La condanna è arrivata e anche in tempi relativamente brevi. A circa otto mesi dal suo arresto in Libia, il tribunale di Tripoli ha condannato l'ex capo della polizia giudiziaria Osama Njeem Almasri a sette anni e quattro mesi di reclusione per violazioni dei diritti dei detenuti. A darne notizia sono i media libici.

La procura generale tripolina – guidata da Al Siddiq al Sour – lo aveva accusato di tortura nei confronti di dieci detenuti e di omicidio per un altro.

Negli ultimi mesi i procuratori hanno portato avanti gli interrogatori e hanno ascoltato i racconti dei detenuti del carcere di Mitiga, dove Almasri era il responsabile della sicurezza. I testimoni hanno riferito di essere stati sottoposti a torture e a trattamenti inumani e degradanti.

Per gli stessi motivi la Corte penale internazionale aveva emesso contro di Almasri un mandato di cattura internazionale, al quale l’Italia non ha adempiuto. Le autorità italiane, infatti, lo avevano prima arrestato e poi liberato nel gennaio del 2025 consegnandolo a bordo di un volo di stato. La Cpi lo accusava di crimini gravissimi: omicidio, torture, traffico di esseri umani, violenze sessuali e altri reati commessi contro i migranti che le sue milizie arrestavano e detenevano all’interno del penitenziario.

Una volta tornato in Libia, l’ex capo della polizia giudiziaria nonché uno dei vertici delle milizie Rada, è stato arrestato dalle autorità di Tripoli dopo mesi di scontro e tensioni tra gli uomini di Almasri e i gruppi filogovernativi.

Il processo all’Aia

Nel frattempo alla Corte penale internazionale sono iniziate le udienze preliminari contro al Hisri, considerato numero due di Almasri, arrestato in Germania nel luglio del 2025 e consegnato all’Aia nei mesi successivi. Nelle prime due udienze è emersa la violenza sistemica perpetrata dai vertici delle Rada nel penitenziario.

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