamo commossi dalla notizia che a Yakutsk la gente è uscita a protestare nonostante fuori ci fossero -53 gradi), e per comprendere i motivi del maggior numero di arresti di massa, come dicono, dai tempi del terrore staliniano, dobbiamo fare una breve escursione nel passato.

“Paziente berlinese” 

Alexei Navalny è tornato in Russia il 17 gennaio scorso e non ha trascorso neppure un minuto in libertà, infatti è stato arrestato prima ancora di varcare il confine, al controllo passaporti. È tornato dopo il comprovato avvelenamento da arma chimica, il veleno militare Novichok, il cui utilizzo, come per qualsiasi arma chimica, in Russia e in Europa è proibito dalle convenzioni internazionali. Navalny chiama apertamente Vladimir Putin “il mio avvelenatore”, mentre gli esecutori sono stati individuati da una piccola squadra internazionale di investigatori in un dipartimento segreto dell’Fsb, che si occupa di chimica e medicina.

Navalny è l’oppositore politico più attivo in Russia e le sue iniziative sono realmente dei grattacapi per il Cremlino. Tra queste ricordiamo Voto intelligente (votesmart.appspot.com), le indagini della sua fondazione Lotta alla corruzione e le trasmissioni sul suo canale Youtube che non potrebbero mai andare in onda sui canali statali. Putin ha paura di nominare il cognome Navalny quando gli vengono poste domande dirette su di lui. Dopo l’avvelenamento lo definisce “il paziente berlinese”, in quanto Navalny in coma, dopo l’intervento dei capi di stato europei, è stato curato nella clinica berlinese Charité, dove poi sono state trovate nelle analisi tracce di avvelenamento.

Navalny ritiene che questi timori derivino dal fatto che Putin veda in lui un rivale per la poltrona presidenziale. Inoltre, come gli altri oppositori politici, Navalny dichiara che Putin ricopre la sua carica illegittimamente e che i risultati elettorali sono stati truccati.

Il caso Kirovles

Vorrei ricordare che nel 2020 la vita politica russa è stata segnata dalla modifica di una serie di articoli della Legge fondamentale della federazione russa, la Costituzione, anche con il fine di garantire il mandato a vita dell’attuale presidente. Proprio per timore che Navalny potesse essere eletto, nel 2013 è stato creato il “caso Kirovles”, totalmente inventato, per cui Navalny è stato condannato a libertà vigilata, mentre suo fratello Oleg Navalny ha trascorso in prigione tre anni e mezzo. Poiché chi ha precedenti penali non può candidarsi alla presidenza, era necessario condannare Alexei a tutti i costi.

Sebbene la corte europea per i Diritti dell'Uomo, la cui decisione è vincolante per il sistema giudiziario russo, abbia completamente annullato la sentenza del tribunale riguardo al "caso Kirovles" e abbia ordinato allo stato russo di risarcire Navalny, nel 2018 questi è stato comunque escluso dalla candidatura e Putin è stato nuovamente eletto senza concorrenza. Inoltre nella Costituzione “aggiornata” dello scorso anno, viene sancita la superiorità del diritto russo sul diritto internazionale, in modo che tali situazioni non si ripetano in futuro. Tuttavia adesso Navalny viene nuovamente processato per un caso la cui pena è già stata scontata e la sentenza annullata. I funzionari giudiziari hanno denunciato il fatto che Alexei Navalny non si sia presentato alle autorità penitenziarie nel periodo in cui si stava curando in Germania.  

La giustizia russa ha conquistato l'ennesima vetta di illegalità. Eventi esterni illustrano come si è svolto il processo: la polizia “ha fregato” i giovani fermandoli senza alcun motivo all’uscita della stazione metropolitana più vicina al tribunale; le strade circostanti sono state delimitate dalla polizia antisommossa; l'arrivo al tribunale di diplomatici, da ben diciotto paesi, è stato definito da un rappresentante ufficiale del ministero degli Affari esteri della federazione russa «ingerenza negli affari della federazione russa».

Il discorso di Navalny a questo processo, degno di essere citato nei futuri manuali di storia, si conclude con le parole: «Io non riconosco la farsa che avete messo in piedi, è un inganno ed è del tutto illegale ... Chiedo il mio immediato rilascio e il rilascio di tutti i detenuti politici». La richiesta di libertà per tutti i detenuti politici e le persone arrestate è divenuto oggi in Russia un leitmotiv in ogni discorso tra le persone comuni.

