Nato un po' per scherzo e un po' per protesta, si è trasformato in un manifesto contro il calcio moderno. Nel 2018 è diventato una cooperativa sportiva. Oggi ha 300 tesserati, prime squadre maschili e femminili, giovanili e un forte legame con la propria comunità
«Cerchiamo un calcio più umano, radicato nel territorio. Prima il calcio era popolare, ora è diventato una cosa per ricchi, quasi come il golf o il tennis. Un ragazzo per iscriversi a una scuola calcio paga 1.000 euro di quota, 300 di materiali. Qui possono venire tutti. Non prendiamo decisioni per il mero guadagno economico, preferiamo togliere i ragazzi dalla strada», dice Francesco Bragalone, l'allenatore del Centro Storico Lebowski femminile, che milita in Promozione.
Ci riceve sull'unica tribuna dello stadio, dove assiste alle partite la parte organizzata del tifo: la curva Moana Pozzi. Sta per iniziare un allenamento, ma prima ha un discorso importante da fare alle sue giocatrici: bisogna analizzare gli errori dell'ultima partita terminata con una sconfitta.
Un’alternativa al calcio moderno
Il CS Lebowski rappresenta un caso unico in Italia, un club di “calcio popolare” a struttura cooperativa, che oggi vanta soci in tutti i continenti. La sede ora è nella periferia di Firenze, più vicina all'aeroporto che al Duomo. Il nome è quello di un personaggio famoso per la sua pigrizia estrema, il Drugo di The Big Lebowski (1998) dei fratelli Coen, ma qui tutti si danno da fare. «Vincere non è secondario. Vogliamo farlo secondo le nostre regole, senza cadere nei vizi del calcio moderno. Mettiamo limiti ai rimborsi, non è giusto che un maestro o un autista di autobus guadagnino meno di un calciatore», spiega Raffaele Ballini, direttore sportivo e allenatore della prima squadra maschile.
Gli equilibri nella dirigenza e nello spogliatoio sono prioritari. «Tutto deve essere condiviso tra i soci e fatto a piccoli passi. Se troviamo un giocatore fortissimo che vuole venire e ce lo possiamo permettere lo prendiamo, ma non deve essere a scapito degli storici a cui i tifosi sono legati. Nessuno è più importante di un altro, non accettiamo che un giocatore o un allenatore possa limitare chi è qui da anni», continua Ballini.
Durante il suo turno al bar del club, ci riceve Duccio, uno dei fondatori. «Il Lebowski è nato da un gruppo di amici, tifosi della Fiorentina stufi del calcio-business. Nel 2004 scopriamo che nella nostra città c'era una squadra di terza categoria con zero punti – racconta Duccio, che vuole essere citato solo come “ultrà del CS Lebowski” –. Abbiamo iniziato a sostenerli per scherzo, poi è diventato molto serio. Volevamo difendere il calcio come strumento di coesione sociale, e ci stiamo riuscendo. Lo sentono i ragazzi e i genitori».
Come tutto è iniziato
Aggregazione che si crea anche grazie al mercato contadino organizzato prima delle partite casalinghe con piccoli produttori locali. Quella squadra era l'AC Lebowski, che si sciolse nel 2010 per problemi finanziari. Venne rifondata come USD Lebowski. Nel 2015 nacque una scuola calcio a San Frediano in un giardino pubblico su cui era in atto un contenzioso per fermare una speculazione immobiliare. Nel pieno centro di Firenze, per rivendicare i legami con la città e protestare contro la sua gentrificazione. Nel 2018 il club assunse la forma di cooperativa. Oggi ha oltre 300 tesserati, tra prima squadra maschile e femminile e tutte le categorie giovanili.
Bragalone sottolinea «che tutti si preoccupano di tutti. La prima squadra maschile è la più seguita, è normale, ma ogni lunedì mi chiedono del risultato del femminile, e io so com'è andata in tutte le giovanili. Le due prime squadre giocano in contemporanea, in campi vicini, così i tifosi possono sostenerle entrambe. Ti interessi dei risultati degli altri perché ti senti in famiglia». Una famiglia che si incontra una volta all'anno in occasione de “Il pranzo è servito” dove tutti portano qualcosa da mangiare per condividerlo con gli altri.
«Liberi e felici: meglio della Champions»
Una delle giocatrici di Bragalone è spagnola, Patricia Ruth Martínez. Nel suo paese, dove il calcio femminile è più strutturato, ha giocato in squadre di Tercera División come Alcoyano, Ontinyent e Intercity. Gioca al CS Lebowski mentre è in Erasmus a Firenze.
«Non volevo smettere di giocare e mi avevano parlato benissimo di questa squadra. Il Lebowski non soddisfa solo l'esigenza sportiva, è il gruppo umano che fa la differenza. Solitamente quando le partite si complicano, è dura mantenere il gruppo, ma qui è stato il contrario», racconta la giocatrice.
Chiediamo a Duccio quali siano gli obiettivi sportivi del CS Lebowski. Ci risponde mentre prepara panini per i giocatori e le giocatrici. «La Champions! Sul serio: cerchiamo un raggio di sole in questo schifo di mondo moderno. Stare insieme e trovare una via di fuga da un mondo che crea solo problemi. Qui siamo liberi, felici di fare le cose come ci piacciono. Questo è meglio della Champions».
Dal 2010 il Lebowski maschile non ha mai conosciuto retrocessioni, vincendo terza, seconda e prima categoria. Quest'anno si è salvato in Promozione senza playout, dimostrando continuità tra il progetto scritto nello statuto (che tutti i tesserati devono sottoscrivere) e i risultati sportivi.
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