È un dato che riceve meno attenzione rispetto alla temperatura dell’aria, anche se per gli scienziati è uno degli indicatori più solidi dello stato del sistema climatico. In un solo anno è aumentato di circa 23 zettajoule rispetto al 2024: un valore enorme
Nel 2025 gli oceani del pianeta hanno accumulato più calore che in qualsiasi altro anno dall’inizio delle misurazioni moderne, con effetti sull’intensità e sulla frequenza di molti eventi meteorologici estremi. È un dato che riceve meno attenzione rispetto alla temperatura dell’aria, pur essendo, per scienziati e scienziate, uno degli indicatori più solidi dello stato del sistema climatico.
«Se vuoi sapere di quanto la Terra si è riscaldata e quanto velocemente si riscalderà, la risposta è negli oceani», ha spiegato John Abraham, professore all’Università di St. Thomas in Minnesota e coautore di uno studio pubblicato su Advances in Atmospheric Sciences.
L’analisi, tra le più citate delle ultime settimane, si basa su quattro grandi set di dati: tre osservativi – prodotti dall’Accademia cinese delle scienze, dall’agenzia statunitense Noaa e da quella europea Copernicus – e un set di rianalisi, cioè una ricostruzione ottenuta combinando osservazioni reali e modelli fisici. Insieme hanno permesso di dimostrare che nel 2025 il contenuto di calore degli oceani ha raggiunto il livello più alto mai registrato. Questo indicatore misura quanta energia si accumula dalla superficie fino a una profondità di duemila metri.
Un ruolo centrale
Nei mari finisce infatti la gran parte del calore in eccesso intrappolato dai gas serra: gli oceani assorbono oltre il 90 per cento del riscaldamento causato dalle attività umane e svolgono quindi un ruolo centrale nel sistema climatico.
Nel solo 2025 il contenuto di calore oceanico è aumentato di circa 23 zettajoule rispetto al 2024: un valore enorme, equivalente a circa 200 volte l’elettricità consumata dall’umanità in un anno e a 39 volte l’energia primaria prodotta globalmente nel 2023.
Dal 1940 a oggi gli oceani hanno accumulato circa 500 zettajoule di calore, con un’accelerazione marcata dopo il 1991 e tassi di crescita senza precedenti negli ultimi 15 anni. «Il riscaldamento globale è soprattutto un riscaldamento degli oceani», ha aggiunto Abraham.
Il terzo anno più caldo
Il record oceanico è arrivato negli stessi giorni in cui sono stati diffusi i dati sulle temperature atmosferiche del 2025. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale e Copernicus, l’anno scorso è stato il terzo più caldo mai misurato, con una temperatura media globale compresa tra 1,44 e 1,48 °C sopra i livelli preindustriali, subito dietro al 2023 e al 2024.
Nel 2025 la temperatura dell’aria ha mostrato un lieve rallentamento rispetto all’anno precedente, anche per il ritorno di condizioni più vicine a La Niña nel Pacifico, una fase naturale in cui le acque superficiali si raffreddano e le temperature globali tendono temporaneamente a diminuire.
Questo però non cambia la tendenza di fondo: ai ritmi attuali, il riscaldamento globale potrebbe superare stabilmente il limite di 1,5 °C fissato dall’Accordo di Parigi prima della fine del decennio, più di dieci anni prima di quanto previsto nel 2015.
La differenza tra i record del calore oceanico e quelli delle temperature atmosferiche dipende dalla diversa “inerzia” dei serbatoi di calore. L’aria è un comparto più piccolo e sensibile alla variabilità naturale, mentre gli oceani risentono meno di alcuni fattori temporanei e sono più adatti a registrare l’andamento strutturale del riscaldamento globale. «Finché il contenuto di calore della Terra continuerà ad aumentare, quello degli oceani continuerà a crescere e i record continueranno a cadere», ha detto Abraham.
Riscaldamento non uniforme
Anche il riscaldamento dei mari, però, non è uniforme. Nel 2025 circa il 16 per cento della superficie oceanica globale ha raggiunto un valore record di contenuto di calore e circa il 33 per cento rientrava tra i tre livelli più alti mai osservati a livello locale.
Le aree più colpite includono l’Atlantico tropicale e meridionale, il Pacifico settentrionale e soprattutto l’Oceano Australe, dove cresce la preoccupazione per il ritiro del ghiaccio marino invernale in Antartide. Anche l’Atlantico settentrionale e il Mar Mediterraneo si stanno riscaldando rapidamente e, insieme al calore accumulato, diventano più salati, più acidi e meno ossigenati, aumentando la fragilità degli ecosistemi marini.
Questo calore in eccesso non resta confinato sott’acqua. Oceani più caldi rilasciano più vapore acqueo e più energia nell’atmosfera, alimentando piogge più intense, cicloni tropicali più violenti e ondate di calore più persistenti. Gli autori dello studio collegano l’aumento del calore oceanico alle alluvioni nel sud-est asiatico, alla siccità in Medio Oriente e alle inondazioni in Messico e nel Pacifico nord-occidentale nel corso del 2025. Inoltre, l’espansione termica dell’acqua contribuisce all’innalzamento del livello del mare, aumentando la vulnerabilità delle comunità costiere in tutto il mondo.
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