La guerra contro gli ayatollah finirà presto: lo ripetono ogni giorno a Washington, dove intanto impartiscono ordini per farla continuare. Giorno dopo giorno: intanto, un mese di conflitto è già trascorso.

In attesa di conquistarlo, intanto lo ha già ribattezzato: il presidente statunitense durante il suo ultimo discorso a Miami ha detto che i pasdaran – che «stanno implorando di raggiungere un accordo» – devono riaprire «lo Stretto di Trump». No, scusate, non è un errore: «Non ci sono errori» ha detto il presidente Usa. Hormuz si chiama già come lui. Il suo segretario, Marco Rubio, pensa già al futuro, a quando la guerra sarà finita e bisognerà evitare di pagare pedaggio lungo lo snodo marittimo: «Potrebbe causare danni economici significativi a molte nazioni», serve «cooperazione internazionale». Perché il conflitto, ha assicurato, non durerà mesi: solo settimane.

Dopo un mese di guerra – riferisce la Reuters – gli Stati Uniti hanno distrutto circa un terzo dell'arsenale missilistico e dei droni iraniani.
La resiliente offensiva diplomatica dei pakistani – che si sono fatti intermediari tra Teheran e Washington nel consegnare il piano di pace in 15 punti proposto dagli americani – continua. Lunedì il Pakistan ospiterà il quadrilaterale tra i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto e Arabia Saudita, un summit dal formato inedito dall’inizio del conflitto mentre l’inviato speciale statunitense Witkoff fa sapere che «ci saranno incontri con l’Iran questa settimana».
Il premier Shehbaz Sharif ha avuto «ampie discussioni» con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha a sua volta, di nuovo, avvertito i vicini del Golfo: «Ai paesi della regione: se desiderate sviluppo e sicurezza, non permettete ai nostri nemici di condurre la guerra dai vostri territori». E ancora più chiaramente: «Il principale ostacolo alla fine della guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran risiede nel comportamento contraddittorio e nelle richieste irragionevoli della parte americana».

Per il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in contatto con l’omologo turco, Hakan Fidan, la controparte rimane «irragionevole» e «contraddittoria».

Minacce alla Nato

L’armata Usa di terra alle porte dell’Iran potrebbe diventare ancora più grande: per il Wall Street Journal Trump sta per schierare altri 17mila soldati per favorire un’operazione terreste già ipotizzata nei giorni scorsi. L’Iran non batte ciglio nell’annunciare una rappresaglia analoga: «L’avvio da parte degli Stati Uniti della fase delle operazioni di terra significherebbe che, in risposta, anche l'Iran avrebbe il diritto e la legittimità di intraprendere azioni analoghe con l'obiettivo di eliminare la fonte della minaccia».
Aumentare armamenti da un lato, in Medio Oriente, vuol dire – per gli americani – diminuire dall’altro, in Europa: significa ridurre i fondi alla Nato per la loro titubante timidezza nello spedire sostegno militare contro gli sciiti. «Spendiamo centinaia di miliardi di dollari per proteggerli. Ci siamo sempre stati per loro, ma immagino non sia più necessario» ha minacciato Trump. Non è l’unica diatriba nel cuore dell’Allenza che litiga: «Dopo un anno la Russia non si è mossa. Quando finirà la sua pazienza?». Lo ha chiesto, secondo quanto riporta Axios, l’alta rappresentante Kaja Kallas al segretario Rubio, che ha chiosato: «Stiamo facendo del nostro meglio. Se pensate di poter fare di meglio, fate pure. Noi ci faremo da parte».

Il risveglio degli Houthi

Hormuz potrebbe non essere l'unico Stretto chiuso che strozza l’economia mondiale: potrebbe serrarsi presto anche quello di Bab al-Mandab, al largo delle coste dello Yemen che collega il mar Rosso alle rotte commerciali; lo fanno sapere dal ministero dell’Informazione degli Houthi, che ieri, per la prima volta dall’inizio della guerra – fanno sapere gli israeliani – hanno sparato due missili per colpire Tel Aviv.

Il portavoce del gruppo filoiraniano, Yahya Saree, non esclude l’entrata nel conflitto: «Abbiamo il dito sul grilletto per un intervento militare diretto». Intanto, però, l’Idf colpisce diversi obiettivi in Iran e in Libano continua a fare vittime, tra le ultime tre giornalisti uccisi nel sud del paese.

Soldati Usa feriti

Emirati Arabi, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait continuano a intercettare e distruggere missili; i detriti però hanno fatto scoppiare due incendi a Khalifa, tra Abu Dhabi e Dubai. Schegge dei velivoli hanno ferito anche più di 15 militari statunitensi nella base aerea Prince Sultan in Arabia.

L’agenzia iraniana Fars riferisce una versione diversa: più di quaranta soldati americani sarebbero rimasti uccisi e feriti nell’attacco.
L’Ucraina – abbandonata sul campo – arriva fino al Golfo: Zelensky, negli Emirati e in Qatar, rivende la sua esperienza dopo quattro anni di guerra: a breve verrà finalizzato un accordo di cooperazione militare per l’intercettazione di droni.

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