Due o tre giorni. È quanto manca, secondo il presidente americano, alla fine del conflitto mediorientale che lui stesso ha innescato, scatenato, sostenuto, combattuto e poi cercato di contenere. Soprattutto, perché non sa più come concluderlo mentre Israele e Hezbollah continuano a darsi addosso col fuoco, con le incursioni e con i raid, rendendo la tregua una teoria ormai effimera, inutile.

Due o tre giorni. Lo ha detto alla fine di una partita dell’Nba, al Madison Square Garden: «Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un ottimo accordo, un very, very good deal, che non permetterà in alcun modo all’Iran di dotarsi di armi nucleari». Mentre Trump parlava ai giornalisti, un elicottero del suo esercito precipitava in quello Stretto di Hormuz che, aveva assicurato, farà riaprire nel giro di tre giorni.

L’equipaggio del velivolo – il primo Apache a essere stato abbattuto dall’inizio del conflitto dai Pasdaran – stava pattugliando la costa dell’Oman ed è stato salvato da una task force con droni. Ora a questo attacco l’America deve «necessariamente» rispondere: parola di Potus. Affermazione che appare in aperto contrasto con «l’ottimo accordo» appena evocato.

La fine è vicina

Trump ha rassicurato i suoi stanchi elettori anche sull’efficacia dell’assedio economico imposto a Teheran «che è meglio dell’opzione militare», che sta funzionando alla grande: anche per questo la fine del conflitto è vicina.

Yes, sure, mister president: ormai, questo è il commento ironico e spontaneo di molti osservatori. Perché Trump l’accordo con l’Iran lo ha dato per imminente, concluso e finalizzato talmente tante volte che ormai nessuno conta più gli annunci.

Però qualcuno ieri l’ha fatto: la Cnn, dopo l’ennesimo messaggio di arrivo repentino dell’intesa con gli sciiti. Il 7 aprile scorso il repubblicano ha scritto che il documento era «a un buon punto», ma serviva ancora qualche settimana per «perfezionarlo»: da quel giorno lo ha ripetuto sempre più insistentemente, per almeno trentasette volte.

Lo ha dichiarato ai media, lo ha scritto sui social, lo ha proclamato dai palchi: l’Iran è disperato e noi stiamo vincendo, ma «non c’è alcuna indicazione che ciò sia più vero oggi di quanto lo fosse il 7 aprile», scrive l’emittente. «Continua a ripeterlo, o perché è delirante, o perché cerca di calmare i mercati finanziari o perché pensa di poterlo far avverare con la sola forza del pensiero».

Fallando, Trump ieri ha anche detto anche che Israele e Libano «si lasceranno in pace per un’altra settimana o giù di lì».

Qualche ora dopo le sue parole i combattimenti sono ripresi: Tel Aviv ha preso di nuovo di mira Tiro, dove ieri sono morti altri civili, e dove l’Idf ha ordinato nuove evacuazioni.

Gli Hezbollah hanno compiuto sedici attacchi contro le truppe di Netanyahu, ma soprattutto hanno ringraziato l’Iran, hanno omaggiato i Pasdaran per la rappresaglia contro l’Idf ed esortato le autorità di Beirut ad avvicinarsi a Teheran che «vuole il bene del nostro paese».

Se Trump non sa come uscire da Teheran, Netanyahu non sa come non uscire da Beirut: le strade dei due alleati vanno progressivamente divergendo, così come i rispettivi interessi e giochi politici.

L’americano cerca una via d’uscita dalla guerra, l’israeliano, con elezioni politiche all’orizzonte, si muove in una logica opposta: quella di uno stato di guerra permanente. Un conflitto senza fine, con un’escalation programmata che rende «profondamente allarmato» il segretario Onu Antonio Guterres.

Mentre il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf omaggia dagli scranni chi ha «strappato dalle fauci dei lupi feroci» il paese preservando «la sua linfa vitale» dopo oltre cento giorni di guerra, il mondo si affanna a scongiurare altre escalation, per «stemperare la situazione».

Lo chiede Pechino, invoca azioni concrete e critica, inequivocabilmente ma senza nominarla direttamente, lo Stato di Israele: «In questo momento critico dei negoziati tra Iran e Stati Uniti, nessuno dovrebbe riaccendere il conflitto militare».

Voci dall’Onu

Ieri Saeed Iravani, rappresentante iraniano all’Onu, ha detto che Teheran e Washington stanno «presentando e scambiando punti di vista e opinioni per raggiungere il testo definitivo di un memorandum d’intesa, tramite il Pakistan».

L’auspicio, ha spiegato, è che il lavoro congiunto possa concludersi entro la fine del mese e che l’accordo non riguardi solo Teheran, ma tutta la scacchiera regionale: dal Libano allo Stretto. Una cornice ampia di tregua, insomma: una stabilizzazione globale (ormai, a molti analisti, sembra un’utopia e Trump non uscirà tanto facilmente dalla trappola di Hormuz)

Più esplicito del suo capo, anzi più sincero e netto nell’ indicare la rotta di una certa America a cui il presidente non sta prestando abbastanza orecchio, ieri è stato il vicepresidente americano JD Vance: ha una certezza sull’accordo che vuole raggiungere Washington con gli iraniani. Il patto dovrà rispondere agli interessi Usa, non a quelli del suo primo alleato in Medio Oriente, quindi «a Israele potrebbe piacere o meno».

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