Scogliere in tufo verde e boschi rigogliosi di castagni e lecci fanno capolino sull’isola di Ischia, estremità settentrionale del Golfo di Napoli. Quella che nell’antichità classica era detta Inarime è un luogo che racconta storie di fuoco e di mare, di inquietudini naturali che la scienza tenta di decifrare. I greci raccontavano che a Ischia vivesse il gigante Tifeo, la cui presenza si trasformava in sussulti geologici: terremoti, acque termali e fumarole che, oltre il mito, rendono l’isola un laboratorio di primaria importanza nella ricerca scientifica e nello studio del cambiamento climatico.

Non è un caso che proprio qui la scienza trovi uno dei suoi osservatori privilegiati: un sistema vulcanico ancora attivo, attraversato da emissioni di gas e acque termali, un’area dove persino i fondali anticipano, in scala ridotta, gli effetti del cambiamento climatico su mari e oceani.

A notarlo gli studiosi del dipartimento di Geoscienze dell’università di Padova in uno studio sperimentale sulla chimica di mari e oceani e in particolare sui potenziali effetti dell’acidificazione delle acque sul patrimonio sommerso. Con un pianeta che si riscalda velocemente e un’azione antropica che non accenna a ridimensionarsi, la natura mitigatrice degli oceani appare ridotta, con ecosistemi potenzialmente compromessi. Le acque non solo non riescono più a fungere da serbatoi termici ma minacciano la vita marina, in ogni sua forma.

«La causa principale dell’acidificazione degli oceani sono le emissioni di CO2 in atmosfera derivanti dalla combustione dei combustibili fossili. Buona parte della CO2 che viene emessa è in soluzione nell’acqua marina quindi disciolta in mare, avendo come effetto una riduzione del pH dell’acqua marina», racconta Claudio Mazzoli, docente del dipartimento di Geoscienze dell’università di Padova e tra gli autori dello studio.

La soglia di sicurezza

Il ruolo degli oceani negli equilibri geochimici del pianeta è dato per certo da oltre mezzo secolo, ma è solo da alcuni decenni che si è iniziato a quantificare la correlazione tra le anomalie del pH oceanico e l’aumento della CO2 antropica.

Secondo l’osservatorio Copernicus, tra il 1985 e il 2024 l’acidificazione degli oceani è aumentata del 17 per cento, il 40 per cento in più rispetto al periodo pre-industriale: nel settembre 2025 il nuovo rapporto “Planetary Health Check”, che monitora lo stato dei limiti planetari definiti nel 2009 con i Planetary Boundaries, segnala che con queste percentuali la soglia di sicurezza dell’acidificazione degli oceani è stata superata.

In un sistema delicato come quello chimico oceanico, anche la più lieve oscillazione logaritmica nel pH delle acque ha un impatto sulla sopravvivenza degli ecosistemi che vi sono immersi, compresi gli artefatti di natura antropica.

«Tutti gli organismi calcificatori, tra cui molluschi, coralli, echinodermi, subiscono le conseguenze dell’acidificazione, così come l’ecosistema e i beni culturali sommersi», aggiunge Mazzoli.

Non c’è sospensione di incredulità che tenga di fronte alle conseguenze di cui il cambiamento climatico è portatore: dalla perdita di biodiversità, con organismi spinti sulla soglia dell’estinzione fino a giungere, come lo studio dell’università di Padova sottolinea, alla perdita progressiva del patrimonio architettonico e archeologico.

La prima valutazione

Proprio quest’ultimo, che resta spesso ai margini dell’immaginario collettivo, nello studio diventa oggetto della prima valutazione quantitativa del rischio climatico sul patrimonio culturale sommerso, sui materiali lapidei utilizzati in strutture e manufatti storici. Un esperimento che fa la spola tra laboratori da manuale e il Golfo di Napoli con i suoi vent, punti marini d’acidificazione naturale.

«Abbiamo esposto i campioni di diverse rocce carbonatiche in tre posizioni diverse: più lontana dai vent di CO2 con valori di pH normale, nella zona di massima emissione con i valori di pH più bassi, che corrispondono a quello che ci potremmo aspettare in futuro a causa dell’acidificazione degli oceani, e in una zona intermedia. Un laboratorio naturale di quello che potrebbero essere oceani e mari a fine secolo», racconta Mazzoli.

L’acidificazione aumenta e insieme a essa la velocità di dissoluzione degli artefatti, in un processo di degrado che, con l’intensificarsi dei fenomeni intesi e l’azione abrasiva dei moti ondosi, disgrega la superficie dei reperti, sottraendoli alla storia.

Misurare il degrado

Parlare del patrimonio culturale in termini di rischi apre a nuove possibilità di intervento anche sulla terra ferma. È il caso di M3DEA, progetto finanziato dall’Unione europea e coordinato dalla dottoressa Chiara Coletti, che utilizza calchi storici in 3D per quantificare il degrado delle superfici lapidee e prevederne l’evoluzione nel tempo.

«Misurare il degrado significa capire come poter proteggere i monumenti nel futuro, in un contesto in cui i cambiamenti climatici stanno modificando le condizioni ambientali a cui il patrimonio è esposto», dichiara Coletti.

Trasferire questa prospettiva in ambito marino è un passo necessario per tradurre lo stress climatico in opportunità di ricerca, di consapevolezza. È così che l’acidificazione delle acque si trasforma nell’ennesimo sussulto del gigante, il gemello cattivo e profetico del cambiamento climatico che trasforma la terra e il mare sotto i nostri piedi.

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