Sono ore decisive per le sorti del Medio Oriente. Da una parte c’è un presidente, quello degli Stati Uniti, che si comporta come un criminale di guerra e dice di voler spazzare via «un’intera civiltà». Giura anche che non vorrebbe «accadesse», ma «probabilmente succederà». Dall’altra c’è un regime che non ha intenzione di cedere ai diktat della Casa Bianca, non vorrebbe una tregua ma una fine completa delle ostilità e fino al raggiungimento di quell’obiettivo non ha intenzione di riaprire lo Stretto di Hormuz.

A suon di ultimatum

Quanto siano da prendere sul serio le parole del presidente Trump è impossibile dirlo. Solo nelle ultime tre settimane ha governato la sua politica estera a suon di ultimatum, almeno quattro ne ha lanciati contro l’Iran (il primo lo scorso 21 marzo) di cui l’ultimo scaduto nella serata di ieri. Ma forse, anche questo sarà rinnovato.

Dopo aver minacciato di distruggere l’intera civiltà persiana il tycoon ha aggiustato il tiro a Fox News. «Se i negoziati faranno passi avanti oggi e ci fosse qualcosa di concreto questo può cambiare». Altrimenti, «ci sarà un attacco come non hanno mai visto prima». Nel mirino ci sono infrastrutture chiavi e centrali elettriche.

La Casa Bianca ha subito annunciato che non ci sono valutazioni sull’utilizzo di una bomba nucleare, il grande spettro che agita la comunità internazionale. Ma non sono dichiarazioni rassicuranti se si aggiungono quelle rilasciate nel pomeriggio: Trump è l’«unico» a «sapere cosa farà in Iran». Al Pentagono sono già a lavoro per colpire obiettivi che sono sia civili sia militari, per cercare di avere tutele sul piano legale ed evitare accuse di crimini internazionali. Per questo motivo già da ieri sono stati attaccati diversi ponti nel paese da parte dell’esercito israeliano, che si è giustificato affermando che quelle infrastrutture vengono utilizzare per trasportare arsenale bellico. Funzione che ha ogni altro ponte nel mondo.

L’Iran intanto ha risposto immediatamente alle dichiarazioni di Trump interrompendo tutti i canali diplomatici ufficiali. Per il Pakistan, paese mediatore al centro delle trattative, il lavoro è ancora più difficile. I Pasdaran hanno avvertito che «priveranno gli Stati Uniti e i loro alleati del petrolio e del gas della regione per anni» se Trump attaccherà le centrali energetiche del paese. «Abbiamo esercitato grande moderazione e valutato attentamente la scelta degli obiettivi di rappresaglia, ma d'ora in poi tutte queste considerazioni verranno meno», dicono.

Il Qatar – tramite il portavoce del ministero degli Esteri – ha lanciato l’allarme: «Siamo vicini al punto in cui la situazione nella regione potrebbe sfuggire di mano. Non ci saranno vincitori se questa guerra continua», ha detto il portavoce.

In sede Onu, il Consiglio di sicurezza non ha adottato la risoluzione del Bahrein che chiedeva ai paesi di coordinarsi per aprire lo Stretto di Hormuz. ll testo è stato progressivamente ammorbidito nel corso dei negoziati, eliminando riferimenti all’uso della forza per garantire la libertà di navigazione dei mercantili. Nonostante ciò, Cina e Russia hanno ugualmente utilizzato il loro potere di veto.

Gli appelli

Negli Stati Uniti si moltiplicano i tentativi di fermare la guerra. Da Alexandria Ocasio-Cortez a Rashida Tlaib, sono almeno venti i deputati democratici che hanno definito «pericolose e irresponsabili» le minacce di Trump all’Iran. I dem, ma anche alcuni suoi ex sostenitori, hanno chiesto la rimozione del tycoon ricorrendo al 25esimo emendamento che prevede di assolvere il presidente in caso di inabilità.

«Ora è il momento di dire no, assolutamente no, e dirlo direttamente al presidente», ha detto anche il noto giornalista ex Fox News, Tucker Carlson, nel suo podcast che è molto ascoltato anche dalla base Maga del presidente. Carlson ha definito «malvagi» i commenti di Trump sullo Stretto di Hormuz e li ha descritti come una presa in giro del cristianesimo e dell’Islam. Ma non è l’unico. Per papa Leone XIV le minacce di Trump sono «inaccettabili». Un appello è stato lanciato ieri anche dall’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Un segnale molto forte da parte del leader dei vescovi statunitensi che si espone contro Donald Trump che più volte, insieme ad altri membri della sua amministrazione, ha usato la religione per catalizzare consenso intorno al conflitto in Medio Oriente.

«La minaccia di distruggere un’intera civiltà e l'attacco mirato alle infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati», ha detto Coakley in comunicato. «Invito il presidente Trump a fare un passo indietro dal precipizio della guerra e a negoziare una soluzione giusta per il bene della pace e prima che vengano perse altre vite».

Che sia questo l’appello che possa spingere Trump a un dietrofront sul suo ultimatum è ancora da vedere. Quel che è sicuro è che il presidente Usa ha portato il paese in un pantano politico più che militare. In questo scenario ci è arrivato anche per colpa dei suoi collaboratori più stretti, come il segretario della Guerra Pete Hegseth lo stesso finito al centro di uno scandalo per aver rivelato gli attacchi militari Usa in Yemen.

Secondo un funzionario della Casa Bianca citato dal Washington Post, Hegseth «non sta dicendo la verità al presidente» Trump sull’andamento delle operazioni militari in Iran. Nello specifico starebbe “occultando” le reali potenzialità belliche del regime.

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