New York non arriva alle Finals dal 1999, ma si è qualificata alla seconda finale di conference consecutiva guidata da una 33esima scelta al draft. Chiunque dica di aver previsto l'esplosione dell'uomo con le treccine mente: a cambiare davvero le cose è stato il giocatore meno appariscente di tutti. Per il sindaco Mamdani, che ha promesso di restituire la città a chi ci lavora, era difficile trovare un esempio migliore
Il primo gennaio di quest'anno, durante il discorso di insediamento a City Hall, il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani ha fatto una cosa che nessuno si aspettava: ha citato Jalen Brunson e ha mimato la sua esultanza, con la mano sul volto mettendo il naso nell’incavo tra pollice e indice, piegando poi l’anulare per formare una sorta di tre con le dita. Il playmaker dei Knicks è stato citato come esempio del livello di eccellenza che va chiesto a chi lavora in politica. Una scelta peculiare, che dice molto della visione del primo cittadino della Grande Mela, ma anche del giocatore che sta facendo vivere ai tifosi del Madison Square Garden un'inaspettata età dell'oro.
Quattro mesi dopo quel discorso, i Knicks si sono qualificati alla seconda finale di conference consecutiva. Le Finals, dove non arrivano dal 1999, non sono mai sembrate così vicine. E l'uomo che li ha guidati fin qui è una 33esima scelta al draft, è alto un metro e 88 e vanta “appena” un milione di follower su Instagram mentre molti suoi colleghi ne contano quindici o venti volte tanto.
Non l’hanno visto arrivare
Chiunque dica di avere previsto l'esplosione dell'uomo con le treccine mente. Quando Brunson è arrivato a New York nell'estate del 2022, il dibattito non era se potesse diventare una star, ma se potesse essere il secondo miglior giocatore di una squadra da titolo. Veniva da Dallas, dove per anni era stato prima una riserva e poi un co-protagonista accanto a Luka Dončić.
I media americani, in particolare, avevano posto l'accento su un presunto caso di nepotismo visto che il padre Rick era assistente allenatore dei Knicks e il general manager Leon Rose un amico di famiglia dei Brunson. Il contratto da 104 milioni per quattro stagioni che aveva firmato sembrava a molti uno spreco di soldi. La narrativa era costruita, e la narrativa non era generosa.
I fatti, in questi playoff, sono questi: 27,4 punti di media con il 48,5% dal campo, 6.1 assist, 2,2 palle perse. Nelle prime cinquanta partite di playoff con una franchigia, nella storia della Nba, solo cinque giocatori hanno segnato più di lui, e uno di quelli è Michael Jordan. Brunson ha segnato oltre 400 punti in più di una leggenda come Patrick Ewing nelle prime cinquanta partite di playoff con i Knicks.
Brunson possiede un'intelligenza spaziale e una velocità di piedi che mettono in crisi anche i migliori difensori del pianeta. Quin Snyder, prima che i Knicks eliminassero Atlanta, lo aveva descritto come un giocatore capace di batterti in così tanti modi diversi da rendere quasi impossibile contenerlo. Nick Nurse, dopo gara 1 contro Philadelphia, ha ammesso che i suoi avevano concesso sei possessi consecutivi dove il pick-and-roll Brunson-Robinson aveva prodotto canestro ogni volta in modo diverso (lob, drive, assist per il tagliante) perché Brunson leggeva la risposta difensiva e trovava ogni volta la soluzione che non si aspettavano. Due allenatori esperti e molto rispettati nella Nba, due ammissioni di impotenza sostanzialmente identiche.
Trascinatore
Anche Mike Brown, che allena i Knicks e in carriera ha lavorato con Steph Curry, ha detto qualcosa che vale la pena riportare: «Sapete Linus di Snoopy, quello con la coperta? Io sono Linus e Jalen è la mia coperta. Mi aiuta a restare calmo durante la partita». Brunson, che il 31 agosto compirà 30 anni, non è una star nel senso che il marketing Nba intende ma, a conti fatti, è molto più determinante di giocatori che negli anni hanno fatto collezione di premi individuali.
E a differenza di molti di loro, lascia parlare i fatti: nell'estate del 2024 aveva diritto a un contratto massimale da 269 milioni in cinque anni, ma ha firmato per 156 in quattro, lasciando 113 milioni sul tavolo perché i Knicks potessero costruire il roster che oggi punta alle Finals.
È esattamente questo che Mamdani aveva in testa a gennaio. In una città che è abituata a inseguire i grandi nomi - LeBron James, Kevin Durant, Kyrie Irving, Giannis Antetokounmpo, tutti corteggiati e mai arrivati - il giocatore che ha cambiato davvero le cose è il meno appariscente tra quelli che possono cambiare il volto a una serie playoff. New York oggi ha una squadra costruita senza stelle di primissima fascia e trascinata da un anti-divo che si è sudato ogni step della sua ascesa. Per un sindaco eletto promettendo di restituire la città a chi ci lavora, era difficile trovare un esempio migliore.
I Knicks non arrivano alle Finals dal 1999. Da allora sono passati per New York fenomeni come Carmelo Anthony e Amar'e Stoudemire, ma anche giovani talenti attorno ai quali non si è costruito nulla, vedi Kristaps Porziņģis. La squadra era famosa per la città in cui giocava più che per come giocava. E soprattutto non era quasi mai competitiva.
Adesso in finale di conference troverà una tra Detroit e Cleveland, due squadre alla portata, e per la prima volta da quando Bill Clinton era presidente degli Stati Uniti le Finals sembrano qualcosa di più di una speranza del tifosissimo Spike Lee.
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