Classe 1941, l’ex Alto commissario Onu per i diritti umani è stata premiata per aver rafforzato il ruolo del diritto internazionale nella risoluzione dei conflitti. Giudice in Ruanda e alla Corte penale, ha contribuito a perseguire genocidi e crimini di guerra. Da presidente della Commissione Onu sui Territori occupati, ha accusato Israele di genocidio a Gaza
Il premio Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato a Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana ed ex Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. Lo ha annunciato il Comitato norvegese per il Nobel, sottolineando che il riconoscimento intende ricordare come lo stato di diritto, a livello nazionale e internazionale, rappresenti il fondamento del sistema creato per garantire la pace e risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza.
Secondo il Comitato, Pillay ha svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio siano perseguiti penalmente. «La pace richiede giustizia», ha affermato il Comitato, rendendo omaggio a una personalità che «con coraggio e integrità eccezionali ha aperto la strada a un ordinamento giuridico globale più completo», in un momento in cui «il sistema del diritto internazionale è sottoposto a enormi pressioni e le sue istituzioni sono sotto attacco». Il Comitato denuncia «uno spostamento verso la politica di potenza a scapito dei quadri giuridici e del rispetto globale del diritto e della giustizia», avvertendo che «ogni volta che la forza prevale sul diritto, vengono minate la stabilità, la fiducia e la convivenza pacifica».
Una giurista contro l’impunità
Nata in Sudafrica nel 1941 da una famiglia di origini indiane tamil, dall'attività di avvocata in difesa di Nelson Mandela e degli oppositori del regime segregazionista, Pillay ha ricoperto incarichi di primo piano nella giustizia internazionale: è stata giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, prima di guidare l'Alto commissariato Onu per i diritti umani dal 2008 al 2014. È stata anche la prima donna non bianca a ricoprire il ruolo di giudice presso l'Alta Corte del Sudafrica. Nell'aprile 2015, è diventata il sedicesimo commissario della Commissione internazionale contro la pena di morte.
Fino a poco tempo fa ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati: in questa veste, lo scorso anno, ha accusato Israele di genocidio a Gaza. «La Commissione stabilisce che Israele è responsabile della commissione di un genocidio a Gaza - aveva dichiarato Pillay in quella occasione - È evidente che sussiste l'intento di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti nella Convenzione sul genocidio». Attualmente partecipa come giudice al procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia in cui il Myanmar è accusato di genocidio.
Il Comitato ha ricordato in particolare il contributo determinante di Pillay alla storica decisione del Tribunale per il Ruanda che ha riconosciuto come lo stupro e la violenza sessuale possano costituire crimini contro l'umanità e atti di genocidio. La giurista ha inoltre contribuito a un altro precedente, con l'incriminazione per istigazione al genocidio attraverso la sola diffusione di propaganda. «Le grandi potenze hanno spesso eluso le proprie responsabilità», osserva il Comitato, riconoscendo che l'applicazione del diritto internazionale ha prodotto risultati diversi a seconda degli autori e delle vittime dei crimini. «La storia ha dimostrato che un mondo senza Stato di diritto è ingiusto, imprudente e disumano», si legge nelle motivazioni.
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