Il video su YouTube

Bisogna dire che Alexei Navalny da autentico maestro, grazie all’efficacia delle informazioni da lui diffuse, riesce a innescare molteplici effetti.

Il giorno dopo il suo arresto all’aeroporto Sheremetyevo è stato pubblicato su Youtube un lungo video, preparato precedentemente, Il Palazzo di Putin, che mostra appunto la sontuosa reggia del presidente a Capo Idokopas vicino a Gelendzhik, le cui dimensioni superano ogni immaginazione e in cui predomina sconcertante il cattivo gusto. Il video ha avuto l’effetto di una bomba.

A oggi ha raccolto 109 milioni di visualizzazioni su Youtube ed è diventato il fattore più deflagrante della politica russa, costringendo Putin a giustificarsi affermando «non è il mio palazzo». Il video ha ispirato la creazione di numerosi meme e di svariati interventi sui social network, fino ad arrivare alla piattaforma più in voga tra i giovanissimi, TikTok.

È stato proprio questo video il fattore scatenante che ha portato decine di migliaia di persone a partecipare alle proteste non autorizzate dello scorso gennaio. Il video ha mostrato il terribile divario tra la realtà in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione russa, accuratamente lasciata all’oscuro della vita dell’élite, e l’immagine idilliaca o velatamente ironica trasmessa dai canali televisivi statali.

I dati economici sullo sfondo dei quali accadono questi eventi tragici, parlano da soli: il reddito della popolazione sta diminuendo, il numero di poveri e indigenti è in crescita da diversi anni secondo le statistiche ufficiali, diverse regioni da molti anni continuano a ricevere sovvenzioni. Vengono avviati procedimenti penali contro gli imprenditori al fine di far cessare le loro attività, e questo in forza della depenalizzazione applicata agli articoli di carattere economico del codice penale.

La popolazione russa sta diventando gradualmente ostaggio delle forze politiche e contemporaneamente sta perdendo ogni forma di prospettiva positiva. Il nuovo modello di fedeltà all'autorità non prevede ricompense per chi è d’accordo, ma prescrive colpi di manganello della polizia per chi è in disaccordo.

Ecco un esempio: Sergey Smirnov, caporedattore del quotidiano indipendente Mediazona, è stato condannato a un arresto di 25 giorni per aver retwittato un testo contenente un appello a protestare. In questa situazione, non sono solo gli attivisti e i professionisti, ma sono soprattutto i politici dell'opposizione a sentirsi obbligati a fare qualcosa.

All'interno di un'ampia gamma di associazioni professionali il dissenso viene espresso anche attraverso lettere aperte, appelli pacifici, che esprimono disaccordo e chiedono spiegazioni degli abusi da parte delle autorità e delle forze dell’ordine. Ad esempio, un simile appello è stato pubblicato dalla comunità degli artisti lo scorso 5 febbraio (vedi Artguide.com), e una simile lettera aperta era stata pubblicata qualche giorno prima dall’Ordine degli architetti e degli urbanisti.

A loro volta, questi testi sono una reazione non soltanto agli eventi delle ultime settimane, ma anche all’ondata delle nuove leggi repressive, il cui pacchetto è stato approvato a dicembre dalla duma di stato (che in Russia, giustamente, non viene chiamata parlamento, ma “organo”, che approva la volontà del presidente). Questa riforma prevede anche la depenalizzazione di leggi necessarie, come la legge sulla violenza domestica, e un nuovo progetto sull’istruzione che di fatto introduce la censura rispetto a eventuali iniziative educative e promozionali. Quando tali azioni di protesta arrivano dalle più svariate schiere di professionisti, la questione diventa pubblica. Le petizioni sono firmate da centinaia di migliaia di persone. Tuttavia per il momento le autorità preferiscono ignorarle.

Regno kafkiano

È difficile appellarsi alla giustizia in uno stato che, come in una parabola buddista, è una «scimmia che non vede il male»; qui non cercano neppure di fingere il dialogo se non ne vedono la necessità.

Il metodo adottato per spiegare la situazione attuale e tutte le forme di protesta si basa su un’unica e comune affermazione: la Russia è accerchiata dai nemici, in giro ci sono traditori e “agenti stranieri” (così adesso vengono contrassegnate tutte le organizzazioni senza scopo di lucro che, almeno una volta, hanno ricevuto contributi o assistenza dall’estero).

