Secondo il centro studi Climate and Community Institute in due settimane è stato generato un volume di emissioni superiore a quello dell’Islanda nel 2024. Distruzione delle infrastrutture, missili, gas flaring e ricostruzione: il costo ambientale della guerra
Cinque milioni di tonnellate di anidride carbonica in quattordici giorni: è questo il costo climatico delle prime settimane di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, secondo un’analisi del centro studi Climate and Community Institute. Un volume di emissioni superiore a quello dell’Islanda nel 2024. Se questo ritmo dovesse protrarsi per un anno, il livello complessivo di inquinamento da carbonio supererebbe quello del Kuwait, un’economia fortemente dipendente dai combustibili fossili.
La guerra è dunque una catastrofe umanitaria, ma anche un acceleratore della crisi climatica. E, in una dinamica che si autoalimenta, il cambiamento climatico contribuisce a sua volta ad aggravare le emergenze umanitarie. I cinque milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (misura che include tutti i gas serra emessi, non solo l’anidride carbonica) derivano da una combinazione di emissioni dirette, indirette e legate alla distruzione.
La quota più rilevante è associata agli edifici rasi al suolo: secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, circa 20 mila strutture civili sono state danneggiate o distrutte, generando circa 2,4 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, quasi la metà del totale.
A questo si aggiungono gli incendi dei depositi di carburante. I bombardamenti su quattro grandi siti intorno a Teheran hanno sprigionato sostanze tossiche, bruciando milioni di barili di petrolio e liberando nell’atmosfera altre 1,88 milioni di tonnellate di CO₂, equivalenti alle emissioni annuali di un piccolo stato insulare come Comore.
Il gas flaring
La stretta dell’Iran sullo Stretto di Hormuz sta producendo anche effetti indiretti relativi alle emissioni: l’interruzione dei flussi ha generato un eccesso di gas senza sbocchi, che viene bruciato attraverso il flaring, cioè la combustione del gas naturale in eccesso negli impianti petroliferi, con il rilascio in atmosfera di grandi quantità di metano e anidride carbonica.
Poi ci sono le emissioni incorporate negli armamenti, nei combustibili per i mezzi militari e quelle legate all’uso massiccio di missili e droni, che insieme contribuiscono a decine di migliaia di tonnellate aggiuntive. Gli eserciti, del resto, sono tra i maggiori consumatori di petrolio al mondo.
Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è considerato il più grande consumatore istituzionale di energia a livello globale. Eppure, questa enorme impronta resta in gran parte fuori dai bilanci climatici. L’Accordo di Parigi non impone una rendicontazione completa delle operazioni belliche, lasciando un vuoto che porta a sottostimare l’impatto reale delle attività umane.
I costi della ricostruzione
Il costo climatico più alto, però, potrebbe arrivare dopo. La ricostruzione post-bellica richiede enormi quantità di cemento e acciaio, tra i materiali a più alta intensità di carbonio.
L’analisi stima che, nei conflitti recenti, la ricostruzione abbia generato emissioni maggiori di quelle prodotte durante le operazioni militari: per Gaza e Libano si prevede un impatto almeno 24 volte superiore rispetto alla guerra stessa.
Nel caso dell’Ucraina, le emissioni della ricostruzione sono state dello stesso ordine di grandezza del conflitto, raggiungendo circa 56 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, un volume paragonabile alle emissioni annuali di un paese come la Grecia o il Portogallo.
Il punto non è solo quanto la guerra inquina, ma anche cosa la rende possibile e cosa lascia in eredità. «Questa non è una guerra per la sicurezza. È una guerra per la geopolitica dei combustibili fossili», ha dichiarato Patrick Bigger, direttore del Climate and community institute e co-autore dell’analisi.
E anche se il conflitto nel Golfo ha acceso il dibattito sulla necessità di un sistema energetico basato su fonti rinnovabili, e quindi accessibili, la storia recente dimostra che i conflitti innescano dinamiche economiche che rafforzano la dipendenza dai combustibili fossili.
Transizione energetica rallentata
Le crisi energetiche, infatti, tendono a tradursi in nuovi investimenti nel settore dell’oil&gas, rallentando la transizione. «Ogni shock energetico guidato dagli Stati Uniti è stato storicamente seguito da un'ondata di nuove trivellazioni, nuovi terminali di gas naturale liquefatto e nuove infrastrutture fossili», ha spiegato Bigger.
Intanto, i costi della guerra si trasferiscono sull’economia reale: industria, servizi, agricoltura. L’aumento dei prezzi dell’energia fa salire il costo dei carburanti, del riscaldamento e di beni essenziali, tra cui il cibo. L’inflazione che ne deriva rischia di tradursi in politiche di austerità e in un ridimensionamento degli investimenti climatici.
Il rischio è una spirale che si autoalimenta: la crisi climatica alimenta l’instabilità geopolitica, che sfocia in conflitti; la guerra aumenta il consumo di combustibili fossili e spinge i governi a investirvi ancora di più in nome della sicurezza, aggravando ulteriormente il riscaldamento globale.
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