Tra le corsie degli Europei di Parigi, ogni atleta ha nel mirino un obiettivo che si può vestire o meno di medaglia: il primato. Nel silenzio subacqueo, i record sono la muta ossessione che certifica, numeri alla mano, l’evidente progresso della propria nuotata. Le medaglie sono meglio, ribadiscono tutti, ma il record ha un valore intrinseco personale.

A volte la voce della verità buca la superstizione del non detto: capostipite Thomas Ceccon, unico italiano a detenere attualmente un record mondiale individuale (il 51’’60 nei 100 dorso, cuore di Budapest 2022), che dopo l’accesso alla finale dei 50 delfino a Saint Denis ha onestamente ammesso: «Punto al record italiano». Già suo, in realtà, ma perché non migliorarlo?

Intanto a Parigi un nuovo record italiano è già arrivato: Carlos D’Ambrosio ha lanciato la staffetta 4x200 stile libero con una frazione da 1’44”72, ritoccando il numero che gli apparteneva già da un anno. Osservata speciale Sara Curtis nei 50 dorso, già doppio record (italiano ed europeo) al Settecolli 2026: potrebbe scendere ancora. Un centesimo in meno, sempre, per continuare a scrivere la (propria) storia.

Tra gratificazione e ossessione

L’ampia casistica dei record del nuoto si struttura su più criteri: personale, geografico, anagrafico. La prima sfida è “con sé o contro di sé”, ogni atleta lo sa. Mettere la mano più avanti di altre può significare podio, vittoria, o semplicemente inchiodare la corsa implacabile di un cronometro. A volte chi nuota snocciola numeri che nessun lotto accetterebbe: 58 alto, 45 basso, passaggio a 28, e via contando.

In corsia entrano speranze, residui di infortunio, malumori, stanchezze, condizione fisica e forma mentis. Tutto può inficiare la realizzazione di un personal best, da molti definito “il minimo” che minimo non è affatto. È il primo gradino del proprio miglioramento e il vero metro di paragone contro l’avversario più temibile: stabilirlo è una gratifica, non ripeterlo o non abbassarlo può diventare una croce.

A livello generale, i record si dividono in due macrocategorie: vasca lunga (50 metri, l’olimpica) e vasca corta (25 metri). A volte i primatisti possono coincidere, non senza qualche snobismo: Gretchen Walsh è stata a lungo definita bathtub swimmer, nuotatrice da vasca da bagno, per la sua facilità di record in corta, finché al Settecolli 2026 non si è impadronita dei 50 stile in lunga con un sonoro 23’’55.

L’età suddivide in record juniores e cadetti le promesse del futuro, mentre gli eventi aiutano a conteggiare i risultati nella cornice di quella determinata manifestazione: frequente il CR, record dei campionati, meno l’OR, il record olimpico, possibile solo ogni quattro anni. In mezzo si intreccia la geografia, tra i confini del record nazionale e l’ampiezza del record continentale -europeo, americano, oceanico, asiatico - che arriva all’abbattimento di ogni frontiera con il record mondiale.

Chi detiene i primati

Nel nuoto contemporaneo, i record mondiali in lunga si aggiornano a una velocità che a lungo non si era vista. Tra quelli femminili l’avvento di campionesse come Katie Ledecky, Ariarne Titmus, Mollie O’Callaghan, Summer McIntosh, Regan Smith, Kaylee McKeown e la già citata Walsh ha confermato l’atlante delle superpotenze del nuoto: esclusa la canadese McIntosh, a livello assoluto l’atleta con il maggior numero di primati nelle gare individuali (quattro in lunga e tre in corta), il dominio dei primati è equamente spartito tra Stati Uniti e Australia.

A interromperlo il poker europeo con la lituana Ruta Meilutyte nei 50 rana, la russa Evgeniia Chikunova nei 200 rana, l’olandese Marrit Steenbergen nei 100 stile libero (stabilito al Settecolli 2026) e la svedese Sarah Sjöström nei 50 delfino, un supersonico 24’’43 risalente al 2014 e il più longevo dei record femminili attuali, ancora imbattibile dalle velociste attuali. Più quotati l’auto-ritocco del recente 51’’68 di Steenbergen, che agli Europei ha stampato il nuovo record dei campionati, e un nuovo nome nei 100 rana, forse la smagliante britannica Angharad Evans.

Più variegate le bandiere nei record maschili, dove brillano autentiche sfide per i nuotatori della nuova generazione. Il 22’’27 nei 50 delfino dell’ucraino Andrii Govorov, risalente al 2018, fa gola a molti, in primis Egor Kornev e Maxime Grousset. I record più succosi risalgono all’era dei costumi gommati di Roma 2009, con la caduta di 43 primati in un colpo solo. Battuto dopo 26 anni il record nei 50 sl grazie al 20’’88 di Cameron McEvoy, nell’albo restano le chimere dei 200 stile libero, l’1’42 netto del tedesco Paul Biedermann già nel mirino del rumeno David Popovici (che nel frattempo punta anche a togliere il primato dei 100 sl all’amico Pan Zhanle), e dei 200 dorso, l’1’51’’42 di Aaron Peirsol che l’ungherese Hubert Kos finora ha mancato di pochi decimi.

Meno evidente l’attacco all’800 sl di Zhang Lin, uno dei primi record a sottolineare la potenza della Cina nel nuoto, e specchio di come il mezzofondo maschile affronti il nuovo ricambio generazionale ancora senza principi ereditari.

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