Cinque calciatori condannati come trafficanti di esseri umani sono diventati pedine dei rapporti ambigui tra i due paesi. La Libia chiede trasferimenti, revisioni, l’esecuzione della pena in patria. Gli ultrà lanciano appelli. L’Italia ascolta, rinvia, gestisce. E il tempo si deposita sulle vite, trasformandole in materiale diplomatico. Dalla vicenda di Alaa Faraj alla protesta di Mohannad Nouri Khashiba, che si è cucito la bocca in carcere
«Libertà per i nostri giocatori nelle carceri italiane». Con questo striscione gli Ultras Teha Boys dell’Al-Ittihad SC, già qualificato alla seconda fase a gironi della Prima Lega libica, hanno manifestato qualche giorno fa davanti all’ambasciata italiana di Tripoli. La richiesta è chiara: la scarcerazione di Tarek Oumam all-Amami, Alaa Faraj Al-Maghrabi, Abdul Rahman Abdul Mansour, Mohamed Al-Sayyid e Mohannad Nouri Khashiba.
Per una parte della narrazione libica sono calciatori partiti nel 2015 verso l’Europa inseguendo il professionismo. Per lo stato italiano sono invece uomini condannati come trafficanti di esseri umani per la “strage di Ferragosto”: il 15 agosto di undici anni fa, 49 migranti furono trovati morti asfissiati nella stiva di un barcone partito dalla Libia. Una vicenda che nel 2021 si è chiusa, sul piano giudiziario, con la conferma definitiva di condanne pesantissime.
Bocca cucita con ago e filo
La protesta degli ultrà arriva dopo quella, ben più estrema, di Mohannad Nouri Khashiba, detenuto in Italia da quasi undici anni. Qualche settimana fa si è cucito la bocca con ago e filo e ha iniziato uno sciopero della fame e della sete. In un video diffuso dai familiari appare con il volto tumefatto. Dice di protestare contro l’isolamento, contro le condizioni di detenzione, ma soprattutto contro un accordo mai diventato realtà.
Khashiba chiede di essere trasferito in Libia per scontare nel proprio paese il resto della pena. Roma e Tripoli hanno firmato nel settembre 2023 un accordo sul trasferimento dei detenuti; l’Italia lo ha ratificato; lui ha firmato il modulo di consenso. Eppure nulla si è mosso. Il suo caso, come quello degli altri cosiddetti “calciatori libici”, continua così a vivere in una sospensione che è insieme giuridica, politica e diplomatica.
Da un decennio questa vicenda divide, interroga, produce polemiche. Torna periodicamente a galla, mai del tutto risolta, mai davvero rimossa. Oggi riemerge attraverso il gesto di un detenuto che ha scelto il proprio corpo come ultimo strumento di pressione.
L’amicizia italiana
Nel 2024 e nel 2025, dentro la cornice del Piano Mattei per l’Africa, l’Italia ha ospitato le Final Six del campionato libico. Nel 2024 in Toscana, tra Bagno a Ripoli, Pisa ed Empoli. Nel 2025 in Lombardia, tra Meda, Sesto San Giovanni e Milano. Sulla carta è cooperazione sportiva. Nella sostanza è anche rappresentazione politica. Quelle partite non erano soltanto partite: erano la messa in scena di una relazione bilaterale da mostrare, accreditare, normalizzare. Una diplomazia in tuta e scarpini più presentabile di altri tavoli, ma non per questo meno politica.
Il problema è che, mentre l’Italia si offriva come vetrina della rinascita calcistica libica, tornava a riaffacciarsi la questione dei detenuti. Come se lo sport servisse a illuminare la facciata e il carcere restasse sullo sfondo, fuori inquadratura ma mai davvero fuori scena.
Da anni quei nomi riemergono a ondate. Ogni volta che il rapporto tra Roma e Tripoli cambia temperatura, ogni volta che si apre un canale o si inceppa una trattativa, ogni volta che la politica ha bisogno di riordinare le priorità. È già accaduto in passato, quando i loro casi sono comparsi dentro dossier più larghi, tra pescatori sequestrati, milizie, rapporti di forza interni alla Libia; con il caso dell’arresto e poi del rilascio di Osama Njeem Almasri nei sottotitoli.
Quei detenuti non sono solo persone condannate. Sono diventati anche pedine di una relazione bilaterale opaca, in cui la distinzione tra giustizia, convenienza e scambio si fa sempre più incerta. La Libia chiede trasferimenti, revisioni, almeno l’esecuzione della pena in patria. L’Italia ascolta, rinvia, gestisce. E il tempo si deposita sulle vite, trasformandole in materiale diplomatico.
Il caso di Alaa
Tra tutti, il nome più noto è quello di Alaa Faraj. La sua storia ha assunto negli anni una visibilità diversa anche per ciò che ha costruito durante la detenzione. Nato a Bengasi, studiava ingegneria e giocava a calcio. Nel 2015, poco più che diciannovenne, partì verso l’Europa con due amici. La sua versione è rimasta costante: non sapeva cosa stesse accadendo nella stiva. In Italia fu inizialmente ascoltato come testimone, poi arrestato, poi condannato a 30 anni come scafista.
In carcere ha imparato l’italiano, studiato, letto, scritto. Dalla corrispondenza con una docente universitaria italiana è nato Perché ero ragazzo, il libro in cui ha raccontato la guerra in Libia, la partenza, il viaggio, l’arresto, il processo che ritiene ingiusto e gli anni trascorsi in una prigione di un paese di cui non conosceva neppure la lingua.
Nel 2025 il presidente della Repubblica gli ha concesso una grazia parziale: oltre undici anni di riduzione della pena, con un residuo di circa nove anni e la possibilità di accedere a misure alternative come la semilibertà. La condanna non è stata cancellata. Ma quel provvedimento ha introdotto un elemento politico e umano che pesa. Non ribalta il verdetto, però segnala che questa storia, così come è stata raccontata e amministrata, continua a lasciare una crepa.
L’Italia può continuare a ospitare il calcio libico e chiamarlo cooperazione. Può presentarlo come ponte mediterraneo, come dialogo, come partenariato. Ma finché sullo sfondo resteranno i detenuti, finché alla diplomazia sportiva farà da controcampo il carcere, il pallone non racconterà una riconciliazione.
Racconterà altro. Racconterà un rapporto asimmetrico, in cui lo sport funziona da linguaggio morbido e la frontiera da pratica dura. Racconterà una relazione in cui il lessico della collaborazione convive con quello del controllo. E dirà, ancora una volta, che nel Mediterraneo anche il calcio può diventare uno strumento di potere: più elegante di altri, ma non meno rivelatore.
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