Nessuno è in grado di indovinare il vero esito che produrranno i colloqui conclusisi ieri a Islamabad tra i ministri degli Esteri di Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Se riusciranno a inanellare progressi e tradursi in distensioni reali.

Si sa però quali erano le priorità chiare dell’incontro: la riapertura dello stretto di Hormuz, l’introduzione eventuale di tariffe sul modello del Canale di Suez – la proposta è del Cairo – per far riprendere il transito del greggio. Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di una coalizione composta da turchi, sauditi ed egiziani: potrebbe avere i necessari requisiti per risolvere la crisi del flusso marittimo e garantire la navigazione delle petroliere.

Ora, spetta a iraniani e americani decidere. Il principe saudita Faisal bin Farhan, con il capo della sua diplomazia, hanno ribadito la necessità di «continuare a coordinare strettamente le proprie posizioni al fine di garantire la pace e la stabilità nella regione» quando hanno incontrato il premier pakistano Shehbaz Sharif che, a sua volta, ha assicurato che «il Pakistan sarà sempre al fianco dell’Arabia Saudita».

Un allineamento politico diventato improvvisamente pericoloso in questa guerra che sta assorbendo sempre più Stati della regione, come in un vortice: se Riad dovesse decidere per l’intervento diretto, anche Islamabad finirebbe trascinata nel confronto armato.

L’operazione di terra

Nel caos che si avvita si fa sempre più netta la posizione di Teheran, dove attendono un prossimo dispiegamento di truppe statunitensi: si punta il dito contro gli americani che vogliono «pianificare segretamente un’invasione di terra».

Il capo del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf assicura: «Non usciremo da questa guerra, se non con la vittoria». Gli sciiti sono sempre pronti a colpire, non hanno intenzione di cedere all’umiliazione nella «grande guerra mondiale»: quando i soldati americani arriveranno verranno «bruciati» e «puniti» insieme ai loro alleati in Medio Oriente.

Non sono solo gli iraniani a sostenerlo; di operazione terrestre non parlano solo nella capitale persiana, ma anche sulle pagine del Washington Post: la squadra repubblicana sta pianificando un intervento mirato, con incursioni di fanteria e unità d’élite dell’esercito. Ma dalla Casa Bianca minimizzano per bocca della portavoce Karoline Leavitt: «È il lavoro del Pentagono quello di effettuare preparativi per offrire tutte le opzioni al commander-in-chief. Questo non significa che il presidente abbia deciso».

Il fronte in Libano

Nelle stesse ore in cui andavano avanti i colloqui, erano costretti a lavorare sodo i sistemi di difesa missilistica sauditi, degli Emirati e del Bahrein per i missili di Teheran – colpita, a sua volta, dall’Idf che ha distrutto gli «impianti di produzione e stoccaggio di missili balistici, sistemi di difesa aerea e posti di osservazione del regime iraniano».

A Netanyahu non basta: ieri ha ordinato all’esercito di «ampliare ulteriormente» la zona di sicurezza nel sud del Libano, proprio nel giorno in cui nel sud di Israele è stato difficile domare un enorme incendio all’impianto chimico Adama colpito da un missile.

Da ieri non più uno, ma due snodi marittimi strategici sono sotto il controllo dei pasdaran: la marina iraniana ha allungato i suoi tentacoli armati ben oltre lo stretto di Hormuz, fino al golfo dell’Oman, e sfida la portaerei americana Abraham Lincoln in arrivo dal mar Arabico. Se continua a procedere, le daranno il benvenuto col fuoco. Nel risiko dei flussi di petrolio ci sono anche i filo-iraniani Houthi, che rimangono tra le onde dello stretto di Bab al-Mandab: anche da lì, anche se in percentuale minore, transita greggio.

Ieri è stato colpito per la seconda volta l’ateneo tecnologico di Isfahan, nel cuore dell’Iran e le Guardie della Rivoluzione ora dichiarano gli istituti americani in Medio Oriente bersagli legittimi: «Se il governo degli Stati Uniti vuole che queste università nella regione evitino ritorsioni, deve condannare il bombardamento delle università con una dichiarazione ufficiale entro mezzogiorno di lunedì 30 marzo».

Iraniani, israeliani e americani: ma pure russi e ucraini. Sabato scorso Teheran è riuscita a raggiungere con i suoi balistici anche la base Prince Sultan in Arabia Saudita, per Zelensky i pasdaran ci sono riusciti grazie alle informazioni fornite da Mosca: «Sono stato informato che installazioni militari statunitensi in Medio Oriente e nella regione del Golfo sono state fotografate da satelliti russi nell’interesse dell’Iran».

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