Un omicidio eccellente, simbolico, e dalla forte valenza politica. Un omicidio di quelli che hanno anche un grande riverbero mediatico e può innescare reazioni incontrollate in un paese come la Libia, ancora in pieno caos politico e militare. Saif al Islam Gheddafi, figlio del rais, è stato ucciso nel pomeriggio del 3 febbraio.

Sopravvissuto alla sanguinaria guerra civile, a una lunga detenzione nel Zintan, a una condanna a morte e al conflitto tra milizie che agita il paese da oltre 15 anni, il 54enne è stato assassinato da quattro sicari che hanno fatto irruzione nella sua abitazione.

A confermare la notizia è stato il suo team politico che ha portato avanti una narrazione mediatica “eroica” del suo assassinio. Una narrazione che si coniuga perfettamente con la figura dei Gheddafi. 

«Li ha fronteggiati in uno scontro diretto e coraggioso, fino a quando Dio lo ha scelto come martire e testimone della tragedia della sua nazione», fanno sapere i suoi collaboratori un comunicato.

«Oggi piangiamo la perdita del vero progetto nazionale riformista in cui Saif al Islam credeva e per il quale ha vissuto. Era - che Dio abbia misericordia di lui - un uomo fedele al suo patto con Dio e con il popolo, un combattente e un lottatore per il progresso della Libia. Non ha mai vacillato, non ha mai ceduto e non ha mai venduto la sovranità del suo paese».

Il progetto riformista di Gheddafi junior non è mai decollato, neanche quando nel 2021 aveva palesato la possibilità di una sua nuova ascesa politica per riunificare il paese. Ma negli ultimi anni il suo consenso era cresciuto in Libia e di questo se ne erano accorte diversi gruppi antagonisti. In un momento in cui l’Onu ha tracciato una nuova road map per una transizione politica e unificare il paese con una nuova tornata elettorale, la sua figura non era così innocua.

Tensioni militari e politiche

l collaboratori di Saif identificano anche i mandanti dell’omicidio, attribuendo «responsabilità giuridiche e morali» alla magistratura libica e alla comunità internazionale. Chiedono «un'indagine indipendente e trasparente, locale e internazionale, per chiarire le circostanze di questo crimine e identificare gli esecutori e i mandanti». E secondo loro, l’uccisione di Saif al Islam è un «colpo diretto alle possibilità di pace e stabilità in Libia».

Una presa di posizione forte che rientra pienamente nel contesto di tensione in corso nel paese da oltre un decennio. Nelle prime ore dopo il suo assassinio, diversi media libici avevano annunciato che il figlio del rais sarebbe stato ucciso mentre nell’area del Zintan dove viveva era in corso uno scontro armato tra milizie locali e la Brigata 444, affiliata alle forze governative tripoline. 

Immediata la smentita, con i leader della Brigata che hanno comunicato «non avere alcuna presenza militare né dispiegamenti sul terreno nella città o nei suoi dintorni» e di «non essere in alcun modo collegata agli eventi registrati».

Che sia stato un omicidio eccellente e dalla forte valenza politica si evince anche dalla reazione della procura generale libica.

Prontamente è stata avviata un’indagine ufficiale e sul luogo del delitto si sono recati medici legali, esperti di arma da fuoco oltre team forensi specializzati in impronte digitali. Quello che appare chiaro è che i quattro sicari erano esperti e avevano pianificato l’assassinio nei dettagli. Secondo una prima ricostruzione, infatti, avrebbero disattivato le telecamere di sorveglianza. Una pista che esclude lo scontro a fuoco dovute alle tensioni militari nell’area.

Ali al-Sallabi, consigliere del presidente del Consiglio presidenziale libico, è stato tra i primi a chiedere l’apertura di un’indagine giudiziaria trasparente per fare chiarezza. Resta da capire come reagiranno le milizie alleate alla famiglia Gheddafi, dato che l’uccisione di Saif al Islam, chiude il piccolo margine disponibile per un percorso politico strutturato nella Libia del futuro.

 Tra i membri della famiglia Gheddafi rimane ancora in vita Hannibal, rilasciato a fine 2025 dopo quasi dieci anni di carcere in Libano e dietro il pagamento di una cauzione di 900mila dollari. Attualmente non ci sono notizie certe su dove sia, secondo alcuni organi di stampa Hannibal Gheddafi avrebbe trovato rifugio in Turchia dopo alcune trattative diplomatiche tra Ankara e Tripoli, rivendicate dal governo Dbeibeh per accrescere il suo consenso popolare. 

In Turchia si trova anche Saadi Gheddafi, terzo figlio maschio dell’ex leader libico e con un passato da calciatore anche in Italia. Ma il suo potere politico, al momento, è pressoché nullo.

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