Il largo successo elettorale del presidente in carica, oggi 79enne, lo porterà durante il settimo mandato a superare il record di anzianità di Bernabeu. Per la prima volta in 20 anni ha dovuto affrontare una vera competizione e, forse per questo, ha ceduto più volte al nervosismo: gli attacchi etno-classisti all’avversario Riquelme, le promesse sul mercato e due stagioni da zero tituli lo fanno sentire comunque in discussione
Una vittoria dal retrogusto amaro. Domenica sera Florentino Pérez ha tirato un sospiro di sollievo nel momento di apprendere l’esito delle operazioni di voto per la presidenza del Real Madrid: vittoria larga, che gli consegna il settimo mandato a capo della Casa Blanca fino al 2030. È ininterrottamente assiso su quella poltrona dal 2009 e l’aveva già occupata dal 2000 al 2006. Numeri importanti, ai quali se ne potrebbe aggiungere uno da record, come viene fatto notare dal quotidiano El País: 83.
Sono gli anni che il presidente madridista avrà al compimento di questo settimo mandato, nel 2030, ciò che farà di lui il presidente in carica dall’età più anziana nella storia del club merengue. Potrà così superare il mitico Santiago Bernabeu, che del Real fu presidente fino all’età di 82 anni. Cioè fino alla morte, dettaglio che indurrà Pérez a fare qualche scongiuro.
Ma al di là dei dati e dei numeri, rimane il fatto che questa vittoria elettorale matura al termine di un percorso che nella storia dell’ultimo ventennio madridista è stata un inedito: una vera competizione elettorale. Fin qui Pérez era stato riconfermato al termine di crimonie di voto prive del sale della contrapposizione. Invece stavolta il presidentissimo ha dovuto affrontare una vera campagna elettorale.
Ciò a cui proprio non era più aduso. E sarà stata la desuetudine, o una comprensibilissima questione di età (a 79 anni la ricerca del voto può essere cosa alquanto faticosa): fatto sta che, durante queste settimane bollenti, l’uomo che ha segnato quasi per intero l’ultimo quarto di secolo di storia madridista ha ceduto più volte al nervosismo. Tanto più che, durante tutta la campagna elettorale, il rivale non ha mostrato il minimo timore reverenziale.
L’accento messicano
Si chiama Enrique Riquelme, è un magnate delle energie rinnovabili e ha potuto presentare tutti i (quasi impossibili) requisiti necessari a presentare una candidatura alla presidenza madridista: venti anni d’ininterrotta iscrizione e una fidejussione bancaria pari al 15 per cento del patrimonio del club, ma appoggiata esclusivamente da istituti bancari spagnoli (niente istituti o fondi stranieri). Pareva impossibile che qualcuno riuscisse a sfondare il muro di queste limitazioni.
E invece Riquelme ce l’ha fatta, ciò che in Pérez ha provocato reazioni inacidite. A partire dall’etichetta etno-classista di «candidato dall’accento messicano» appiccicata allo sfidante. Alla fine i voti raccolto da Pérez sono stati 21.741, pari al 65 per cento. Ma il 35 per cento raccolto da Riquelme (11.814 voti) rimane un segnale forte. Il regno di Mister ACS (il colosso delle costruzioni presieduto dal presidente madridista) è stato messo in discussione. E lui, nonostante la vittoria, non può fare a meno di sentirsi umiliato e offeso. Il rivale ha osato l’inosabile.
In occasione della finale di Champions League fra Paris Saint-Germain e Arsenal, Riquelme ha mandato in giro per Budapest quattro grandi pullman pavesati con immagini e simboli madridisti, per annunciare che l’assenza delle merengues è solo un intervallo e che a breve (magari sotto la sua guida) tutto verrà rimesso al suo posto. Inoltre ha prefigurato l’ingaggio di Erling Haaland e Rodri, facendo irritare i dirigenti del Manchester City che hanno minacciato azioni legali.
Mougugni
Al cospetto di un avversario così rampante, Pérez ha annaspato anche nell’ambito che è stato un suo punto di forza: il calciomercato. L’idea di richiamare sulla panchina José Mourinho, che a suo tempo se n’era andato in malo modo e di recente ha mostrato segni di declino, non è stata particolarmente apprezzata. Inoltre il portoghese è dovuto rimanere in pausa nel suo rapporto col Benfica, perché l’ufficializzazione del suo passaggio al club merengue doveva attendere l’esito elettorale favorevole a Pérez: ciò che ha fatto imbufalire la comunità benfiquista.
Non solo questi sono i segni del cattivo momento florentinista. Il Real viene da due stagioni da zero tituli (esclusa la Supercoppa europea 2024, che però è eredità della stagione precedente). Inoltre, il definitivo fallimento del progetto superleghista è un’altra disfatta personale di Florentino, unico a resistere in trincea fino all’ultimo.
Adesso il prossimo progetto è alienare sul mercato il cinque per cento del club: mossa che fa irritare ampia parte della tifoseria e che è stato uno dei cavalli di battaglia per Riquelme durante la campagna elettorale. Come a dire che per il presidentissimo gli anni difficili potrebbero essere ancora a venire. E che questo trionfo potrebbe essere l’anticamera del declino.
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