Tuttavia, non metto in conto che una persona “esterna” possa comprendere questo regno kafkiano e assurdo. Le mie affermazioni sono rivolte ai russi-ingenui i cui cervelli sono stati plagiati dalla propaganda aggressiva della televisione. Qualsiasi sguardo attento può notare evidenti incoerenze, la mente può scoprire l'assenza o la sostituzione delle argomentazioni. Il famoso drammaturgo e regista teatrale Ivan Vyripaev ha scritto sul suo account Facebook:

«(…) Se immaginassimo (anche se è difficile anche solo da immaginare) che Putin e tutta questa propaganda avessero ragione, mentre Navalny fosse veramente un agente del Gosdep (dipartimento di stato americano-nota dell’autore), allora verrebbe da chiedersi, perché il presidente Putin permette che la gente “ingannata” venga trattata così brutalmente? Perché non li difende? E perché, anziché picchiarli e torturarli, non fa di tutto per tenerli in sicurezza, dato che stanno protestando pacificamente? Dopotutto sono i cittadini della federazione russa. E sono persone innocenti… Le autorità picchiano e incoraggiano il pestaggio dei propri cittadini. Il portavoce del presidente, Peskov, dice: “Il presidente non è al corrente di ciò che sta accadendo” …  E allora, che ce ne facciamo di un tale presidente?».

Purtroppo, date queste logiche conclusioni, non seguono risposte promettenti alle richieste di dialogo. Di questo è colpevole innanzitutto il sentimento dell’«impotenza appresa», che il potere ha inculcato negli ultimi tre decenni, un'asserzione implicita che dalla volontà di una persona – tranne, naturalmente, quella di Putin – non dipende nulla.

Proprio Navalny, nonostante tutte le critiche a lui rivolte anche dall’ala liberale, è diventato la personificazione dell’opposizione a questa impotenza e passività politica. Forse la Russia deve ancora trovare il suo Lech Walesa, capace di organizzare la resistenza pacifica e davvero di massa, che ha posto fine al regime comunista in Polonia, ma in sua assenza questo ruolo è ricoperto per ora in modo convincente da Navalny, recentemente nominato al premio Nobel per la pace. Anche Walesa venne candidato. Non ci sono dubbi che la Russia sia sulla strada per creare la sua Solidarnosc. Una delle ragioni per cui questo non è successo prima, è da attribuire, secondo molti, al ritorno strisciante della retorica sovietica degli ultimi anni e al fatto che qui il processo di desovietizzazione non sia mai stato realizzato.

A differenza del passato, nonostante tutta la ferocia del regime e gli esempi lampanti di violenza della polizia, si è fatto strada il senso dell’umorismo, con l’aiuto del quale vengono smascherati i trucchi di Putin e della sua élite tascabile.

Uno dei motivi del successo incondizionato del film sul “palazzo” di Putin e degli altri film-inchiesta di Navalny è da attribuire al loro tono informale, giocoso, capace di trasformare l’orrore in un meme. Alexei interagisce e parla con semplicità, confidenzialmente, eliminando così la distanza tra se stesso e il pubblico. Il potere, da parte sua, risponde con una crescente menzogna e una ferrea serietà. Quando nel film dei fratelli Coen Non è un paese per vecchi l’eroe descrive il personaggio Bardem, uno dei più orribili assassini della storia del cinema, così dice di lui: «Sai, non ha il senso dell’umorismo».

Lo spettatore, per ora solo lo spettatore, guardando lo schermo resta sinceramente perplesso: come tutto questo può accadere in uno dei paesi più grandi e potenti del mondo? Come può il metodo della corruzione diventare l’essenza nascosta della gestione del potere e delle sue relazioni? Solo quando tale sconcerto si trasformerà in correttezza da parte della polizia e si convertirà in un diffuso coraggio a uscire per rivendicare i propri diritti, potremo iniziare a parlare di cambiamenti del clima politico russo. Ma fino a quando questo non sarà successo, la situazione sarà ben descritta da una barzelletta oggi molto popolare: «Papà, perché stanno perquisendo casa nostra?» «Non lo so, figlioletto! Io non mi interesso di politica!»

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