Dopo il via libera del Senato, la maggioranza ha affidato il disegno di legge alla sola Commissione Agricoltura della Camera. Significa trattarlo soprattutto come una questione produttiva, senza riconoscerne l’impatto su biodiversità ed ecosistemi. Le riserve di Bruxelles e i soggetti esclusi dalle audizioni
Dopo il via libera del Senato, il disegno di legge sulla caccia procede verso la Camera. Anche troppo rapidamente, denunciano opposizioni e associazioni contrarie, secondo cui la maggioranza vuole accelerare l’iter e trattare il ddl come una questione esclusivamente agricola. Il provvedimento è stato infatti assegnato alla sola Commissione Agricoltura, lasciando fuori quella Ambiente, nonostante il testo stesso presenti la riforma della caccia come una norma che riguarda biodiversità ed ecosistemi.
L’assegnazione a una commissione non è un passaggio neutro. Prima di arrivare al voto in aula, ogni provvedimento viene esaminato da una o più commissioni competenti per materia, che svolgono il lavoro preparatorio: discutono il testo, organizzano audizioni, ascoltano esperti e soggetti interessati, valutano gli emendamenti e redigono la versione da portare in aula.
Per questo la scelta della commissione incide sul modo in cui una legge viene letta e interpretata. Affidare il ddl caccia alla sola Commissione Agricoltura significa trattarlo soprattutto come una questione produttiva; coinvolgere anche la Commissione Ambiente, invece, vorrebbe dire riconoscerne appunto l’impatto su biodiversità ed ecosistemi.
La commissione agricoltura
Un impatto che il ddl, pur in modo controverso, rivendica esplicitamente. Modificando la legge 157 del 1992, infatti, la riforma prova a riscrivere il senso della caccia: il prelievo venatorio non è più soltanto un’eccezione regolata, ma diventa uno strumento di «gestione» della fauna selvatica che «concorre alla protezione dell’ambiente e all’equilibrio ecosistemico». È anche questo passaggio a rendere paradossale la scelta della maggioranza di escludere la Commissione Ambiente.
Tra le varie modifiche, il ddl amplia tempi, spazi e modalità della caccia, con possibili conseguenze su biodiversità ed ecosistemi. Per questo, opposizioni e associazioni hanno chiesto che il provvedimento venga esaminato dalle Commissioni riunite Agricoltura e Ambiente. In una lettera inviata al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, e ai presidenti delle due commissioni, Mirko Carloni per l’Agricoltura e Mauro Rotelli per l’Ambiente, diversi parlamentari hanno contestato l’assegnazione esclusiva.
La maggioranza ha però confermato l’esame nella sola Commissione Agricoltura, richiamando anche un parere del 1997 per escludere il coinvolgimento dell’Ambiente. Quel riferimento, però, precede la riforma dell’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 ha inserito la tutela ambientale tra i principi fondamentali della Repubblica. Inoltre, se il ddl rivendica un ruolo nella gestione degli ecosistemi, è difficile sostenere che possa essere esaminato solo come materia agricola.
Le riserve di Bruxelles
Un secondo nodo di questa riforma sulla caccia riguarda l’Europa. Il 18 dicembre 2025 la Commissione europea ha inviato al ministero dell’Ambiente una lettera contenente alcune riserve su diverse disposizioni del ddl. Il rischio, secondo opposizioni e associazioni, è l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia, perché Bruxelles avrebbe segnalato possibili contrasti con le direttive Uccelli e Habitat, i due pilastri della tutela della fauna e degli habitat naturali nell’Unione europea.
Per questo è stata chiesta la trasmissione alla Camera della lettera di Bruxelles e dell’eventuale risposta italiana. Senza quei documenti, sostengono i firmatari della lettera, il Parlamento non può valutare in modo completo gli effetti della riforma.
C’è poi una questione relativa alle audizioni, che servono a raccogliere pareri tecnici e valutazioni esterne prima del voto. Dalle opposizioni era stato chiesto di ascoltare oltre quaranta soggetti, tra istituzioni tecniche, associazioni, esperti scientifici e rappresentanti europei.
Tra i nomi indicati c’erano Ispra, il ministero dell’Ambiente e la Direzione generale Ambiente della Commissione europea. Ma proprio il ministero competente e l’interlocutore europeo sarebbero stati esclusi. Una scelta che conferma l’impostazione seguita finora: circoscrivere il dibattito ed evitare che il ddl venga valutato anche per le implicazioni ambientali che ne deriverebbero.
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