Gli Stati Uniti sono riusciti a rimuovere il cambiamento climatico dalle principali priorità dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), organismo intergovernativo fondato nel 1974 per fornire dati, analisi e scenari sul sistema energetico globale. È la prima volta in quasi dieci anni che una riunione ministeriale dell’agenzia si conclude senza un comunicato congiunto: l’incontro del 18 e 19 febbraio, che si è svolto a Parigi nella sede dell’Iea, si è concluso infatti con un più cauto “riassunto della presidenza”, segnale di una mancata sintesi politica.

Il punto di rottura è il clima: mentre l’Unione europea continua a legare decarbonizzazione e competitività industriale, Washington punta a rafforzare il proprio primato fossile. Così, dopo aver minacciato di lasciare l’organismo se non avesse cambiato rotta, l’amministrazione Trump ha ottenuto uno spostamento dell’asse politico dell’agenzia: nel documento finale, il contrasto al riscaldamento globale non compare tra le priorità strategiche. Al centro tornano sicurezza energetica, resilienza delle infrastrutture elettriche e materie prime critiche.

Nel testo conclusivo il clima è citato una sola volta, in un passaggio che richiama l’obiettivo delle emissioni nette zero «in linea con gli esiti della Cop28», cioè coerente con gli impegni assunti alla ventottesima conferenza Onu sul clima, dove i Paesi hanno riconosciuto la necessità di avviare una progressiva uscita dai combustibili fossili, principali causa del riscaldamento globale. Nel documento dell’Iea, però, al contrasto alla crisi climatica non viene attribuito un ruolo centrale. Una svolta netta rispetto alla ministeriale di due anni fa, quando l’uscita graduale dalle fonti fossili era stata indicata come priorità.

Spostare l’asse strategico

La pressione statunitense non è solo simbolica. Gli Stati Uniti finanziano per circa il 14 per cento il bilancio dell’Iea e, allo stesso tempo, sono tra i maggiori produttori di petrolio e gas. Trump ha prospettato l’ipotesi di riconsiderare la permanenza statunitense nell’agenzia, una mossa che avrebbe un peso politico e finanziario rilevante. I rapporti dell’Iea, infatti, orientano governi, investitori e grandi aziende nelle scelte di lungo periodo. Per questo Washington punta a imprimere all’organismo una visione del futuro energetico coerente con la propria strategia fossile. 

Spostare l’asse dell’agenzia significa incidere sulla narrazione del futuro energetico globale. Una narrazione che, negli ultimi anni, sotto la guida del direttore esecutivo Fatih Birol, si era orientata verso l’idea di una transizione energetica necessaria e conveniente. L’Iea aveva infatti iniziato a sviluppare analisi e scenari coerenti con gli impegni climatici assunti dagli Stati e con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. In queste proiezioni, la domanda globale di petrolio avrebbe raggiunto un picco entro questo decennio.

Per l’amministrazione Trump, però, questa impostazione ha trasformato l’agenzia in una «cheerleader» della transizione verde, come ha dichiarato il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, che poi ha aggiunto che lo scenario net zero è «irrealistico, ideologico e dannoso per la competitività» e ha chiesto all’organismo di tornare a focalizzarsi sulla sicurezza dell’approvvigionamento e sulla stabilità dei mercati fossili.

Dall’altra parte, diversi governi europei hanno difeso la necessità di tenere insieme sicurezza energetica e decarbonizzazione. Il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito che una «transizione ordinata e progressiva» è l’unica risposta sia alla crisi climatica sia alla volatilità dei prezzi energetici emersa con la guerra in Ucraina. Per l’Unione europea, infatti, nonostante le divisioni interne, la riduzione delle emissioni non è solo un obiettivo ambientale, ma anche una strategia economica e industriale.

Il bivio dell’agenzia

Durante la conferenza stampa di chiusura, Birol ha evitato lo scontro diretto. Ha spiegato che l’agenzia non ha ancora deciso se continuerà a includere lo scenario net zero nei prossimi rapporti, ma ha insistito sul fatto che, nonostante le tensioni geopolitiche, tra i Paesi membri dell’Iea esistano ancora delle convergenze. Resta però la mancata adozione di un comunicato congiunto.

Un’impasse che va oltre il linguaggio adottato in un documento. La linea di frattura riguarda il futuro energetico globale. A Parigi è emerso che la transizione è diventata il terreno di uno scontro tra modelli di sviluppo, interessi industriali e visioni del mondo. Da un lato gli Stati Uniti, che consolidano una strategia fossile e la usano anche come leva geopolitica; dall’altro l’Unione europea, che insiste su una transizione che considera irreversibile.

Per l’Iea inizia ora una fase delicata: ridimensionare lo scenario a emissioni nette zero potrebbe comprometterne la credibilità agli occhi di Paesi e investitori che vedono nella decarbonizzazione una traiettoria da seguire; mantenerlo significherebbe affrontare la pressione del suo membro più influente.

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