Nelle Marche del ciclista travolto e ucciso da un compaesano alla guida di un furgone nel 2017, l’ecuadoriano Narvaez trova la seconda vittoria di questa edizione. In queste terre la Fondazione creata nel nome di Michele porta avanti un progetto che entra nelle scuole italiane, dalle primarie fino alle superiori, per cambiare la cultura della strada
Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.
Viene dall’altra parte del mondo Jhonatan Narvaez, l’ecuadoriano che trova sui muri fermani la seconda vittoria in questo Giro d’Italia, la quarta per lui nella corsa rosa. Dietro non cambia praticamente niente, con il gruppo maglia rosa che trattiene il fiato in vista del secondo arrivo in salita, al Corno alle Scale, la montagna che rivelò un ragazzino pieno di talento che veniva da Castel de’ Britti, ai bordi di Bologna. Era Alberto Tomba, ed era un altro tempo e un altro sport.
Le Marche sono invece la terra di Michele Scarponi, che il Giro d’Italia lo vinse nel 2011 e che per il Giro si stava allenando la mattina in cui fu ucciso, il 22 aprile 2017, a pochi chilometri da casa, a Filottrano: un suo compaesano alla guida di un furgone svoltò a sinistra, e non vide Michele che scendeva in discesa sulla carreggiata opposta.
Da quella tragica fine la famiglia Scarponi ha scelto di impegnarsi per la vita degli altri. E da otto anni la Fondazione creata nel nome di Michele porta avanti un progetto che entra nelle scuole italiane, dalle primarie fino alle superiori, per cambiare la cultura della strada.
Una morte non è una statistica
Marco, il fratello di Michele, in questi anni ha incontrato più di 70mila studenti. Comincia raccontando la storia di Michele, a partire da quando era un bambino che sognava di fare il corridore e di vincere il Giro d’Italia, fino al giorno in cui la sua vita è stata violentemente strappata. Una storia che tocca il cuore e spinge i ragazzi a fare qualcosa perché le cose cambino. Perché un conto è dire che ogni anno sulla strada muoiono 3mila persone e altre 17mila sono ferite gravemente, un conto è raccontare la storia di una di queste persone. Molte morti sono una statistica, una morte è una tragedia.
I risultati di questo lavoro incessante cominciano a vedersi. A Jesi, nell’istituto tecnico frequentato da Michele, i ragazzi hanno progettato una strada scolastica chiusa al traffico che l’architetto e urbanista Matteo Dondé ha messo nero su bianco.
Dopo due anni di percorso, il comune di Brescia ha inaugurato nell’ultima settimana due strade per le scuole Deledda e Crispi, anche queste immaginate insieme dagli studenti e dalla Fondazione: spazi pedonali, colori, giochi, una meraviglia.
A Bologna gli studenti delle classi con indirizzo grafico delle Aldini Valeriani e dell’istituto Fantini di Vergato hanno ideato la campagna di comunicazione che a breve sarà realizzata dal comune. I tre manifesti sono molto diretti, i messaggi forti e chiari: "Corri, guida, muori"; "Bevi, guida, muori"; "Chatta, guida, muori".
Il mondo disegnato dai ragazzi
Gli studenti del liceo musicale Lucio Dalla, sempre a Bologna, hanno invece composto una canzone. Si intitola Il peso di una vita ed è chiaro come il messaggio di Marco Scarponi abbia colto nel segno. Versi come "L’auto è un’arma carica, la guidi come una pistola" e "il peso di una vita sopra la mia coscienza, ho perso la partita per la mia impazienza" sono un pugno nello stomaco.
Ma non ci si può nascondere: la violenza stradale è la prima causa di morte per i ragazzi fino a 29 anni, e non sono le parole che devono farci paura. Proprio al linguaggio è dedicata un’altra parte del Progetto scuola, che quest’anno ha visto la Fondazione lavorare insieme ai giovani redattori dei giornali scolastici dei licei scientifici di Trento, il Dorian del liceo Galilei e l’Urlo di Vitruvio del Leonardo da Vinci: anche dalle parole usate dai media passa infatti la cultura della sicurezza, e dunque basta con le auto impazzite e con le strade killer. Il modo in cui normalmente raccontiamo gli scontri stradali tende a deresponsabilizzare chi guida e dunque a giustificarlo, umanizzando al contrario il mezzo.
Sembrano dettagli, ma in un paese in cui anche i comici aizzano all’odio contro i ciclisti, trovando una cassa di risonanza sui social (e magari in gesti come quello della tappa di Napoli, quando due ragazzi sconsiderati hanno messo in serio pericolo i corridori), quello della Fondazione diventa un lavoro fondamentale.
Per tutta la durata della corsa rosa sarà attiva la raccolta fondi per la campagna "Al Giro contro l’odio". In una settimana sono stati donati oltre 2mila euro, potete farlo anche voi a questo link.
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