L’Iran Human Rights Center ha diffuso la foto e raccontato la storia di Rubina Aminian, 23enne studente di tessile di presso l’Università Shariati di Teheran uccisa l’8 gennaio, dopo aver lasciato l’istituto e essersi unita alle manifestazioni di protesta. Secondo fonti vicine alla famiglia la giovane donna curda, originaria di Marivan, nel nord-ovest dell'Iran è stata colpita alle spalle da distanza ravvicinata da agenti governativi e il proiettile l’ha raggiunta direttamente alla testa. Le informazioni raccolte dall’agenzia non governativa iniziano a tracciare il quadro della portata della repressione delle proteste in Iran. «Non era solo mia figlia, ho visto centinaia di corpi con i miei occhi», ha raccontato la madre di Rubina Aminian all’Iran Human Rights. La famiglia della ragazza si è mossa da Kermanshah, dove vive, fino a Teheran per identificare il corpo. Giunti in città sono stati condotti nei pressi dell’università dove si sono trovati davanti centinaia di corpi ed è stata costretta a cercare tra i manifestanti uccisi per trovare Rubina. «La maggior parte delle vittime erano giovani colpiti dalle forze governative con spari a distanza ravvicinata alla testa e al collo», scrive Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’Iran Human Rights Center. Secondo le fonti ascoltate dalla ong: «Dopo molte difficoltà, la famiglia di Rubina è finalmente riuscita a recuperare il suo corpo e a tornare a Kermanshah. Ma al loro arrivo hanno scoperto che le forze dell'intelligence avevano circondato la loro casa e che non era loro permesso seppellirla». Stando sempre a quanto riportato dall’agenzia non governativa, alla famiglia non è stato neanche permesso di celebrare una funzione funebre. E la ragazza è stata infine seppellita lungo la strada tra Kermanshah e Kamyaran.

«La situazione è estremamente preoccupante; questo regime ha sempre dato priorità alla propria sopravvivenza rispetto a tutto il resto, e lo farà ancora, a costo della vita delle persone», ha dichiarato Mahmood Amiry-Moghaddam al New York Times. Il direttore dell’Iran Human Rights Center ha aggiunto che la sua organizzazione ha ricevuto segnalazioni da medici in Iran secondo cui gli ospedali stanno esaurendo le scorte di sangue e i pronto soccorso sono sovraffollati da pazienti gravi, spesso con ferite da arma da fuoco e da pallini agli occhi. «La Repubblica Islamica sta commettendo un grande crimine internazionale contro il popolo iraniano», scrive sui social il direttore «e la comunità internazionale è obbligata, secondo il diritto internazionale, a utilizzare tutti i mezzi disponibili per fermare questo crimine».

Le notizie e le immagini delle proteste faticano a uscire dall'Iran, arrivando anche a ore di distanza a causa del blackout di internet imposto e giustificato dal Ministero delle Telecomunicazioni con la «situazione in corso nel Paese». Nel frattempo, però, il numero delle vittime continua a salire anche se non se ne conosce la reale portata. Alcuni video verificati dal New York Times mostrano decine di salme avvolte in teli o sacchi neri all’interno di una struttura di medicina legale nel distretto di Kahrizak, a sud di Teheran. Nelle immagini si sentono persone piangere mentre tentano di riconoscere i propri cari. Non è stato possibile, però, accertare se si tratti di manifestanti uccisi durante le proteste di questi giorni. 

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