Il mondo del calcio a cinque è uscito dalla pandemia con le ossa rotte, come quasi tutto lo sport dilettantistico. Dopo il commissariamento del 2020, la svolta per cercare di restituire sostenibilità alle società. Ma niente è andato come si sperava: il campionato ha subito un drastico calo di qualità e i danni collaterali inflitti alla Nazionale sono ancora più gravi
Dopo la terza mancata qualificazione di fila dell’Italia ai Mondiali di calcio, una proposta emerge con forza sul web e sui giornali: meno stranieri in Serie A e obbligo di inserimento di giocatori italiani per valorizzarli. Tutto ciò è stato recentemente attuato in un altro sport che, in Italia, sta vivendo un momento difficile: il futsal (o calcio a cinque). Un’esperienza che può proporre spunti di riflessione al mondo del calcio a undici.
La Serie A di futsal ha vissuto un lungo periodo come campionato d’élite e la Nazionale è stata tra le più importanti al mondo, soprattutto tra gli anni Zero e i Dieci. Restano nel palmarès due Europei (2003 e 2014), svariati podi tra cui l’argento mondiale 2004 e la Coppa Uefa (oggi Champions League) vinta dal Montesilvano nel 2011, unica italiana a riuscirci.
Un’epoca d’oro che vedeva protagonisti in Europa anche club come Luparense, Marca e Pescara, oggi scomparsi.
Il motivo del successo era evidente: al posto dei calcettisti italiani degli anni ‘80 e ‘90, cresciuti più sull’erbetta che sui parquet, cominciavano a farsi largo giocatori sudamericani, soprattutto brasiliani, grandi esportatori della disciplina. Una possibilità favorita dalla cittadinanza italiana posseduta da molti atleti, che componevano una percentuale abbondante di tutte le squadre.
Valorizzare i settori giovanili
Il mondo del futsal è uscito dalla pandemia con le ossa rotte, come quasi tutto lo sport dilettantistico (soprattutto in categorie che necessitano di un impegno de facto professionistico per carico di lavoro e flussi economici): i primi effetti sono stati il campionato 2019/2020 non terminato e il commissariamento della Divisione a luglio 2020. C’era bisogno di cambiare verso un obiettivo ancora lontano: la sostenibilità delle società, uno dei traguardi del nuovo direttivo insediatosi nel 2021 e guidato dal presidente Luca Bergamini.
Le competizioni dilettantistiche spesso non sono soggette alla normativa che si applica per i contratti di lavoro, dunque è possibile l’esistenza di regole più stringenti per perseguire determinate politiche. Per Bergamini era necessario valorizzare i talenti dei settori giovanili, la cui presenza era stata minata dai giocatori "non formati". Così, dall’obbligo di avere in distinta metà dei giocatori formati nella stagione 2021/22, si è arrivati a un inasprimento nel 2022/23: massimo tre giocatori non formati in distinta (su dodici) in Serie A. La quota è passata a quattro l’anno successivo, numero mantenuto nella stagione successiva. Il provvedimento è stato attuato a cascata nelle categorie inferiori: massimo tre "non formati" nella nuova Serie A2 Élite, due in Serie A2 e uno solo in Serie B.
Le conseguenze, però, non sono state quelle previste. Il campionato, privato di molti tra i migliori elementi, ha subito un drastico calo di qualità: oggi, oltre a Spagna e Portogallo, molte leghe stanno superando quella italiana (su tutte quella francese, grazie a investimenti pubblici). Molti giocatori italiani hanno avuto accesso a categorie prima precluse: un palcoscenico importante, ma anche la nascita di una bolla speculativa che ha fatto impennare il costo di alcuni atleti. Una situazione complessa per i club, dalle casse sempre più povere ma incapaci di collaborare tra loro per porre un freno a questo fenomeno.
Formare gli staff
Forse anche più pesanti i danni collaterali inflitti alla Nazionale, che ha dovuto rinunciare a tanti "italo": uomini non cresciuti in Italia, ma suoi cittadini. L’apice della crisi nel mandato dell’impotente ct Massimiliano Bellarte è rappresentato dalla mancata qualificazione ai Mondiali 2021 e 2024. Di mezzo, un deludente Europeo 2022: una storia familiare.
Le cause sono molteplici e meriterebbero trattazione a parte. L’osservazione lampante è che, parallelamente alle norme, non è arrivato un adeguamento del livello della formazione degli staff tecnici e dirigenziali - dunque, con effetto domino, dei ragazzi appassionati di questo spettacolare sport. L’attuale dirigenza della Divisione e il nuovo presidente Stefano Castiglia proseguono sulla linea già tracciata in forma più moderata, con maggiore dialogo coi club, mentre la Nazionale del ct Salvo Samperi ha iniziato un tortuoso processo che ha riacceso in molti la passione per l’Azzurro. Resta però largo il divario con i grandi movimenti, evidenziatosi all’Europeo 2026 giocatosi tra gennaio e febbraio scorsi.
Usare l’esperienza del futsal per un parallelismo totale con il calcio è impossibile per la differenza in scala ad oggi. Si possono però ricavare dei campanelli d’allarme: competenza e professionalità nella formazione di tutte le figure coinvolte devono essere il pilastro per la ripartenza del calcio italiano. E, perché no, del futsal: un cugino che, nei settori giovanili, può portare grandi benefici.
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