Quando l’arbitro fischia la fine di Spagna-Argentina, Teo è ad Astoria, nel Queens. La nazionale spagnola ha appena vinto 1-0 ed è tornata sul tetto del mondo sedici anni dopo il trionfo del 2010. Ma Teo ha un problema: non sa dove andare a festeggiare.

È nato a New York in una famiglia dalle origini spagnole e turco-spagnole, e ha seguito la finale dall’altra parte della città rispetto al MetLife Stadium con alcuni amici spagnoli-americani che però sono già andati a casa. «Lunedì a New York sarà un giorno come un altro», si giustifica per poi correggersi. «Lo so, è assurdo, abbiamo vinto la Coppa del Mondo, non si può andare a dormire».

Dopo la partita inizia a pensare dove trovare altri connazionali. Il telefono non smette di ricevere messaggi dalla Spagna, i video delle strade di Madrid e Barcellona stracolme di persone rimbalzano uno dietro l’altro sui social. Anche se oggi il centro del mondo dovrebbe essere New York, qui non sembrerebbe esistere un quartiere pronto a trasformarsi in una festa.

La prima destinazione sembra quasi obbligata: Times Square. La stessa piazza che non dorme mai dove sabato sera centinaia di tifosi argentini si erano ritrovati prima della finale.

«Sembrava una serata come tante altre», spiega Teo riferendosi al cuore turistico di Manhattan. La seconda tappa è il Mercado Little Spain, un ristorante spagnolo dove tanti connazionali hanno guardato la finale. Verso le 20, però, ci sono più agenti di polizia che tifosi, le persone rimaste con le maglie rosse e le bandiere sulle spalle sono poche. Qualcuno si fa immortalare con una replica della Coppa del Mondo, altri sembrano non capire davvero cosa stia succedendo. Soprattutto, nessuno sa cosa fare dopo. La stessa domanda passa da un gruppo all’altro: dove stanno festeggiando gli spagnoli?

Poco alla volta comincia a circolare la voce che il centro della festa sia Times Square. «Di nuovo?» Chiede Teo. «Se sono spagnoli ci metteranno un po’ ad andare ma proviamo, fidiamoci», continua. Attraversare il centro di New York la notte della finale dei Mondiali ha un sapore strano. Quello della vittoria in casa, per Teo, ma anche un festeggiamento sobrio per tanti altri spagnoli.

Il contrasto con le dimensioni del torneo è enorme. Per oltre un mese il Mondiale negli Stati Uniti, Messico e Canada ha riempito stadi, bar, giardini e persino musei trasformati in schermi pubblici, coinvolgendo comunità provenienti da ogni parte del mondo. La finale ha portato più di ottantamila persone al MetLife Stadium in un gigantesco spettacolo globale.

Forse perché erano pochi gli spagnoli arrivati direttamente dall’Europa o forse perché nella metropoli americana la comunità non ha le dimensioni e i luoghi di ritrovo di quella argentina. Nonostante l’amarezza anche dopo la sconfitta sono proprio i sudamericani a farsi sentire di più. Persino a Times Square c’è un gruppo che sventola bandiere e canta.

Pochi metri più in là, finalmente, sotto le luci sempre accese, sono tutti intorno alle bandiere spagnole. La calca è talmente tanta che non si riesce a camminare ma la sensazione non è come essere a Madrid o a Barcellona. Ci sono tanti turisti di ogni nazionalità, come se la festa fosse diventata condivisa. «Abbiamo vinto il Mondiale qui a casa, a New York», sorride Teo. «Ma ho la sensazione che tutti si aspettassero vincesse l’Argentina, non noi».

Persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, neutrale prima del fischio di inizio, aveva detto che è «difficile scommettere contro Messi» e che l’Argentina è un paese «amico» e «ha fatto un lavoro fantastico». Nel calcio, però, è sempre il campo a raccontare una storia diversa dalle previsioni: non l’Argentina di Messi, ma la Spagna del neo diciannovenne Lamine Yamal e di una generazione capace di vincere prima l’Europeo e poi il Mondiale.

Nonostante abbia trovato una festa, non è proprio quella che Teo aveva in mente. Adesso sembra davvero arrivato il momento di tornare a casa, a Brooklyn, avvolto nella bandiera gialla e rossa e sognando già di comprare la nuova maglietta con la seconda stella cucita sul petto.

«Abbiamo vinto la Coppa del Mondo, non ci credo ancora», continua a ripetere Teo. Lunedì sarà un giorno come un altro a New York. O forse no. Sarà il primo giorno, dopo oltre un mese, senza una partita del Mondiale più politico di sempre, pieno di contraddizioni ma capace, alla fine, di lasciare l’ultima parola al calcio.

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