Sulla flotta di 60 navi impiegata tra il 2020 e il 2025 lavorano 81 indonesiani e filippini. Alcuni di loro riferiscono in modo anonimo di condizioni lavorative disumane, turni massacranti, violenze e abusi. Almeno 41 membri di equipaggi imbarcati su navi cinesi sarebbero stati sbarcati senza vita tra il 2013 e il 2023. L’Unione europea è il più grande importatore mondiale di calamari, attestandosi un 31%. Inchiesta della Environmental Justice Foundation
La pesca al calamaro è diventata uno dei settori più redditizi dell’industria globale. Ma dietro l’espansione di questa attività si nasconde una realtà fatta di sovrasfruttamento, pratiche distruttive e gravi violazioni dei diritti umani. È quanto denuncia un’inchiesta della Environmental Justice Foundation (EJF), che analizza l’impatto crescente della flotta cinese di pesca nel mare del Pacifico sud-orientale.
Calamari giganti, perdite giganti
Nel 2023 sono state sbarcate oltre 1,2 milioni di tonnellate di calamaro gigante, pari al 42% delle catture globali. Questa specie, chiamata jumbo o calamaro di Humboldt (Dosidicus gigas), ma conosciuto anche come "diablo rojo" (diavolo rosso) e su cui si concentra il report, svolge un ruolo ecologico cruciale: è predatore di pesci e crostacei, ma anche preda di squali, delfini, capodogli e leoni marini. Un suo declino avrebbe ripercussioni a catena sull’intero ecosistema marino.
Questa risorsa sostiene decine di migliaia di pescatori artigianali in Perù e Cile, dove operano in totale più di 6.000 imbarcazioni. In entrambi i paesi, l'attività si svolge principalmente nelle acque nazionali, gestite secondo sistemi rigorosi che includono quote di cattura annuali e fermi biologici. Tuttavia, nelle acque internazionali del Pacifico sud-orientale persiste un vuoto normativo e la flotta cinese opera senza limiti. Negli ultimi dieci anni la sovrappesca è aumentata in modo significativo, e con questa lo sfruttamento lavorativo, su cui torneremo a breve.
I primi studi scientifici mostrano segnali preoccupanti. Nel 2024 l’indice di abbondanza della popolazione (Cpue) risulta in calo costante dal 2015.
Diritti dei lavoratori in alto mare
«In giorni normali lavoriamo 16 ore, quando invece è l’alta stagione di pesca possono passare anche tre giorni senza riposare» racconta un pescatore citato nell’inchiesta, tra gli 81 indonesiani e filippini impiegati su 60 navi cinesi tra il 2020 e il 2025. «Se fai un errore, alzano le mani». I pescatori riferiscono condizioni assimilabili al lavoro forzato: trattenuta dei documenti, salari non pagati o decurtati, turni estenuanti, minacce e violenze fisiche. Oltre il 50% dei membri dell'equipaggio intervistato riferisce di aver subito abusi fisici.
Tutto ciò, lontano dagli occhi di tutti per settimane, mesi, ma anche anni. Un elemento centrale infatti è la pratica del trasbordo in mare: il pescato viene trasferito su navi frigorifere senza che i pescherecci rientrino in porto. Questo consente alle imbarcazioni di restare operative per periodi lunghissimi, talvolta fino a due anni consecutivi. La lunga permanenza però rende difficile qualsiasi controllo esterno.
«Mi sono fatto male nel 2020, ma tutte le medicine sulla nave erano scadute nel 2018. E le mie condizioni stavano peggiorando», ha detto un pescatore indonesiano, che si è poi dovuto amputare il piede e alcune dita delle mani.
Particolarmente inquietante è il dato relativo ai decessi in mare: almeno 41 membri di equipaggi imbarcati su navi cinesi sarebbero stati sbarcati senza vita tra il 2013 e il 2023. Le cause riportate includono malattie non curate, incidenti sul lavoro e circostanze non chiarite. Inoltre, dalle testimonianze raccolte emergono accuse di “finning” degli squali, ovvero il taglio delle pinne con successivo rigetto del corpo in mare. Circa un terzo delle navi sarebbe stato coinvolto nella cattura intenzionale di foche, mentre sono stati riportati anche episodi relativi a delfini e altre specie marine protette.
La fetta di torta europea
Cosa c’entriamo noi con acque così lontane? L’Unione europea è il più grande importatore mondiale di calamari, attestandosi un 31%, con la Spagna in cima. I calamari pescati da aziende quali la China National Fisheries Corporation, responsabile dell'esportazione di 23.384 tonnellate di calamari sul mercato globale, sono entrati nelle catene di approvvigionamento dell'Ue, «sollevando preoccupazioni in merito alla tracciabilità, ai rischi di lavoro forzato e all'efficacia dei controlli sulle importazioni dell'Ue» scrive l’EJF.
La pratica del trasbordo in mare, unita alla mancanza di dati, rende «quasi impossibile per gli acquirenti di prodotti ittici dell'Ue e, di fatto, per i consumatori stabilire se i calamari cinesi nei loro piatti siano stati oggetto di abusi nella pesca o nel lavoro», spiega a Domani Dominic Thomson, tra i fondatori dell’EJF. E aggiunge: «Chiediamo all'Ue di aumentare i controlli sulle spedizioni, di chiamare gli importatori cinesi a rispondere delle loro responsabilità e di esigere una maggiore diligenza nelle catene di approvvigionamento».
No governance
La realtà descritta riesce a sopravvivere anche perché localmente non esistono limiti di cattura, né restrizioni stringenti sulla presa di squali e mammiferi marini.
Per questo più di 50 organizzazioni – da aziende di export, a pescatori artigianali – di America Latina, Europa e Nord America hanno presentato una dichiarazione congiunta alla SPRFMO (l’Organizzazione regionale per la gestione della pesca nel Pacifico meridionale) chiedendo misure urgenti. L’organizzazione dovrebbe discuterne il 2 marzo.
Si prevede che il mercato globale dei calamari crescerà di quasi il 4% all'anno e potrebbe raggiungere un valore di 18,4 miliardi di dollari entro il 2035. Ma «la trasparenza nella pesca industriale non può più essere facoltativa. È il fondamento di un oceano sicuro e sostenibile» dice Steve Trent, amministratore delegato e fondatore della Environmental Justice Foundation.
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