Il 7 aprile comincia il viaggio della Flottiglia per la giustizia climatica. Una spedizione che dai Caraibi arriverà nella città colombiana di Santa Marta, dove dal 24 al 29 aprile si terrà la prima Conferenza internazionale sull’abbandono dei combustibili fossili. Un viaggio per sostenere una proposta politica che oggi dovrebbe apparire tutt’altro che radicale: transizione ecologica basata sui principi di redistribuzione della ricchezza e giustizia per il Sud globale.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra attiviste e attivisti di diverse organizzazioni – Global Sumud Flotilla, Extinction Rebellion, Fossil Fuel Treaty e Debt for Climate – con l’obiettivo di raccontare anche il legame tra combustibili fossili, imperialismo ed economie di guerra. Un intreccio che, secondo i promotori, alimenta povertà, sfruttamento e distruzione ecologica.

La rotta tracciata non è casuale. La flottiglia partirà dall’isola caraibica di Saint Martin e farà tappa a Bonaire, Aruba e Curaçao, territori segnati da crisi climatica, passato coloniale ed estrattivismo fossile. Saint Martin è stata devastata nel 2017 dall’uragano Irma. Bonaire è l'isola, sotto la municipalità dei Paesi Bassi, dove una sentenza ha riconosciuto le responsabilità dello Stato per la mancata protezione dei cittadini dagli effetti del riscaldamento globale. Curaçao e Aruba sono snodi storici prima della tratta degli schiavi e poi dell’industria petrolifera. Tappa finale, Santa Marta sulle coste della Colombia.

«Ri-tracciando rotte storicamente usate per estrazione e sfruttamento, le trasformiamo in percorsi per la giustizia climatica, riparazioni e azione collettiva verso un futuro libero dai combustibili fossili», spiega Mar, attivista colombiana-curacaoana e antropologa, parte del direttivo della Flotilla per la giustizia climatica.

La conferenza sul petrolio (in mezzo alla crisi del petrolio)

Per la conferenza di Santa Marta, annunciata durante la Cop30 – trentesima conferenza Onu sul clima, dove alcuni governi hanno chiesto, senza successo, un piano per l’abbandono di petrolio e gas – hanno già confermato la partecipazione 45 paesi. Dall’Europa, ci saranno, oltre al blocco dell’Unione europea, alcuni stati membri come Germania, Francia, Spagna, Italia (su cui inizialmente c’erano stati dubbi), ma anche Regno Unito. Dall'America, paesi come Brasile, Canada e Messico. E poi sono attesi governi da Africa, Asia e Pacifico. Un segnale di come stia prendendo forma uno spazio multilaterale orientato all’uscita dalle fonti fossili.

Il viaggio avviene in un periodo di instabilità internazionale, in cui crisi energetica e tensioni geopolitiche si rafforzano a vicenda. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha contribuito a far salire i prezzi di petrolio e gas, producendo effetti ambivalenti. Da un lato, sta consolidando l’urgenza di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, principale causa della crisi climatica e fattore di vulnerabilità economica. Dall’altro, sta rafforzando il potere delle grandi compagnie energetiche.

Colossi come ExxonMobil, Chevron e Bp stanno beneficiando dell’aumento dei prezzi, registrando profitti elevati. È una dinamica già vista dopo l’invasione russa dell’Ucraina: le crisi energetiche rischiano di essere un vantaggio per il settore dei combustibili fossili. La flottiglia vuole mettere in evidenza proprio le conseguenze distruttive del continuo sostegno agli interessi dell'industria dell’oil&gas: «La conferenza è di fondamentale importanza a fronte dell’inazione delle Cop e dell’instabilità creata dai combustibili fossili», spiega Sara Sessa, attivista di Fridays for future Italia e tra le promotrici dell’iniziativa.

Sessa riflette anche sulla situazione italiana: «La vulnerabilità economica dell’Italia di fronte al blocco dello stretto di Hormuz mostra quanto assecondare gli interessi dell’industria fossile e degli Stati Uniti di Trump sia un errore fondamentale». Il riferimento riguarda anche le scelte di politica energetica nazionale. «Il Piano Mattei – la strategia energetica dell’Italia incentrata sull’Africa e sulle fonti fossili – porta avanti la stessa logica coloniale ed estrattiva applicata ai Caraibi», continua. «Santa Marta è un invito a invertire la rotta».

Attivisti e attiviste sono convinti che la transizione ecologica non possa essere trattata solo come una questione tecnologica e ambientale. Il cambiamento da affrontare è profondamente politico. Senza un riequilibrio dei rapporti di potere e senza meccanismi di redistribuzione, il rischio è che la decarbonizzazione proceda in modo diseguale, scaricando i costi sui territori e sulle comunità più vulnerabili.

Per questo, in un momento di crisi climatica ed energetica, la flottiglia navigherà verso Santa Marta provando a tracciare una nuova rotta: mettere insieme transizione energetica, giustizia climatica e riparazione ecologica, e rendere il sistema desiderabile.

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