Durissime reazioni da Israele: «Goebbels fa festa dall’inferno». Rubio annuncia la stretta: «Corte penale canaglia, la smantelleremo». Anche Trump attacca la giurista: «Esalta i terroristi di Hamas»
A Oslo hanno perso «la bussola morale». Un furibondo Benjamin Netanyahu ha commentato così la scelta del Comitato del Nobel di assegnare il riconoscimento più alto per la lotta per la pace a Navi Pillay. Sì, la giudice della Corte penale internazionale e alta commissaria dell’Onu per i Diritti umani dal 2008 al 2014 che l’anno scorso, in veste di presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese occupato dell’Onu, aveva esplicitamente parlato di «genocidio» a Gaza.
Ebbene, per Israele Pillay è «la donna che diffuso la demonizzazione degli ebrei», la commissaria che ha «costruito la sua carriera inventando e diffondendo libelli di sangue contro l’unico Stato ebraico». Nemmeno il Nobel è a riparo dalle accuse di antisemitismo che partono quotidianamente da Tel Aviv contro chi osa criticare il sangue versato nella Striscia. Anzi, quando Pillay ha vinto, più di qualche israeliano ha giurato di sentire il braccio destro di Hitler approvare la scelta dall’inferno: «Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno». Si legge in una nota del ministero degli Esteri israeliano che premiare l’ex Alta commissaria Onu per i diritti umani «è la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele». Quella medaglia sarebbe ormai solo «premio per le menzogne».
«Pericolo mortale»
La pensa così anche Donald Trump, che ha ricondiviso sui social il messaggio dell’avvocato che lo ha difeso nella sua causa di impeachment, David Schoen: «Il Comitato per il Nobel si è coperto di vergogna in modo irreparabile». Secondo la valutazione diffusa dal presidente Usa, Pillay sarebbe una «nemica degli Usa e di Israele» che «esalta i terroristi e premia Hamas», che non ha «alcuna credibilità» e ostacola la pace.
Non solo. Probabilmente non è un caso che lo stesso giorno dell’annuncio del Nobel a Pillay è arrivato l’annuncio delle sanzioni statunitensi contro la Corte penale internazionale. «Vieteremo le transazioni con questa Corte canaglia, tagliandole le risorse e paralizzando la sua capacità di operare». È con queste parole che il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha riferito di aver inserito la Cpi nella sua interezza nelle liste Ofac. Aggiungendo, poi, che gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati «si facciano carico di questo tribunale». Immediata la reazione della stessa Cpi che ha definito quello dell’amministrazione Trump «un attacco allo stato di diritto».
Gli Usa da tempo contestano alla Corte i mandati di arresto emessi nei confronti di Yoav Gallant e Benjamin Netanyahu che esulta davanti alle sanzioni definendo la Cpi un «pericolo mortale per le democrazie rispettose del diritto». Immediate anche le reazioni degli Stati membri, a partire dai Paesi Bassi e dalla Commissione europea che definisce «deplorevole» la decisione Usa e annunciando di essere pronta a lavorare a «stretto contatto» con la Cpi per «garantirne la continua operatività». L’Italia, insieme ad altri sette paesi, ha firmato una nota congiunta per esprimere un sostegno incondizionato alla Corte. Una nota in cui, però, si avverte anche che «qualora entrassero in vigore, queste sanzioni avrebbero un impatto significativo sull’attività della Corte, sul suo personale altamente qualificato e sulle loro famiglie».
Negli ultimi mesi gli effetti delle sanzioni sono già stati sperimentati da alcuni giudici e procuratori della stessa Cpi, Francesca Albanese, ong palestinesi e dal collettivo italiano Autistici/Inventati. Conti bloccati, siti oscurati, caselle di posta chiuse, riportano all’attenzione i grandi temi della sovranità digitale e finanziaria dell’Europa. Al Consiglio Affari esteri di lunedì, su iniziativa del Belgio, si discuterà proprio delle sanzioni. Il punto è ora se la Commissione deciderà di attivare lo Statuto di blocco. L’unico strumento che ha a disposizione l’Europa per difendersi dalle sanzioni, già da tempo invocato da Stati come la Spagna e il Belgio. Gli Usa hanno anche previsto una serie di eccezioni che permetteranno alla Corte di continuare a operare almeno fino al 7 aprile 2027.
Tornando alla decisione di Oslo, scegliere Pillay è un chiaro messaggio agli autocrati: il Comitato svedese lo ha anche ammesso indirettamente ad alta voce. Serve a ricordare al mondo che «lo Stato di diritto, sia a livello nazionale che internazionale, è alla base del sistema che abbiamo creato per garantire la pace e risolvere i conflitti in modo non violento». Lo ha detto il presidente Jorgen Watne Frydnes, che non riusciva nemmeno a raggiungere al telefono la diretta interessata per comunicarle che aveva vinto e dai microfoni di radio e tv ha sperato di farle arrivare il messaggio: «Se vede una chiamata da un numero norvegese, per favore risponda».
In difesa dei diritti
A omaggiare la scelta audace della giuria del Premio – che ha deciso di non subire la pressione dei leader internazionali – Haakon Gjerlow, direttore del Peace Research Institute di Oslo: «Voglio celebrare il comitato per aver osato essere coraggioso in questo momento». Sono felici più di altri che sia andato a lei il riconoscimento i suoi concittadini: i membri della Nelson Mandela Foundation e il presidente sudafricano Ramaphosa, orgoglioso della commissaria che è «a servizio dell’umanità». Ma c’è un’intera famiglia di solidali anche in Europa che ha brindato appena ha sentito il suo nome. Ne fa parte il premier spagnolo Pedro Sánchez: Pillay «ha dedicato la vita a perseguire l’impunità e a difendere i deboli davanti ai potenti». A celebrarla ovviamente i colleghi di lavoro alla Corte Penale internazionale e all’Onu, dove il suo successore Volker Türk l’ha definita una «vittoria collettiva per i diritti umani, ma anche per la ricerca di giustizia e responsabilità nel mondo». Un messaggio simile l’ha inviato il segretario generale Guterres; quella degli svedesi è stata una scelta eccellente anche per Amnesty International. Per la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Pillay «ha guardato negli occhi la brutalità dell’ingiustizia e non ha mai distolto lo sguardo».
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