Secondo lo studio della ong Survival International, i 196 gruppi nativi in isolamento sono minacciati dall’estrattivismo, dal disboscamento e da altre attività. Ogni volta che una di queste popolazioni scompare, con lei muoiono una lingua e una cultura
Continuano a scomparire, vittime silenziose dell’estrattivismo e di una violenza definita genocidaria, i popoli incontattati del mondo. Questo il succo dell’ultimo rapporto che Survival International, ong che dal 1969 si occupa dei diritti dei popoli nativi, ha dedicato ai cosiddetti “popoli nativi incontattati”.
Pubblicato a fine ottobre, il rapporto contiene, secondo Survival, la più accurata stima mai prodotta sul numero dei popoli incontattati nel mondo. Il termine “incontattato” è tuttavia fuorviante. Questi popoli non sono infatti rimasti per secoli ignari del mondo esterno; al contrario, essi hanno conosciuto la società moderna preferendo, quasi sempre in via della distruzione che segue tali incontri, fuggire ed isolarsi.
Ed è proprio questo uno dei punti centrali del rapporto di Survival International: l’isolamento è una scelta attiva, ed in quanto tale deve essere rispettato. Il diritto all’isolamento è peraltro riconosciuto dalle Nazioni unite. Che esso venga sistematicamente violato, con conseguenze nefaste per i popoli interessati, è un altro punto sul quale Survival intende portare l’attenzione.
I numeri
Vi sono attualmente al mondo 196 gruppi nativi in isolamento. Di questi, 188 vivono in Sud America ed otto in Asia. La stragrande maggior parte, 124, risiede in territorio brasiliano. Seguono il Perù, con 28 gruppi, la Colombia con 18, la Bolivia con 13, il Venezuela e l’Indonesia con quattro, l’Ecuador con tre, la Papua Nuova Guinea Occidentale con due, l’India con due ed il Paraguay con uno. Il rapporto accenna inoltre all’esistenza di altri 29 gruppi isolati – fra l’Amazzonia, il sud-est Asiatico, e l’Africa centrale –, la cui esistenza necessita ancora di prove attendibili.
Gli effettivi membri di questi gruppi sono molto esigui. Il più numeroso ammonta a circa 750 individui (i Mashco Piro del Perù), mentre la maggior parte degli altri popoli non supererebbe qualche decina, o ancora meno. Sono numeri che preannunciano, inesorabilmente, l’estinzione. Che purtroppo avviene spesso. È il caso, ad esempio, di un uomo trovato morto nella sua amaca, nell’agosto del 2022, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Di lui non si è mai saputo nulla: si stima tuttavia che abbia vissuto solo per circa vent’anni, probabilmente a seguito del massacro degli altri membri del suo gruppo.
A sparire per sempre non sono solo delle persone, ma delle lingue, delle tradizioni orali, tecniche, conoscenze. È una storia vecchia. Nel 1971, l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro stimava che nel periodo compreso fra il 1900 ed il 1950, in Brasile si siano estinti circa 87 gruppi nativi.
Le minacce
I popoli in isolamento sono minacciati, oggi come ieri, dall’invasione delle loro terre, motivata da interessi economici: disboscamento, estrazione mineraria, trivellazioni e agrobusiness sono fra le attività che hanno l’impatto più violento sui gruppi in isolamento oltre che sugli ecosistemi regionali. Queste attività, oltre a quelle legate alla coltivazione e il traffico di droga, causano spesso scontri violenti e il diffondersi di malattie ed epidemie. Nei casi in cui le attività di estrazione avvengono illegalmente, l’eliminazione fisica dei gruppi in isolamento è una pratica diffusa. Survival spiega che molti di questi crimini, definiti genocidari, rimangono sconosciuti, anche per via dei territori remoti in cui avvengono. Interi gruppi di esseri umani vengono così trucidati senza che nessuno ne sia al corrente.
Questi sono alcuni dei motivi per i quali Survival omette di fornire indicazioni riguardo alla localizzazione dei popoli in questione. Divulgare tali informazioni significherebbe facilitare i tentativi di contatto che si tenta sistematicamente di mettere in atto. Fra missionari cristiani in cerca di anime da salvare, turisti che giocano all’esploratore o influencer in cerca di contenuti sensazionali, c’è l’imbarazzo della scelta. Ognuna di queste categorie di persone, oltre a non rispettare il diritto all’isolamento dei popoli in questione, mette a repentaglio la loro esistenza. Basterebbe un contatto fugace con una sola persone esterna per provocare la morte di interi gruppi etnici.
Il diritto
Dal punto di vista del diritto internazionale, il quadro legale preposto protezione dei popoli in isolamento è chiaro: questi popoli hanno il diritto di proprietà sui loro territori, oltre che il diritto all’autodeterminazione che implica il diritto a non essere contattati. Che in pratica le cose spesso avvengono diversamente, è un altro paio di maniche.
Oltre al diritto internazionale, i singoli stati si armano di leggi nazionali. In Brasile, fra i paesi con le politiche di protezione più solide, i territori dei popoli in isolamento sono completamente off limits. Se si raccolgono sufficienti prove dell’esistenza di un popolo in isolamento su un determinato territorio, questo verrà quindi protetto. È una delle ragioni per le quali coloro che svolgono attività di estrattivismo illegali cercano di sterminare segretamente i popoli in isolamento prima che la loro presenza venga ufficialmente riconosciuta.
In Perù, i territori dei popoli in isolamento sono protetti, ma possono essere aperti allo sfruttamento delle risorse se questo è giudicato necessario per l’interesse nazionale. Altri paesi siano invece più indietro rispetto al riconoscimento dei diritti dei popoli in isolamento, spesso non garantendo la protezione dei loro territori, come nel caso della Colombia, o non riconoscendo lo status di “incontattato”, come nel caso del Venezuela.
Vi è infine il lavoro delle ong, degli attivisti, degli antropologi e dei giornalisti, che si battono perché i diritti dei popoli in isolamento vegano rispettati. È un lavoro rischioso, perché gli interessi economici in ballo sono enormi. Ne sanno qualcosa Bruno Pereira, attivista brasiliano, e Dom Phillips, giornalista inglese, uccisi nell’amazzonia brasiliana nel 2022. Pereira aveva già ricevuto minacce di morte per il suo lavoro a difesa dei popoli nativi e dei loro territori dall’invasione di minatori illegali. Sarebbe bello se non servissero dei morti per portare attenzione su certi temi. E sarebbe tragico che non bastassero neanche questi, i morti ammazzati, per far prendere coscienza dell’urgenza di certe questioni, come quella dei popoli in isolamento, che avrebbero, anche loro, il diritto di vivere la vita che desiderano.
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