Troppo rumorosi i 45 punti di Jalen Brunson in gara-5 per poter immaginare un Mvp diverso dal numero 11 dei Knicks, troppo impattante la leadership dell’ex scudiero di Luka Doncic per anche solo pensare di valutare una via alternativa. Ma nella festa della New York blu-arancio c’è un nome che più di altri rimarrà incastonato nella memoria di chi non festeggiava un anello Nba da oltre mezzo secolo. La figura fluttuante di Og Anunoby che passa in mezzo a corpi protesi e stupiti per smanacciare il pallone che, di fatto, spegne le velleità dei San Antonio Spurs è quella che verrà consegnata all’immortalità cestistica.

È la classe operaia che va in paradiso, la rivincita del proletariato sportivo nell’era delle stelle a tutti i costi, il volto più puro dei Knicks di Mike Brown, dove tutti sono utili e probabilmente nessuno indispensabile, nemmeno Brunson, nemmeno Karl-Anthony Towns al quale va il premio della critica per una serie che non può essere letta soltanto con le cifre, ma va analizzata guardando i momenti in cui una determinata giocata è arrivata.

Emblema dei 3&D

Ed è anche per questo che Anunoby si è guadagnato un piccolo-grande spazio nella storia dell’Nba, cancellando la follia di DeAaron Fox che con una manciata di secondi al termine di gara-4 sceglie di non giocare con il cronometro e di andare per il ferro, venendo cancellato dalla stoppata dell’ex ala dei Toronto Raptors, capace poi di tornare decisivo anche dall’altra parte del campo, il tutto in una partita in cui aveva messo già a segno 31 punti con un fantascientifico 7 su 9 al tiro pesante.

EPA
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Si è costruito una carriera Nba partendo dai fondamentali difensivi e rimarrà nella storia per un lampo offensivo, mostrando una capacità di adattamento al contesto che in pochi gli avevano riconosciuto all’inizio: è diventato l’emblema dei cosiddetti 3&D, giocatori affidabili dall’arco e solidissimi in difesa, lui che in un 50 partite di college basketball in carriera si era alzato per tirare da tre punti solamente 74 volte.

Ha messo un pezzetto in più anno dopo anno, dimenticando gli infortuni che sembravano poterne frenare la carriera, a partire dalla lesione ai legamenti crociati anteriori del ginocchio destro nel suo secondo anno a Indiana: season-ending injury a metà gennaio, una mazzata. Nel bel mezzo del recupero decise comunque di dichiararsi per il draft del 2017, venendo raccolto alla chiamata numero 23 dai Toronto Raptors.

Infortuni e risalite

Il destino gli aveva però nuovamente presentato il conto, costringendolo ad assistere in borghese alla cavalcata canadese verso il titolo del 2019: mentre Lowry e Leonard furoreggiavano, Anunoby era fermo ai box. In un mondo come quello dello sport americano, dove le stagioni tendono a essere particolarmente logoranti, circola spesso una frase: «Availability is the first ability». Il fatto di essere sempre disponibile, sempre affidabile, è la prima abilità di un giocatore.

Non a caso, tra i perni silenziosi dei Knicks, c’è uno come Mikal Bridges, arrivato a 638 partite consecutive di regular season giocate, un numero impressionante nell’epoca del load management. Su Anunoby, durante il suo periodo ai Raptors, i costanti problemi fisici avevano iniziato a far sorgere le prime domande sul suo conto.

Nato a Londra da genitori nigeriani, Anunoby è stato a conti fatti cresciuto dal padre: mamma Grace se ne era andata quando Og aveva solamente un anno per un cancro e il padre, professore universitario, aveva spostato tutta la famiglia negli Stati Uniti quando il futuro bicampione Nba di anni ne aveva quattro per andare a insegnare alla Lincoln University, a Jefferson City.

Il pilastro della vita di Og è scomparso nel 2018. Abituato a trovare una soluzione anche nel bel mezzo dei problemi, Anunoby si è rimboccato le maniche spesso, fino ad arrivare ai Knicks, la terra promessa di una carriera che rischiava di impantanarsi tra un problema fisico e l’altro.

Con Tom Thibodeau prima e Mike Brown poi, ha retto alle pressioni di una piazza in cui la vittoria stava diventando un’ossessione: per quanto ancora New York sarebbe potuta rimanere senza un titolo? E chissà cosa sarebbe successo se non fosse apparso lui, scivolando tra un corpo e l’altro, a raccogliere la preghiera laica scagliata da otto metri e mezzo da Brunson, con la visuale oscurata dalle braccia infinite dell’alieno Wembanyama. In alcune traduzioni, Ogugua, che sarebbe il vero nome di Anunoby, viene riportato come “colui che porta la pace”. È quel che ha fatto, in un certo senso, con quella smanacciata folle, arrivata a chiudere una partita che aveva visto i Knicks sotto di 29 punti. Perché la pace (dei sensi) può passare anche da un tap-in, da un’arena storica che erutta di felicità, dall’attore non protagonista che si fa beffe del copione, lo straccia e si piazza lì, al centro della scena, per un gigantesco, meraviglioso, attimo di immortalità.

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