Rigori ancora maledetti per la Nazionale. L’illusione con il vantaggio di Kean, poi l’espulsione di Bastoni dopo un errore nel rinvio di Donnarumma. Nella ripresa il pareggio di Tabaković. Dagli 11 metri decisivi gli errori di Pio Esposito e Cristante. Gravina: «Ho chiesto a Gattuso e Buffon di restare. Le mie dimissioni? Ne parleremo in Consiglio federale. Ma rifletta anche la politica»
ZENICA (BOSNIA) – Solna, Palermo e ora Zenica. Si allarga a tre il numero di città che saranno per sempre legate a quella che, probabilmente, è la serie più grande di drammi sportivi della storia dello sport italiano. Per quanto gli azzurri tentassero di scacciarlo, il fantasma della terza mancata qualificazione ai Mondiali aleggiava da giorni intorno all’Italia. O forse non se n’era mai andato dal primo fallimento del 2017 targato Giampiero Ventura.
L’inizio aggressivo della Bosnia Erzegovina, capace di creare il panico nell’area di Gianluigi Donnarumma dopo meno di tre minuti, ha immediatamente messo a nudo la fragilità mentale dell’Italia e fatto riaffiorare i fantasmi di Svezia e Macedonia del Nord. Nonostante ciò, l’ottimo approccio della nazionale balcanica è stato vanificato dall’errore del portiere Nikola Vasilj, che al 15’ ha regalato la sfera a Nicolò Barella sulla trequarti campo. Il centrocampista dell’Inter ha innescato Moise Kean che di prima ha trafitto l’estremo difensore bosniaco.
Calore bosniaco
Il gol azzurro, pur risvegliando quelli bosniaci di fantasmi, legati ai cinque playoff persi in passato, non ha spento l’entusiasmo del pubblico del Bilino Polje di Zenica che, al contrario di quanto previsto dalla sanzione comminata dalla Fifa per gli incidenti in Bosnia-Romania, si è presentato al fischio d’inizio solo con la parte centrale della tribuna sud chiusa. La tribuna ovest, le cui prime tre file sarebbero dovute rimanere vuote, era piena fino all’ultimo posto disponibile. Forse anche oltre la capacità consentita, come accaduto nella tribuna dei media, abitata da bambini in festa e persone che nulla hanno a che fare con la stampa.
Il supporto alla Bosnia è arrivato anche dagli ormai noti palazzi che svettano sopra la tribuna nord: da qui, prima del fischio d’inizio, è partito uno spettacolo pirotecnico che, unito alla coreografia dei BH Fanaticos, ha contribuito a rendere l’atmosfera bollente sin dal principio. Il calore dello stadio ha soffocato l’Italia di Rino Gattuso, già stretta nella morsa di una paura che evidentemente non riesce più a togliersi di dosso. Il cartellino rosso ricevuto da Alessandro Bastoni al 42’ ha fatto il resto, facendo sprofondare gli azzurri in uno stato di impotenza raro da osservare in professionisti di tale livello. L’Italia si è dimostrata ancora una volta contratta e priva di idee e, così come in occasione della rete del vantaggio, la possibilità di chiudere la gara è capitata sui piedi di Kean al 60’ solo per un errore dei padroni di casa in fase di impostazione.
Passato lo spavento, la Bosnia ha continuato ad attaccare incessantemente: l’ingresso all’intervallo di Kerim Alajbegović, poi, ha infiammato ancora di più il pubblico con dribbling e giocate che, insieme alla qualità del coetaneo Esmir Bajraktarević dall’altro lato, hanno messo al tappeto la retroguardia azzurra. Il pareggio di Haris Tabaković al 79’ è stato una conseguenza naturale del dominio bosniaco, accentuato dall’inferiorità numerica dell’Italia.
A proposito di espulsioni, ha fatto e farà discutere il mancato rosso a Tarik Muharemović nei tempi supplementari per un fallo simile a quello che ha portato all’esclusione di Bastoni. Di certo, però, non è questo episodio che ha determinato la sconfitta di una nazionale allo sbando ormai da troppo tempo. La Bosnia avrebbe potuto vincere la gara nei centoventi minuti, ma il destino ha voluto che si andasse ai calci di rigore e che, questa volta, dopo gli errori dal dischetto di Pio Esposito e Bryan Cristante, fosse Bajraktarević, figlio della diaspora nato e cresciuto negli Stati Uniti, a segnare il gol decisivo per staccare il pass per l’America.
Riflessioni
Il popolo bosniaco non aspettava altro che una miracolosa qualificazione ai Mondiali per esplodere in un grido di gioia a lungo desiderato da un paese che da trent’anni convive con una pace fredda che non lascia alcuna speranza di progresso. Un futuro ancor più cupo, però, è ciò che attende l’Italia di Gennaro Gattuso, che in diretta Rai ha chiesto scusa, in lacrime: «È una mazzata difficile da digerire. Il mio futuro? Oggi parlarne non è importante, oggi era importante andare ai Mondiali. Ci teniamo la prestazione, ma fa male».
Allo stesso modo appaiono difficili da digerire le parole di Gabriele Gravina, che alla vigilia della finale playoff aveva già sottolineato che non si sarebbe dimesso in caso di ennesimo fallimento. Nella conferenza stampa post-partita, il presidente federale ha fatto mezzo passo indietro rimandando la valutazione del proprio operato al Consiglio Figc da lui indetto per la prossima settimana, indicandolo come l’unica sede adatta per prendere decisioni. «Ho chiesto a Gattuso e Buffon di rimanere alla guida tecnica di questi ragazzi. La parte tecnica è da salvaguardare al 100 per cento».
In ogni caso, l’eventuale conferma di Gravina non potrà prescindere dalla ricerca di uno scossone che possa dare nuova linfa a una nazionale giunta a un punto di non ritorno. L’Italia ha bisogno di un segnale tangibile che marchi la differenza rispetto agli ultimi dodici anni, affinché le generazioni di appassionati nate dopo il trionfo del 2006 possano finalmente godersi la nazionale alla Coppa del Mondo.
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