Prima la controversa visita all’Ipswich Town, poi l’annuncio dell’invito da parte del Sunderland. Il leader dell’estrema destra britannica, che punta a Downing Street, cerca di sedurre i tifosi in un contesto di crescenti prezzi dei biglietti. Eppure, sono soprattutto i ricchi dirigenti delle società a inseguirlo. Il motivo? L’idea, sostenuta da Starmer, che lo stato vigili sulle spese dei club
Cinque anni fa, parlando dei giocatori che s’inginocchiavano contro il razzismo, diceva la politica deve restare fuori dal calcio. Oggi, Nigel Farage non si fa scrupoli a sfruttare lo sport più amato del Regno Unito per diffondere le proprie idee di estrema destra.
Lunedì scorso si trovava a Ipswich, nel Suffolk, per la campagna elettorale in vista delle elezioni locali di maggio, e ne ha approfittato per fare una visita al Portman Road, lo stadio dell’Ipswich Town, attualmente in corsa per la promozione in Premier League. La mattina seguente, i canali social del suo partito, Reform Uk, hanno pubblicato foto e video della visita alla sede del club, in cui si vede Farage negli spogliatoi con una maglietta dell’Ipswich con il numero 10 e il proprio nome sulle spalle.
In seguito alla polemica che ne è scaturita, l’Ipswich Town ha inizialmente lasciato trapelare ai media locali di non essere stato coinvolto in alcun modo nella visita, suggerendo che Farage l’avesse prenotata autonomamente tramite il sito, ma giovedì sera la testata The Athletic ha rivelato che era stata proprio la società a invitare il politico nella propria sede.
L’iniziativa è partita dal Ceo, Mark Ashton, che ha addirittura pranzato con Farage lunedì assieme a un altro importante dirigente del club, Luke Werhun. L’Ipswich Town ha pure donato all’ospite ben sei magliette personalizzate, una delle quali è stata autografata da Farage con una dedica allo stesso Ashton.
La corsa a Downing Street
La rivelazione ha scatenato ulteriori critiche contro la società, in particolare da parte dei Rainbow Tractors, il gruppo Lgbtq+ della tifoseria dell’Ipswich, che hanno detto di «sentirsi abbandonati» dal proprio club. Come tutte le società inglesi, anche l’Ipswich Town aderisce alle varie campagne contro il razzismo e l’omofobia promosse dai campionati professionistici nazionali. «Il razzismo non sarà tollerato e ci impegniamo insieme per eliminarlo dal nostro gioco», recitava un comunicato pubblicato sul sito del club lo scorso ottobre, annunciando il supporto all’iniziativa Together Against Racism indetta dalla English Football League. Dal 2021, inoltre, l’Ipswich Town sostiene pubblicamente la campagna Football v Homophobia.
Tra i piani di Reform Uk, come sottolineato a febbraio da Suella Braverman, c’è l’abrogazione dell’Equality Act, una legge del 2010 che vieta le discriminazioni sui posti di lavoro. Le elezioni locali del 7 maggio sono viste come un primo momento cruciale nella corsa a Downing Street, che al momento vede il partito di Farage in testa ai sondaggi nazionali con il 29 per cento.
Per essere una persona contraria a mescolare sport e politica, Farage appare in realtà piuttosto incline a strumentalizzare il calcio per i propri fini. Nell’agosto 2025 ha infatti lanciato una maglietta da calcio speciale del suo partito, con il nome e il logo di Reform Uk sul petto e, sulle spalle, il proprio nome e il numero 10, visti di recente anche sulla maglietta regalatagli dall’Ipswich. Una mossa propagandistica, ma per i più critici addirittura un modo per capitalizzare sul proprio brand politico personale: le magliette sono state messe in vendita a 39,99 sterline l’una, ma la versione autografata da Farage costa ben 99,99 sterline.
Scalata al calcio
Quella di Reform Uk è una scalata esplicita al mondo del calcio e alla base dei suoi tifosi, che cerca di sedurre con la propria retorica populista e conservatrice, in un contesto di crescenti prezzi dei biglietti che marginalizzano la working class e che ampliano il divario tra club e tifosi. Eppure, sono soprattutto i ricchi dirigenti delle società a inseguire il leader dell’estrema destra britannica. Il più noto è Jim Ratcliffe, co-proprietario del Manchester United, che lo scorso febbraio ha espresso simpatia per Farage e per la sua campagna contro gli immigrati.
Ma Ratcliffe non è da solo: anche il presidente del Doncaster Rovers John Ryan e l’ex proprietario del Newcastle John Hall sono dei sostenitori di Reform Uk. Rupert Lowe, a lungo proprietario del Southampton, è stato addirittura parlamentare per il partito di Farage. Poi i due hanno litigato e Lowe ha fondato un nuovo partito, Restore Britain, se possibile ancora più a destra di Reform Uk.
«I club di calcio vogliono parlare con me», ha detto Farage a Itv, durante una visita a Sunderland per la campagna elettorale, rivelando che anche la squadra locale lo ha invitato a visitare la propria sede. In questo caso, l’invito è opera del co-proprietario Juan Sartori, imprenditore uruguaiano ed ex senatore per la formazione di destra Partido Nacional, nonché sposato con la figlia dell’oligarca russo Dmitry Rybolovlev, proprietario del Monaco.
È lo stesso Farage a spiegare perché i proprietari dei club lo corteggiano: «Il governo vuole istituire un ente regolatore, ma penso sia l’ultima cosa di cui il calcio inglese ha bisogno». L’idea che lo stato vigili sulle spese dei club e sul rispetto dei diritti dei tifosi è sostenuta da Starmer (ed era già stata proposta dai Tories), ma indispettisce i proprietari, che in vista delle elezioni generali del 2029 sono pronti a gettarsi tra le braccia dell’estrema destra.
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